mercoledì 12 giugno 2024

"Chiamami col tuo nome", André Aciman

 

Bordighera (Imperia), inizio luglio di un'estate alla metà degli anni '80. Elio ha 17 anni e ha di nuovo dovuto spostarsi nella piccola stanza che un tempo era del nonno per lasciare la sua al giovane che è stato accolto dai suoi genitori: per sei settimane, come ogni anno, suo padre - stimato professore universitario - seguirà l'ospite nella stesura della tesi e questi in cambio lo aiuterà con la corrispondenza e altre semplici mansioni.
Ma ci sarà anche il tempo per pranzi e cene conviviali, per giri in bicicletta, per giocare a tennis e, naturalmente, per godere del mar Ligure su cui si affaccia la villa di famiglia.
Quest'anno il prescelto fra i vari candidati è un giovane americano di origini ebraiche di 24 anni, Oliver. Non rimarrà uno dei tanti.

André Aciman nasce ad Alessandria d'Egitto nel 1951 dove vive fino al '65 quando con la famiglia si trasferisce a Roma. Dopo quattro anni altro trasferimento, a New York, dove vive tutt'ora. Al momento ha scritto sei saggi e otto romanzi. "Chiamami col tuo nome", pubblicato nel 2007, è la sua prima opera, riproposta da Guanda nel 2017 grazie all'uscita del film, ma nella mia wish list c'era finito solo un paio d'anni fa scoprendone l'ambientazione ligure (mentre la storia nel film è stata assurdamente spostata in provincia di Cremona!).

Mi è piaciuto ritrovare la bella, bellissima Bordighera (che nel romanzo viene ridotta a una semplice B puntata), dove ho trascorso le vacanze estive del 2020.


Il libro è altrettanto bello (ma non bellissimo). Un romanzo che mi viene difficile definire di crescita con un protagonista dotato di una cultura e di una capacità di relazionarsi con persone di ogni età che può esistere solo grazie alla fantasia di uno scrittore. Sicuramente una storia di sesso e di amore, raccontata con quella naturalezza che ogni storia di sesso e di amore dovrebbe avere, a prescindere dagli interpreti. Ci sono, devo dirlo, due scene che ho trovato disturbanti, non perché vengono vissute da due persone di sesso maschile, ma perché - per quanto non sia né di primo pelo né particolarmente schifiltosa - non riesco a trovare nulla di intrigante nelle evacuazioni intestinali e credo che le pesche siano buone senza aggiunte corporee.

Elio è la voce narrante che racconta l'estate dei suoi 17 anni quando ne sono trascorsi venti, dal momento in cui vede Oliver scendere dal taxi ("L'ospite dell'estate. L'ennesima scocciatura."), mentre il "fino a quando" chiaramente non lo dico (il libro ha anche un seguito, "Cercami", pubblicato nel 2019 e che ho già comprato).

Un libro che in fase di lettura sprigiona dolcezza e pacatezza (all'inizio è anche piuttosto lento), ma che una volta elaborato pervade di malinconia per questo amore che già in partenza non ha futuro (l'Elio diciassettenne dà per scontati una moglie e dei figli nel proprio futuro) e per i tanti Elio reali, persone che non prendono nemmeno in considerazione di mettere in atto una scelta diversa da quella di nascondersi perché è più facile fare ciò che "gli altri" si aspettano da loro. Ma saranno quelle persone a dover fare i conti con i rimpianti, non "gli altri".

Reading Challenge 2024, traccia vagabonda giugno: Egitto


lunedì 10 giugno 2024

"Oltre la siepe", Barbara Abel

 

Belgio, città e anno non precisati. I Brunelle e i Geniot sono vicini di casa: i primi, Laetitia e David, abitano al 28, nella villetta dove lei è cresciuta. Tiphaine e Sylvain hanno affittato quella di fianco, al 26. Muri comunicanti e giardini separati soltanto da una siepe. Coetanei e con interessi e principi simili, sono bastati pochi mesi per farli diventare inseparabili. Un'amicizia che si è cementata con la nascita a soli tre mesi di distanza dei rispettivi bambini, Milo e Maxime.
Una situazione ideale e idilliaca finché la tragedia più grande che possa capitare a dei genitori colpisce una delle due famigliole e da quel momento nulla sarà più come prima.

E con questo - dopo "La bambina nel bosco", "Alice" e "Morte apparente" - ho finito i romanzi della Abel che sono stati tradotti in italiano. Quest'anno ne ha pubblicato un altro, per cui i suoi titoli sono saliti a quindici ed è davvero un peccato che noi possiamo leggerne soltanto quattro perché questi thriller si distinguono nettamente dalla maggior parte che viene sfornata dove la fantasia non è infinita e spesso si ha l'impressione di "già letto", soprattutto raggruppandoli a filoni.

Scritto nel 2012, "Derriére la haine" (da cui nel 2018 è stato tratto il film "Doppio sospetto", che non vedo l'ora di guardare) è stato tradotto soltanto dieci anni dopo e, come gli altri suoi romanzi, è un thriller altamente drammatico con al centro vicende familiari.

La Abel ha uno stile riconoscibile, elegante e impietoso. I suoi personaggi non sono mai positivi o negativi in assoluto e riesce a portarli tutti ad esprimere il meglio e il peggio di se stessi, senza perdersi in considerazioni superflue o in concetti ripetuti. Molti autori lo avrebbero fatto aggiungendo cento o centocinquanta pagine inutili: la Abel, invece, ne mette insieme 302 e ognuna è rilevante, in un crescendo di intrigo e aspettativa che rende difficile interrompere la lettura.

Un consiglio: non leggete la sinossi, dice troppo.

Reading Challenge 2024, traccia stagionale crucipuzzle, primavera: cimiteri nel testo


sabato 8 giugno 2024

"Ragazze perbene", Olga Campofreda

 

Caserta, fine maggio 2017. Clara, trent'anni, da dieci ha lasciato la famiglia e la città natale per trasferirsi a Londra dove insegna italiano a ricchi stranieri rimandando a oltranza il tentativo di concretizzare il suo sogno, quello di scrivere un libro. Non ha una casa, ma soltanto una stanza in affitto, e da due anni ha una relazione con Tomas, musicista argentino conosciuto in una app di incontri, che sembra non desiderare una relazione stabile, quanto meno non con lei.
Clara a Caserta torna ogni anno per Natale, raramente per Pasqua e mai durante le vacanze estive. Maggio è un'eccezione, ma Rossella si sposa: la sua bellissima cugina, nata soltanto un mese prima di lei, due cugine figlie uniche che nella prima parte della vita sono state come due sorelle.

