mercoledì 19 settembre 2018

"La prima cosa bella", Jennifer Weiner


Framingham, Massachusetts. Ruth ha 23 anni quando decide di fare il grande salto: lasciare il piccolo sobborgo di Boston, dove è nata e cresciuta, per cercare di realizzare il suo sogno a Los Angeles, quello di diventare autrice di sit-com per la tv.
Parte insieme alla nonna (super trendy) con cui ha un legame fortissimo da quando un tragico incidente d'auto l'ha resa orfana a soli tre anni,  deturpandole anche irrimediabilmente il volto.
Il sogno si avvera quando la ABS sceglie, fra decine e decine di altre sceneggiature, di produrre "La prima cosa bella", la sit-com che Ruth ha in mente da sempre.
Ma la gioia deve presto lasciare spazio ai numerosi rospi da ingoiare, perchè in televisione è tutto un compromesso e l'unica cosa che conta sono gli ascolti...

Decimo romanzo di Jennifer Weiner, autrice - secondo me - sottovalutata, a cominciare dall'etichetta di romanzo rosa che viene data ai suoi libri quando, sempre IMHO, potrebbero benissimo rientrare nella narrativa contemporanea.

I suoi precedenti lavori mi erano piaciuti da tanto a tantissimo, ma questo l'ho trovato davvero pessimo. Non per lo stile di scrittura, come sempre scorrevole e riconoscibile, quanto per lo sviluppo della trama.

La storia alla base offriva spunti per riflessioni profonde: una giovane famigliola disintegrata in un attimo, questa piccola bambina che, oltre a non poter crescere con i propri genitori, si ritrova a dover subire decine di interventi al volto (e non solo) rimanendo comunque parzialmente sfigurata e, da qui, la sua immensa solitudine, il bullismo subito e il suo rifugiarsi in quelle commedie televisive che, pur nella finzione, in qualche modo la aiutano a sognare.

Non sto facendo spoiler, tutto ciò viene detto subito, in maniera piuttosto fredda, senza mai approfondire, perchè evidentemente la Weiner non voleva raccontare la storia di Ruth, ma solo quanto sia difficile riuscire a sfondare in televisione, e non solo per chi aspira a stare davanti ai riflettori.
Una scelta che avrei rispettato se lo avesse fatto bene, ad esempio se avesse descritto una vera gavetta, non quella troppo facile che ha inventato per Ruth, assunta come assistente poco dopo essersi trasferita e a cui producono la serie grazie alla "buona parola" dei suoi capi. Oppure se non avesse liquidato in una misera frase la denuncia al settore, che da sempre privilegia i bianchi possibilmente maschi e di ceto medio-alto.

Invece il libro (che, per altro, con con le sue 457 pagine non è neppure breve) si perde in troppi dettagli tecnici su come nasce una sit-com (quelle con le odiosissime risate registrate: riesco a tollerarle, a fatica, giusto per Big Bang Theory!), nel descrivere cosa fanno e cosa si dicono autori, regista e attori durante la fase di registrazione e nel racconto, questa volta dettagliato, di tanti episodi tutti uguali fra loro (anche nei dialoghi), dove immancabilmente vediamo Ruth decisa a combattere per la sua idea per poi accettare le decisioni prese dall'alto, facendosene in fretta una ragione perchè comunque l'importante è che "La prima cosa bella" venga trasmessa alla tv, costi quel che costi.

Anche il rapporto fra nonna e nipote avrebbe meritato maggiore introspezione, andando ben oltre alle infinite descrizioni dell'abbigliamento delle due.  Queste lungaggini, unite alle pagine di "people watching" in giro per Los Angeles, rendono la lettura ripetitiva e noiosa. Rubo una bellissima espressione della mia amica Viviana: non è un libro che ti chiama dal comodino. 

Ultima nota: prima del libro ho letto anche "Con tutto l'amore che ho", il racconto che ha ispirato il romanzo, disponibile solo in digitale scaricabile gratuitamente su Amazon e sul sito delle edizioni Piemme. 
E' breve, non porta via molto tempo, ma quello di cui parla (un accenno all'incidente di Ruth bambina e l'inizio della sua nuova vita a Los Angeles) viene poi di nuovo ripreso nel libro.
           
Reading Challenge 2018: questo testo risponde al requisito "un libro con la copertina prevalentemente gialla" (numero 15 indizi difficili)


sabato 8 settembre 2018

"L'ex avvocato", John Grisham


Malcom Bannister ha 43 anni e si trova in un carcere federale del Maryland, ha già scontato 5 anni e gliene restano altrettanti a causa di una condanna per riciclaggio di denaro. Era un avvocato come tanti, in Virginia, e cercava di sbarcare il lunario accettando casi di ogni genere, divorzi e altri incarichi di poco conto. La parcella di 100.000$ per una semplice transazione immobiliare lo aveva estasiato tanto da non porsi qualche ragionevole dubbio e finendo col rimanere intrappolato nel processo di un losco faccendiere di Washington.
Adesso è solo un ex avvocato, un ex marito, un ex padre: il Governo, con quella sentenza ingiusta, gli ha tolto tutto. 
Ma un giorno gli arriva la notizia dell'omicidio del giudice federale Fawcett, freddato nel seminterrato del suo cottage sul lago davanti a un'enorme cassaforte aperta e vuota.
L'FBI, vista la professione del morto, ha più piste da seguire di quante vorrebbe averne, ma nessuna porta a qualcosa: per questo i pezzi grossi sono molto interessati a scendere a patti con Malcom che, a quanto pare, sa esattamente chi ha ucciso il giudice e cosa c'era dentro alla cassaforte...