Olga Campofreda, come la sua Clara, è nata a Caserta nel 1987 e anche lei vive a Londra, dove insegna italiano all'Istituto Italiano di Cultura. Nel 2009 ha
pubblicato un romanzo breve, poi un saggio di critica letteraria nel 2020 e due guide per la collana Passaggi di Dogana di Perrone (Trieste e San Francisco). "Ragazze perbene", uscito a gennaio dell'anno scorso, è il romanzo che l'ha resa famosa, grazie anche all'interesse suscitato dalla collana Le fuggitive di NN editore, di cui ho già preso tutti gli altri titoli, che spero di apprezzare più di questo.

Ha deluso molto le mie aspettative, che erano alte in relazione a tutto il bene di cui ne avevo sentito, mentre per me è stato un altro libro (come "Buio" di Anna Kantoch) dove la bella scrittura non è stata sufficiente per farmelo piacere. In parte è anche un altro libro (come "Parlarne tra amici" di Sally Rooney) in cui ho avvertito un certo disagio generazionale, ma non si tratta solo di questo.

Ho trovato il libro molto superficiale per il modo in cui vengono introdotti e liquidati in una frase o in un periodo tematiche importanti (principalmente orientamento sessuale e disturbi alimentari), importanti in generale, ma importanti proprio per i personaggi. Questioni che, se approfondite, avrebbero reso il libro profondo, mentre quello che mi ha trasmesso è stato solo un grande malessere e non poco fastidio.

Clara - voce narrante - fornisce il suo solo punto di vista, penalizzando Rossella e l'intera storia che si basa proprio sul rapporto fra le due e i loro trascorsi. E' limitante avere solo una versione dei fatti anche perché (e questo è un altro difetto) Rossella sembra essere molto più interessante di Clara, che non lo è quasi per nulla.

Non ho trovato in lei "la ragazza che si ribella" di cui parla la sinossi (oltre a spoilerare gran parte del libro!), ma una persona insicura e irrisolta.
Non so quanto di autobiografico ci sia nel libro oltre alle caratteristiche sopra citate, ma Clara è una che a 28 anni considera una conquista il fatto che l'uomo che frequenta non le dica di portarsi via lo spazzolino che lei ha lasciato a casa sua e che due anni dopo continua a struggersi perché non riceve le rassicurazioni che vorrebbe riguardo al loro rapporto. Una che quando torna in Italia si vergogna di parlare del suo lavoro a Londra. Una che quando le chiedono di dov'è risponde "di Napoli" perché Caserta non è abbastanza!

Clara, più che una ribelle, l'ho vista come una che scappa, mi è mancata la sottintesa contrapposizione fra lei e le "ragazze perbene", quelle che si conformano alle aspettative della famiglia soffocando ciò che sono e ciò che vorrebbero perché è quello che ci si aspetta da loro.
E poi quel perbene cosa vuol dire? La storia attribuisce a questa parola un significato che per me è profondamente provinciale e bigotto: alle persone perbene, alle brave persone, attribuisco valori molto diversi. Può essere perbene anche chi fa sesso a tre (e farlo non rende ribelli).

Turismo di immagini, uno scorcio della città vecchia di Caserta:



Reading Challenge 2024, traccia stagionale crucipuzzle, primavera: passato nel testo

giovedì 6 giugno 2024

"Revolutionary Road", Richard Yates

 

Revolutionary Hill Estates è un complesso residenziale dove il ceto medio può condurre la sua esistenza raccolto nell'amata bolla fatta di ordine, pulizia, quiete e benessere, mantenendo New York a una distanza tale da permettere un tranquillo pendolarsimo a chi ci lavora.
April e Frank Wheeler - 29 anni lei e 30 lui - ci si sono trasferiti due anni prima con i loro bambini, Jennifer e Michael, ma adesso (siamo all'inizio della primavera del 1955) vogliono staccarsi da quell'esistenza borghese per concretizzare il sogno di trasferirsi in Europa, l'unica parte del mondo in cui vale la pena vivere, a detta di Frank.

Opera prima di Richard Yates, scrittore, giornalista e sceneggiatore statunitense (1926 - 1992), uno splendido drammone scritto nel 1961 che tre anni dopo venne tradotto in italiano da Garzanti con il titolo "I non conformisti" e riproposto nel 2003 da Minimum Fax, che invece ha mantenuto il titolo originale.

Una scrittura di altissimo livello, 439 pagine divise in tre parti che hanno come protagonista assoluta questa coppia giovane, bella e (all'apparenza) completa.
Attorno a loro una manciata di altri personaggi.
Shep e Milly Campbell, la coppia di amici residente in Revolutionary Road con cui i Wheeler trascorrono le serate condividendo alcoolici, sigarette e azzardate performance teatrali.
La signora Givins, l'immobiliarista un po' impicciona; il marito di questa, che ha trovato il modo per far funzionare il matrimonio spegnendo l'apparecchio acustico; e il figlio della coppia, un uomo sottoposto a trentasette elettroshock nell'ospedale psichiatrico da dove può uscire per brevi permessi domenicali, arrivando così a conoscere i Wheeler.
La figura che ho preferito dell'intero romanzo per il suo modo di comunicare senza i filtri del perbenismo e dell'educazione.

Il romanzo, pur raccontando una storia tutto sommato banale, è carico di tensione. Nel 1955 non c'erano ancora i social dove fingere esistenze da famiglia del Mulino Bianco, ma il desiderio di apparire migliori di quel che si è non è un vizio dei tempi moderni: semplicemente un tempo si aveva un pubblico minore, fatto solo di parenti, amici, conoscenti, colleghi di lavoro e vicini di casa.
E quello che emerge dal passato o che fa parte del presente (celato agli altri, ma spesso anche a se stessi) non è sempre bello, meno che mai invidiabile.

Ciò che vive April, ragazza e poi donna in un'epoca in cui alle ragazzine era concesso come unico sogno quello di "emulare le loro madri: conquistare un uomo, metter su casa, avere dei figli e così via", evidenzia l'importanza delle lotte delle donne negli anni '60 e '70 del secolo scorso, la sacralità delle loro conquiste di cui ancora oggi non tutto il pianeta beneficia e che c'è chi osa mettere in discussione anche alla nostra latitudine!