Era dai tempi dei suoi primi romanzi che Grisham non riusciva a trasmettermi così tanta tensione, talmente tanta che in questi giorni mi è capitato di non andare avanti con la lettura, pur avendone il tempo, perchè avevo bisogno di quietarmi un po'. E, trattandosi di un thriller, questo è ovviamente una gran bella cosa.

Amo il suo stile, l'ho apprezzato anche in romanzi dove la storia, invece, non mi aveva conquistata del tutto. E, come con Robin Cook, amo l'utilizzo dei romanzi come denuncia sociale, e in questo l'avvocato batte il dottore in finezza: Cook non riesce (forse non vuole) a nascondere la rabbia che prova verso il sistema sanitario statunitense, mentre le accuse di Grisham al sistema penale americano si fondono perfettamente nella storia. Non sono un suo parere, ma un dato di fatto. 

Stessa cosa con le questioni razziali, sempre tanto care all'autore (Malcom è un uomo di colore), e a quelle sociali che spingono il lettore a riflettere su come il più delle volte chi nasce disagiato non possiede nè i mezzi nè le capacità per staccarsi dal tipo di vita a cui è condannato solo per essere nato in un certo contesto o a una certa latitudine, una triste ovvietà di giorno in giorno sempre meno ovvia anche qua in Italia.

Oltre a questo, il thriller c'è ed è avvicente: è piuttosto intricato, ma Grisham sa scrivere, non fa perdere il filo e alla fine, come amo e come non sempre succede, tutto torna.
Gli eventi sono tanti, sono tanti i collegamenti, ma il risultato finale è credibile ed entusiasmante, un po' come quei bellissimi show da Guinness dei primati con migliaia di tessere del domino che, scena dopo scena, ti fanno dire: "Oooh"!

Reading Challenge 2018: questo testo risponde al requisito "un libro con un protagonista maschile" (numero 8 indizi difficili)

venerdì 31 agosto 2018

"Amanti e regine. Il potere delle donne", Benedetta Craveri


Discreto saggio sulle protagoniste femminili che, nel bene o nel male, per 260 anni hanno caratterizzato la corte di Francia.

Ogni capitolo è una piccola biografia, partendo dal 1533, quando Caterina de' Medici incontra a Marsiglia il suo futuro marito (e futuro re) Enrico, fino al 16 ottobre del 1793, giorno dell'uccisione di Maria Antonietta. In mezzo altre regine o reggenti: la regina Margot, Maria de' Medici, Anna d'Austria, Maria Teresa d'Austria e Maria Leszczynska.
E le favorite, alcune molto note, altre per me sconosciute: Diane de Poitiers, Gabrielle D'Estrées, Maria Mancini, Louise de la Vallière, la marchesa Montespan, Madame de Maintenon, le sorelle Mailly-Nesle, Madame de Pompadour e Madame du Barry.

Nel 2013 avevo letto la biografia di Madame de Pompadour e l'anno successivo quella  di Maria Antonietta, scritte da Evelyne Lever: di entrambe ne conservo un ottimo ricordo. Avendo un'unica protagonista, sono ovviamente opere più complete, ma la Craveri riesce comunque a raccontare sufficientemente ogni protagonista, incentrando però i maggiori approfondimenti sulla sfera amorosa di queste donne, cosa che fa un po' assomigliare questo libro a una rivista di gossip storico, rendendolo al tempo stesso scorrevole e in certi punti divertente.

Quello che proprio non mi è piaciuto è come l'autrice sembri giustificare certe situazioni umilianti patite da queste donne (che nel Rinascimento avevano un'autonomia addirittura inferiore rispetto all'epoca feudale!) andando ben oltre a una semplice motivazione dettata dal contesto storico.

Ad esempio accusa Maria de' Medici di egocentrismo per il suo non riuscire ad accettare la concubina del marito, Enrico IV, che invece definisce magnanimo perchè non si imponeva sulla moglie facendo valere la propria autorità, mentre lei era piena di rancore verso i figli che lui aveva avuto dalle amanti!
O ancora, a proposito della moglie polacca di Luigi XV, la Craveri afferma che pensando agli impegni che "logoravano le forze dell'amante in carica di suo marito, Madame de Pompadour, non possiamo fare a meno di pensare che dopotutto Maria non era così da compatire"!

Che all'epoca le cose funzionassero in questo modo è storia, ma che una donna della mia epoca trovi invidiabile la condizione di Maria è davvero avvilente e, come altri suoi commenti, mi ha rovinato non poco il piacere della lettura.

Reading Challenge 2018: questo testo risponde al requisito "un saggio" (numero 17 indizi difficili)