La nota biografica finale, che riassume la vita dell'autore condizionata da problemi di alcoolismo e di depressione, ha aggiunto un certo carico di angoscia a questa lettura già di per sé piacevolmente triste che mi ha lasciato il vivo desiderio di recuperare anche gli altri suoi sei romanzi.

Reading Challenge 2024, traccia stagionale crucipuzzle, primavera: campagna nel testo

martedì 4 giugno 2024

"Final Girls. Le sopravvissute", Riley Sager

 

Stephen Leibman bussa alla porta della casa sede di una sorellanza nell'Indiana. Uccide nove ragazze con un coltello da caccia. Unica sopravvissuta: Lisa Milner.
Quattro anni dopo Calvin Whitmer uccide cinque persone con un trapano in un motel di Tampa, in Florida. Unica sopravvissuta: Samantha Boyd.
Otto anni dopo Joe Hannen uccide cinque studenti universitari con un coltello da cucina in un rifugio sui Poconos, in Pennsylvania. Unica sopravvissuta: Quincy Carpenter.

New York, inizio autunno di un anno non precisato. Sono trascorsi dieci anni dalla strage di Pine Cottage e Quincy ha voltato pagina, almeno all'apparenza. Adesso ha 29 anni, cura un blog di pasticceria e vive con il suo compagno Jeff a due passi da Central Park. Nella sua mente c'è un vuoto di un'ora: di quella notte al rifugio non ricorda nulla dal momento in cui aveva visto la sua amica Joelle uscire dal bosco orrendamente ferita fino a quando, anch'essa ferita, era riuscita ad arrivare alla strada buttandosi fra le braccia del poliziotto che le stava andando incontro. Quell'uomo era Coop. Dopo non hanno mai perso i contatti, così è da lui che viene a sapere che Lisa si è uccisa tagliandosi le vene. 

Le 117 pagine lette tutte d'un fiato ieri sera (e per me sono tante) per concludere il libro e scoprire come sarebbe andato a finire mi dicono che sarei un'ingrata se ora lo criticassi, ma - nonostante a un certo punto la storia mi abbia presa tantissimo, come ci si aspetta da ogni thriller e come, invece, spesso non accade - non posso parlarne come di un romanzo perfetto perché non lo è.

Scritto nel 2017, opera prima di Riley Sager, statunitense classe 1974, fra i capitoli ambientati nel presente (con Quincy come voce narrante) ne inserisce alcuni dedicati alla notte della strage nel rifugio (fatti descritti in terza persona), ricostruendo man mano le rispettive dinamiche (non sempre convincenti) diventando così un doppio thriller perché il mistero avvolge sia il passato che l'oggi.

Sager non approfondisce la sindrome del sopravvissuto, come era logico aspettarsi, aggiungendo invece aspetti superflui: si sarebbe potuto fare a meno di almeno un centinaio delle sue 432 pagine eliminando alcuni risvolti che non sono utili alla vicenda vera e propria. In particolare non c'era alcun bisogno di trasformare Quincy e Samantha in guerriere della notte, con espressioni come "Dacci dentro, tigre", un buon esempio di quello che è il maggior difetto del libro: i dialoghi. Un livello davvero basso, più adatto a un Young Adult che a un romanzo destinato a un target diverso.

Ma sono proprio i personaggi, col loro modo di ragionare e di comportarsi, ad avere spesso tendenze adolescenziali abbastanza disturbanti, che finiscono col penalizzare fortemente il libro, nonostante abbia più suspense di tanti altri thriller in circolazione e per questo leggerò ancora Sager, sperando di trovare una maggiore maturità nei suoi titoli successivi.

Turismo di immagini, la bellezza delle Pocono Mountains:


Reading Challenge 2024, traccia stagionale crucipuzzle, primavera: vittima nel testo

sabato 1 giugno 2024

Reading Challenge: le tracce di giugno

      


TRACCE MENSILI


Tracce mensili:
  • libri con una persona di profilo in copertina
  • libri con più di venti capitoli
  • libri ambientati in città di mare

Traccia gioco di società: 
Villainous, libri in cui c'è un cattivo


Traccia vagabonda: 
  • Egitto: Chiamami col tuo nome, André Aciman (2 punti)


Traccia stagionale crucipuzzle, primavera:
  • Lady Chevy, John Woods (3 punti)
  • Il mercante di via Venti, Maria Masella (2 punti)
  • Titanic: un viaggio che non dimenticherete, Massimo Polidoro (3 punti)
  • Perché hai paura?, Jérome Loubry (3 punti)
  • Motel Life, Willy Vlautin (2 punti)
  • Brava gente, Margherita Oggero (2 punti)
  • Final Girls. Le sopravvissute, Riley Sager (4 punti)
  • Revolutionary Road, Richard Yates (4 punti)
  • Ragazze perbene, Olga Campofrida (2 punti)
  • Oltre la siepe, Barbara Abel (3 punti)

I miei punti di giugno: 30



mercoledì 29 maggio 2024

"Brava gente", Margherita Oggero

 

Torino, una serata di metà ottobre di un anno non specificato. "Secondo me Oreste sarebbe da ammazzare": un'affermazione grave in bocca a chiunque, ma quando a pronunciarla è una ragazzina di 15 anni la faccenda è ancora più preoccupante e diventa destabilizzante quando si apprende che l'Oreste che vorrebbe uccidere è suo padre.
Lei è Deborah (Debby), studi interrotti dopo la licenzia media e due lavoretti, baby-sitter per una vicina di casa e badante per un'altra.
Quest'ultima è l'ultra novantenne Caterina Mazzacurati, vedova da più di cinquanta, che adesso teme (con ragione) che il figlio voglia chiuderla in una casa di riposo, quello stesso figlio che anni prima le aveva fatto vendere il bell'appartamento in centro piazzandola in quello meno bello a Barriera di Milano.
Anche Linda, la madre di Debby, nonché moglie di Oreste, aveva dovuto vendere l'appartamento del centro - regalo di matrionio dell'agiato padre - per mettere una pezza alla catastrofe causata dal marito. Un disastro, ma che adesso Debby se ne esca con questa idea del volerlo far fuori le sembra decisamente un po' eccessivo.

Scritto nel 2023 è al momento l'ultimo romanzo di Margherita Oggero e non è uno dei migliori. Una pletora di storie indivudiali che hanno per protagonisti gli abitanti del quatiere e di un caseggiato in particolare.

Wikipedia mi spiega che Barriera di Milano è un antico quartiere a nord di Torino: nel 1853 venne costruita attorno alla città una cinta daziaria dotata di varchi, chiamati barriere, e che quella di piazza Crispi venne chiamata di Milano perché guardava in quella direzione.

Un quartiere proletario dove la Oggero colloca la sua "brava gente" raccontandoci le loro storie. Il libro è preceduto da un lungo elenco, "Personaggi: protagonisti, comprimari e comparse, in ordine di apparizione", una trovata più originale che utile, un'accozzaglia di nomi che prima della lettura serve solo a inquietare pensando che sono troppi, che non si riusciranno mai a memorizzare, eccetera. Uno spavento inutile perché una buona parte è, come precisato, una comparsa e solo leggendo si capisce chi è importante e quali sono i vari legami.

Di gente brava ce n'è ben poca fra ladri, spacciatori, puttanieri e altro, e la maggior parte sembra pronta per il festival dei tamarri, ma la Oggero è la Oggero e le stoccate che tira non sono poche.
Per quei politici che costruiscono le proprie campagne sugli slogan e per quegli elettori che continuano a cascarci; per quei genitori che anziché punire i figli per una nota grave vanno a scuola e prendono a pugni l'insegnante e per quelli che hanno sostituito il dizionario dei nomi con una rivista di gossip creando una generazione di Sharon, Nathan, Colin e Chanel che accostati a cognomi come Gaudino o Nuzzolese fanno morire dal ridere, per non piangere; per le trasmissioni come "C'è posta per te" e per i telespettatori che credono nella geniunità che rifilano.
Più serie considerazioni sul disagio delle nuove generazioni e sulla mancanza di prospettive patite in certe situazioni sociali.

Infine l'ultimo breve capitolo, che non è fuori dalla storia come potrebbe sembrare e chi non ne ha capito il senso non deve attribuire colpe alla Oggero, ma limitarsi a leggere autori meno raffinati.


Reading Challenge 2024, traccia stagionale crucipuzzle, primavera: chiave nel testo


lunedì 27 maggio 2024

"Motel Life", Willy Vlautin

 

Reno (Nevada), inizio novembre 1996. "Frank, sono rovinato": è questo che Jerry Lee dice svegliando suo fratello in piena notte. Jerry Lee piange a dirotto, ma ciò che colpisce il fratello minore è quello che indossa: un giaccone nero, gli scarponi da lavoro e le mutande. Niente pantaloni. Polly Flynn si è arrabbiata con lui e glieli ha bruciati, racconta. Quindi se ne è andato e si è messo al volante, nonostante fosse un po' sbronzo, ma è stato per colpa della neve se non ha visto il ragazzino in bicicletta. Se lo è trovato davanti all'improvviso e lo ha centrato in pieno. Lo ha ucciso! E poi, non sapendo cosa fare, ha caricato il corpo in macchina, che adesso è nel parcheggio del motel.

"Siamo tutti incasinati, quindi tendiamo a stare con gente incasinata. E per me è giusto che sia così. Ma questo non vuol dire che siamo persone cattive, no? Se sei stato sfortunato non vuol dire che lo sarai sempre, no? Certa gente è sfortunata, ma le cose possono cambiare. Non penso che ci sia gente condannata alla sfortuna."

Forse non esiste un abbonamento alla sfortuna, ma a volte è difficile credere che sia così.

I fratelli Flannigan sono due giovani uomini: non ci viene detta l'età, sappiamo solo che hanno due anni di differenza. Appartengono a quella categoria di persone da cui si tende a prendere le distanze: due disadattati per i quali comprare un cartone da sei di birra rappresenta la prima cosa da fare quando le cose vanno male. Persone di cui è facile ritenersi migliori. Ma sulla base di cosa? Perché siamo più stabili, più ricchi, più puliti? Ma cosa sarebbe successo a Frank e a Jerry Lee se il padre non avesse abbandonato la famiglia per scappare dalla città e dai suoi debiti di gioco quando erano bambini? E se la madre non fosse morta di cancro quando erano adolescenti? E se il nonno materno, l'unico parente rimasto, se li fosse portati nel Montana anziché lasciarli in un motel di Reno con 200$ e tante scuse per non volerli fra i piedi? E se Jerry Lee non avesse perso la parte inferiore di una gamba per una stupida ragazzata sei mesi dopo la morte della madre?

E se, e se, e se... Non ci pensiamo mai, ma forse non ci sono persone migliori di altre, ma solo degli "e se" diversi.

Fino a marzo non avevo mai sentito nominare Willy Vlautin. Poi mi è apparsa la copertina di un suo libro in una pubblicità di Amazon su Facebook, ho letto la trama e mi ha colpita, l'ho cercato su Wikipedia: nato proprio a Reno nel 1967, fra il 2006 e il 2021 ha scritto soltanto sei romanzi, dei quali "Motel Life" è il primo.

Nella postfazione scritta nel 2020 spiega il fenomeno dei motel a Reno, nati per dare un posto dove dormire ai frequentatori dei casinò. Ce n'erano più di 120, successivamente caduti in declino con la nascita dei casinò che offrivano anche stanze per la notte. La cosa curiosa è che fin dai suoi sette anni sognava di vivere in uno di quei motel e se questo era il suo sogno da bambino mi viene da pensare che abbia collezionato anche lui una sfilza di sfortunati "e se".

Libro meraviglioso sulla miseria e il disagio sociale, una scrittura che mi ha fatto innamorare di ogni singola parola ed era da Kent Haruf che non vivevo un simile idillio. Due protagonisti a cui è impossibile non affezionarsi.
Siamo appena a maggio, ma credo di aver già trovato la mia miglior lettura dell'anno.

Reading Challenge, traccia stagionale crucipuzzle, primavera: notte nel testo

venerdì 24 maggio 2024

"Gang Bang", Chuck Palahniuk

 

"Per convincere una donna a recitare in un film a luci rosse devi offrirle un milione di dollari. Per convincere un uomo basta chiederglielo."

E, infatti, a Cassie Wright bastano pochi giorni dalla pubblicazione dell'annuncio per radunare i seicento uomini che le servono, seicento uomini che devono soddisfare tre soli requisiti: essere maggiorenni, presentare un certificato medico e avere un'erezione.
Perché quello che dovranno fare è avere un rapporto, possibilmente veloce, con Cassie davanti a una telecamera. Lei è una pornostar ("Ha un livello tecnico infinitamente superiore a quello delle sue colleghe") e vuole trasformare la sua performance finale in un record mondiale imbattibile: una gang bang colossale!

Romanzo particolare, ma meno di quanto mi aspettassi: anche meno spinto e meno divertente di come lo avevo immaginato. E' il nono dei diciotto scritti finora da Palahniuk, autore statunitense classe 1962 che deve la sua fama internazionale principalmente al film tratto dalla sua prima opera, "Fight Club".
Leggendo la descrizione del suo stile riportata su Wikipedia mi ero un tantino preoccupata (scrittura priva di avverbi, improvvise interruzioni, ripetizioni a effetto, vocabolario limitato, eccetera, eccetera): non ho letto altro di lui, ma "Gang Bang" ha una scrittura assolutamente normale, scorrevole, priva di stravaganze. Meglio così.

L'intera scena si svolge nel capannone dove sono stati radunati i seicento che hanno risposto all'annuncio e che adesso aspettano che Sheila, la coordinatrice, li chiami a gruppi di tre per accompagnarli sul set. A ognuno è stato assegnato un numero che la stessa Sheila ha scritto sul bicipite con un pennarello indelebile. Il libro ha quattro voci narranti che si alternano nei trentacinque capitoli: Sheila, il numero 72, il numero 137 e il numero 600.

"Seicento maschi.
Una regina del porno.
Un record mondiale destinato a durare per sempre, Un film imprescindibile per ogni collezionista di materiale erotico che sappia il fatto suo.
Non uno di noi era partito con l'idea di fare uno snuff movie."

Ho iniziato il libro aspettandomi di ridere tanto, cosa che ho fatto grazie ai titoli dei film interpretati da Cassie che sono veri capolavori del riadattamento: Il culo oltre la siepe, Ai pompini della realtà, La donna che venne due volte, Chitty Chitty Gang Bang (che ovviamente è un musical) e tantissimi altri.

E' ricco di aneddoti su svariati film normali e famosissimi ("Cantando sotto le stelle", "Il mago di Oz", "Tre moschettieri", eccetera) e all'inizio non mancano descrizioni esilaranti...

"Cassie Wright ha passato sei mesi a seguire come un’ombra un endocrinologo, imparando il suo lavoro, studiandone i comportamenti e il linguaggio corporeo, prima di interpretare la dottoressa dell’innovativo film a luci rosse Ammucchiata posteriore al pronto soccorso.
Ha trascorso sei mesi a fare ricerche, scrivendo ai superstiti e studiando le carte del tribunale, prima di mettere piede sul set di Ammucchiata posteriore sul Titanic. Nell’unica battuta di dialogo che pronuncia, quando Cassie Wright dice: Stanotte questa nave non sarà l’unica a prenderlo in quel posto…"

...ma il romanzo rivela in fretta un alto tasso di drammaticità. Ognuna delle voci narranti ha la sua storia e nessuna è invidiabile, come non lo è quella di Cassie, che loro ci raccontano.

E questo non è un difetto, anzi, "Gang Bang" è un libro profondo e non uso questo termine per fare una battuta di dubbio gusto ^^

Però non è quello che mi aspettavo e forse ci sono rimasta un po' male.

Reading Challenge 2024, traccia di maggio: libri con il titolo scritto in una lingua straniera

mercoledì 22 maggio 2024

"Le assaggiatrici", Rosella Postorino

 

Gross-Partsch, autunno 1943. Rosa Sauer ha 26 anni ed è arrivata da appena una settimana nella Prussia Orientale quando viene reclutata dalle SS. Ogni giorno lei e altre nove donne tedesche vengono portate alla mensa della Wolfsschanze, la Tana del Lupo, dove devono assaggiare ciò che in seguito verrà servito al Führer, se nessuna di loro manifesterà segni di avvelenamento. Cavie umane regolarmente retribuite, uno stipendio più alto di quello percepito da Rosa quando lavorava come segretaria a Berlino. E' in ufficio che aveva conosciuto Gregor, il suo capo che poi sarebbe diventato suo marito. E quando lui si era arruolato l'aveva mandata dai suoi genitori perché considerava la campagna più sicura della città, senza immaginare che anche lì Rosa avrebbe rischiato di morire ogni giorno, a ogni boccone.

Libro pluripremiato (fra i tanti il Campiello nell'anno della pubblicazione, il 2018) che non mi ha mai attratta abbastanza da inserirlo nella mia wish list. Ma è a lui che ho pensato vedendo che una delle tracce di maggio della Reading Challenge richiedeva libri ambientati durante una guerra.

E' una storia romanzata che ricalca quella reale vissuta da Margot Wölk, la quale fece veramente parte del gruppo di donne (quindici e non dieci come nel libro) che vennero ingaggiate con il solo scopo di poter verificare che il cibo destinato a Hitler non fosse stato avvelenato: durante la tarda mattinata le quindici dovevano assaggiare tutto e attendere per un'ora. Se in nessuna compariva alcun genere di disturbo allora anche il Führer poteva mangiare.

La Wölk raccontò questa esperienza durante un'intervista rilasciata in occasione del suo 95° compleanno, vale a dire moltissimi anni dopo, nel dicembre 2012. Peccato per questo ritardo: penso che se ne avesse parlato prima qualcuno avrebbe avuto il tempo per scrivere la sua biografia, che avrebbe avuto un valore ben maggiore di due romanzi dove ai fatti reali si mischia la fantasia di chi li ha scritti.

Due perché, sempre nel 2018, V.S. Alexander - autore (credo) statunitense - pubblicò "Al servizio di Adolf Hitler" che racconta gli stessi fatti: una curiosa coincidenza di cui mi piacerebbe conoscere i retroscena.

Questo della Postorino, il suo quarto romanzo dei sei scritti fino a questo momento, è uno di quei libri che strizzano l'occhio ai premi letterari italiani, confezionati per raccogliere il maggior numero di consensi.

Dal punto di vista stilistico il libro non ha difetti: ben scritto, scorrevole e per niente noioso, come invece qualcuno me lo aveva descritto.

La protagonista non è nazista: il padre - così come quello della Wölk - aveva rifiutato di aderire al partito, e Rosa, come la Wölk, non aveva fatto parte della Lega delle ragazze tedesche (l'analogo femminile della Gioventù Hitleriana). Se per altre assaggiatrici (quelle che vengono definite invasate, e non faccio fatica a immaginarle) morire per Hitler sarebbe stato un onore, per Rosa quel lavoro è l'imposizione che è e la Postorino all'inizio riesce a trasmettere la paura che prova, ma presto subentrano elementi che, stemperando la drammaticità della storia, la fanno diventare quasi una favoletta, con tanto di risvolto d'amore.

La Wölk nell'intervista aveva raccontato che in seguito aveva impiegato molti anni prima di riuscire a mangiare godendo di nuovo del cibo. Se provo a immaginare quei momenti vedo una grande mensa militare con quindici donne sedute ai tavoli attorniate da SS armate, dove parla solo chi impartisce ordini mentre chi li subisce deve fare in fretta ciò che viene loro imposto.

Nel libro le donne chiacchierano, scherzano e litigano, nascono alleanze e antipatie, si scambiano addirittura i piatti e - seppur ogni tanto venga ricordato - la paura che quel cibo possa essere davvero avvelenato si affievolisce in fretta.

Tutto troppo poco realistico, compreso il modo in cui viene raccontato l'attentato al Führer del 20 luglio 1944: si lascia intendere che il colonnello che piazzò la bomba all'interno della Wolfsschanze e le persone che lo circondavano fossero mosse dal desiderio di libertà e democrazia, mentre i cospiratori dell'Operazione Valchiria miravano a eliminare Hitler perché con lui al potere avevano paura di perdere la guerra.

Discutibile anche il finale che, con un balzo di quarantacinque anni, riassume solo brevemente la vita di Rosa negli anni immediatamente successivi alla fine del conflitto, nulla a che vedere con quanto accadde alla Wölk, unica sopravvissuta delle quindici assaggiatrici, ma che dopo la battaglia di Berlino venne segregata per due settimane dai soldati russi e violentata con una brutalità tale da renderla sterile.
Avrebbe davvero meritato una biografia autentica.

Reading Challenge 2024, traccia gioco di società di maggio, Risiko: libri ambientati durante una guerra


domenica 19 maggio 2024

"Parlarne tra amici", Sally Rooney

 

Dublino, maggio inoltrato di un anno non precisato. Frances e Bobbi sono ex compagne di scuola, ex coinquiline ed ex amanti. Una relazione durata poco più di un anno a cavallo fra i loro sedici e diciassette. Era stata Bobbi a chiuderla. Bobbi: quella più bella, più benestante, più decisa. Ma da quel rapporto ne è nato un altro, di amicizia e di complicità che si è consolidato nel tempo. Adesso di anni ne hanno 21 e una sera, dopo essersi esibite in uno spoken word, conoscono Melissa, scrittrice e fotografa, che le invita a proseguire la serata a casa sua. Ed è lì che incontrano Nick, il marito di lei, più giovane di cinque anni (37 vs 32), che compensa con la bellezza la sua mediocrità di attore.
Nasceranno nuovi legami che finiranno con ingarbugliare ancora di più quelli preesistenti.

Sally Rooney, nata a Dublino nel 1991, ha scritto questo suo primo romanzo nel 2017, quindi quando aveva 26 anni: è a questo libro che ho subito pensato quando ho letto la traccia di maggio della Reading Challenge, libri scritti quando l'autore aveva meno di trent'anni.

Un libro di una millenial per i millenials, cosa che mi porta a essere decisamente fuori target, proprio come immaginavo e temevo. Non solo perché i 21 anni li ho superati da un pezzo, ma anche perché - avendoli avuti nel 1990, proprio quando la Rooney veniva concepita - li ho vissuti in maniera diversa rispetto alle due ragazze del libro.

Tutto sommato non mi è dispiaciuto (e meno male, visto che possiedo già anche gli altri due titoli dell'autrice), ma faccio fatica a capire il clamore suscitato all'uscita.

"Sally Rooney ha scritto il caso letterario dell’anno. Parlarne tra amici è il romanzo sull’amore e il tradimento nel nostro tempo."
(The New Yorker)

Acclamato anche come "l'esordio più importante in lingua inglese", è senza dubbio un libro ben scritto e ben strutturato, ma non l'ho trovato né scandaloso come penso mirasse ad apparire né maturo come mi è capitato di sentirlo definire e non dipende dal non potermi ritrovare in quello che racconta per questione di età e di percorsi di vita diversi se ho rilevato una certa superficialità nel trattare i temi importanti che la Rooney ha buttato dentro (abbiamo malattia, autolesionismo, tradimenti e in generale rapporti difficoltosi con genitori, amanti e amici) senza approfondimenti degni di nota.

Non aiuta la voce narrante in prima persona: succede spesso, ma in questo caso, oltre a conoscere le situazioni e i personaggi attraverso il solo punto di vista di Frances, ci viene detto poco anche di lei, di cui veniamo informati soprattutto di quello che fa, non tanto di quello che pensa o che prova.

È una ragazza con un'insicurezza così esasperante che finisce con intenerire per la sua costante ricerca dell'approvazione altrui, nel perenne confronto con l'amica.

"La parte migliore, e la più pura espressione di quello che stavo cercando di fare, vale a dire fare di me quel tipo di persona: qualcuno degno di lode, degno d’amore."

Sorvolando su una disgustosa pasta condita con olio e aceto, quello che mi aspettavo - perché ne avevo sentito parlare in questi termini - era una gran quantità di uso dei social nei contatti. Certo ci sono telefonate, scambi di messaggi, di e-mail e Frances che a un certo punto rilegge tutta la cronologia della chat con Bobbi, come un tempo avremmo trovato la rilettura di lettere, ma non sono dettagli particolarmente rilevanti. O forse otto anni dopo l'uso del web per comunicare non colpisce più nessuno.

Piuttosto linko Wikipedia a beneficio di chi, come me, non avesse ben chiaro cosa sia uno spoken word.

Reading Challenge 2024, traccia di maggio: libri scritti quando l'autore aveva meno di trent'anni


venerdì 17 maggio 2024

"Perché hai paura?", Jérome Loubry

 

Tours (Francia), settembre 2019. Per la seconda lezione François Villemin sceglie di esporre un caso particolare ai suoi allievi, "il rifugio Sandrine", che tratta di una giovane donna trovata in stato confusionale sulla spiaggia di Villers-Sur-Mer, in Normandia, nel novembre del 1986, ricoperta di sangue, non suo. Alla psichiatra dell'ospedale locale aveva raccontato una storia ricca di dettagli e di stranezze, iniziata su una piccola isola poco distante dalla costa dove sua nonna aveva vissuto dal 1949 e dove lei aveva dovuto recarsi alla sua morte per prendere le cose ricevute in eredità, trovando un ambiente ostile e dovendo scappare dal maligno della ballata di Goethe, il Re degli Elfi, quello che vive nella foresta e che uccide i bambini che la attraversano. Un mostro di cui anche la nonna aveva paura.
Una storia lunga e complessa che il docente racconta ai suoi studenti (e a noi lettori).

"Les rifuges", questo il titolo originale, scritto nel 2019, è il terzo dei sette romanzi pubblicati da Jérome Loubry (autore francese classe 1976, nato a Saint-Amand-Montrond, un piccolo comune nel Berry, dove ha ambientato una porzione della vicenda) e il primo a essere stato tradotto in italiano, tre anni fa.

Mi incuriosiva tantissimo perché su un profilo IG che seguivo veniva sempre menzionato come il thriller più amato: adesso che l'ho letto lo consiglierò anch'io agli amanti del genere, principalmente per la sua originalità.

Impossibile entrare nei dettagli senza fare spoiler, è un libro che va letto e goduto, immergendosi in un'ambientazione e in un'atmosfera che Loubry riesce a rendere cupe e claustrofobiche come la storia richiede, con una gestione dei diversi piani temporali, così comuni in tanti romanzi, che arriva a creare una struttura a scatole cinesi in cui ci si accorge di essersi persi solo a meccanismo svelato.

E per il turismo di immagini ecco la bella Villers-sur-Mer:


Reading Challenge 2024, traccia stagionale crucipuzzle, primavera: fantasma nel testo


mercoledì 15 maggio 2024

"Il colore del vetro", Francesco Caringella

 

"En este mundo traidor no hay ni verdad ni mentira. Todo es segundo el color del cristal con que se mira"
Duque De Rivas

Roma, 7 luglio 2000. Maurizio Salinaro sta sostenendo l'ultima prova scritta del concorso per diventare magistrato: il terrore di non farcela - un fallimento che diventerebbe definitivo visto che si tratta del suo terzo, e quindi ultimo, tentativo - gli provoca un blackout totale proprio sull'ultima domanda: "E' possibile rispondere di tentato omicidio a titolo di colpa?".
Viene salvato da un ragazzo grande e grosso dai capelli rossi che gli fornisce la risposta cruciale: "Stai tranquillo, il tentativo colposo non è mai possibile: giurisprudenza costante".
Milano, 7 novembre 2010. Inizia il processo per rapina a mano armata che vede alla sbarra Michele Rivoli, detto il roscio per via del colore dei suoi capelli. Uno dei tre giudici chiamati a decidere è Maurizio Salinaro, a cui sembra di aver già visto l'imputato, ma un attimo dopo pensa che che sia impossibile...

Scritto nel 2012, opera prima di Francesco Caringella, di cui ho già letto altri quattro romanzi successivi a questo. Non disponibile in formato digitale, l'ho cercato a lungo prima di trovarne nel febbraio scorso una copia cartacea in vendita su Vinted.
Fortuna o sfortuna?
Di sicuro la gioia nell'averlo finalmente trovato non si è estesa alla lettura e se lo avessi letto per primo probabilmente avrei abbandonato Caringella senza leggere altro di suo.

La storia che racconta non è male, chiaramente ruota attorno all'identità dell'uomo dai capelli rossi ed è abbastanza originale, con un finale diverso da quello che ci si potrebbe aspettare.

Il contesto permette all'autore - che, fra le varie cariche, è anche un magistrato - di inserire pensieri del tutto condivisibili.

"Povertà, ignoranza, cattivi esempi. Non si sceglie la strada della criminalità."
"Non uno di quei colletti bianchi che delinquono per avidità, ma un disperato che non aveva avuto alternative dalla vita."

Dure stoccate ai giuristi, secondo i quali "bisogna applicare la legge in base a quello che essa dice, senza curarsi della ragionevolezza delle conseguenze a cui approda. Avrebbe voluto vederli quei professoroni, con le loro sofisticate teorie, alle prese con le lacrime e il sangue di un processo vero".

E interessanti considerazioni sulle difficoltà che gli addetti ai lavori possono trovare sia in fase di istruttoria che processuale, ad esempio su quanto il riconoscimento da parte di testimoni oculari non costituisca sempre una prova netta perché la memoria visiva non è affidabile come si pensa.

Ma il libro è fortemente penalizzato da una scrittura dilettantistica e antiquata (ben diversa da quella degli altri titoli letti), con comportamenti e dialoghi da parte di tutti i personaggi fortemente anacronistici, con troppi cliché, con troppe ripetizioni, con coincidenze necessarie, ma eccessive, con molto body shaming e con un sessismo veramente fastidioso.

Reading Challenge 2024, traccia annuale marzo, Festival di Sanremo: abbino il libro a "La genesi del tuo colore" (2021)


domenica 12 maggio 2024

"Come fermare il tempo", Matt Haig

 

Londra, 2017. Tom Hazard ha 41 e viene assunto alla Oakfield School come insegnante di storia. In realtà il suo vero nome è Estienne Thomas Ambroise Christophe Hazard e di anni ne ha 436.
Nato il 3 marzo 1581 in un piccolo castello francese, a diciotto anni - già orfano di padre, morto in battaglia - perde anche la madre, affogata dopo essere stata accusata di stregoneria a causa di quel figlio che non invecchiava mai.
In realtà Tom e quelli come lui invecchiano, ma lo fanno molto, molto lentamente. E' per questo che più di quattrocento anni dopo ne dimostra ancora una quarantina: una condizione invidiabile solo all'apparenza, in realtà una condanna alla solitudine.

"La prima regola è non innamorarsi. Ce ne sono altre, ma questa è la principale. Non innamorarsi. Non amare. Non sognare l’amore. Se tieni fede a questa regola, andrà tutto bene.
Non creare legami con il tuo prossimo, e vedi di affezionarti il meno possibile alle persone che incontri. Perché altrimenti finirai col perdere lentamente la ragione.
"

Quando ho visto che una delle tracce di maggio della Reading Challenge chiedeva di leggere libri il cui titolo cominciasse con la parola "Come" ho immediatamente pensato a questo, che giaceva nella mia wish list da molti anni.
Curiosamente, vista la storia che racconta, è stata una sorpresa scoprire che è stato scritto soltanto nel 2017: ero convinta che fosse molto più vecchio, forse perché se ne è parlato tantissimo.

Una fama a mio avviso esagerata: è un libro piacevole che si lascia leggere velocemente, di gran lunga migliore de "La biblioteca di mezzanotte", che avevo letto tre anni fa, ma comunque un'altra favoletta zeppa di metafore, filosofia spicciola e tanti buoni sentimenti, tutti condivisibili, ma sempre un po' scontati e superficiali.

Una superficialità che mi ha delusa soprattutto riguardo ai due macro argomenti che fanno da sottofondo a tutta la vicenda, la pace nel mondo e la tutela dell'ambiente.

"Gli esseri umani non imparano mai niente dalla Storia. Il XXI secolo potrebbe rivelarsi una brutta copia del XX , ma cosa possiamo farci? Nel secolo scorso, in tutto il mondo le menti erano dominate da utopie diverse che non potevano coincidere. La ricetta perfetta per il disastro, purtroppo ormai ben nota. E adesso l’empatia stava svanendo, come era già capitato spesso. La pace era fatta di porcellana, come era sempre stato."

Ma c'è qualcosa di più banale del dire "la storia si ripete"? Un autore che vuole scrivere sul tema dovrebbe essere in grado di esprimere qualcosa di rilevante, non limitandosi alla compiacenza.

Peggio ancora riguardo lo stato del pianeta. Dopo una banale constatazione...

"E non c'è bisogno di essere un genio per sintonizzarsi su un notiziario e trarne la conclusione che probabilmente non ce ne resta molto [di tempo]. Le altre sottospecie di homo, come i Neanderthal, l'Homo di Denisova o i cosiddetti "Hobbit" dell'Indonesia, si sono dimostrate schiappe a lungo termine, perciò è molto probabile che anche noi faremo altrettanto."

...Haig prosegue scrivendo:

"Per le effimere va bene così. Va bene così se sai di avere davanti a te solo altri trenta o quarant'anni. Puoi permetterti di pensare in piccolo."

Chiarito che effimere è come vengono chiamate nel libro le persone con un ciclo di vita normale, il concetto espresso in questa frase è sbagliato perché si adatta soltanto a chi - come me - non ha né figli né alcun tipo di discendenza: solo in questo caso è sufficiente che il mondo vada avanti per i pochissimi decenni che restano da vivere. Ma la maggior parte della gente ha figli e ha, o avrà, dei nipoti che a loro volta facilmente si riprodurranno. Chi ha una progenie deve fare tutto quello che può per mantenere la Terra vivibile ben più a lungo di quello che serve a me e, come dico sempre in questi casi, mi lascia sempre perplessa quel mix di mancata lungimiranza e di ignoranza in cui si crogiolano i più.

In definitiva dubito di tornare a leggere questo autore, ma lo ricorderò con questo, che per me è il suo passaggio migliore.

"Gli altri animali non hanno il progresso , si dice. Ma la mente umana in quanto tale non progredisce. Rimaniamo gli stessi scimpanzé sopravvalutati, solo che abbiamo armi più grosse. Abbiamo conoscenze sufficienti a renderci conto che siamo solo una massa di quanti e particelle, proprio come tutto il resto, eppure continuiamo a sforzarci di distinguerci dall’universo in cui viviamo, di conferire a noi stessi un significato maggiore rispetto a quello di un albero, di un sasso, di un gatto o di una tartaruga."

Reading Challenge 2024, traccia di maggio: libri il cui titolo inizia con la parola "come"

mercoledì 8 maggio 2024

"Buio", Anna Kantoch

 

Una bella prosa basta a fare di un libro un buon libro? Evidentemente sì, altrimenti "Buio" non avrebbe ricevuto il premio Zulaski.

Ma una bella prosa basta a farmi piacere un libro? Assolutamente no. Anche se invecchiando il mio modo di giudicare i libri è cambiato e una trama bella (non bella in assoluto, ma bella per me) non è più fondamentale come lo era un tempo, resta comunque importante. E di "Buio", tolta la bella scrittura, non mi è piaciuto nulla e non mi è piaciuto perché in definitiva ho capito davvero poco.

Anna Kantoch lo ha scritto nel 2012, titolo originale "Czarne" (nero). Autrice polacca classe 1976 con all'attivo diversi romanzi, era finita nella mia wish list l'anno scorso quando Moscabianca Edizioni ha tradotto in italiano "Gli incompiuti" (del 2017), una raccolta di racconti che hanno la particolarità di avere una struttura a scatole cinesi che mi incuriosisce moltissimo, al punto che vorrei leggerlo nonostante il mancato apprezzamento di "Buio", a cui ho dato la precedenza per seguire l'ordine cronologico.

La protagonista e voce narrante è una donna di 35 anni di cui non viene mai detto il nome. E' l'estate del 1935 quando il fratello maggiore, Franciszek, va a prenderla dopo l'ennesimo periodo trascorso in un sanatorio sul Baltico e la porta a Varsavia, ospitandola nella sua casa.

I capitoli, tanti e per lo più brevi (anche il romanzo lo è, 192 pagine), dopo numero e titolo indicano la parola "adesso" oppure "ricordi", creando salti temporali che ho patito non poco.
Mentre gli "adesso" riguardano chiaramente il presente, i "ricordi" portano la protagonista a Buio, nella casa di campagna dove da piccola fino all'adolescenza ha trascorso le vacanze estive con la famiglia.

"Franciszek era di papà, e Staś di mamma. Io ero tra i due, la figlia di mezzo e di nessuno. Questi eravamo noi ogni estate a Buio, si arrivava a giugno quando fiorivano i tigli e si ripartiva solo verso la fine di agosto."

La storia ruota attorno a quanto accadde nell'estate del 1914, qualcosa che cambiò per sempre la vita della protagonista. Una donna venne uccisa, Jadwiga Rathe, attrice teatrale, nonché musa del padre.

Ma purtroppo il libro non è un giallo e fare luce sul mistero di questa morte non è stato giudicato rilevante dalla Kantoch, che invece - dopo un incontro all'Associazione spiritistica di Varsavia - trascina protagonista e storia in un disagio infinito che mescola presente e passato, fatti reali e immaginari, sogno e realtà. Un qualcosa che non so come vada definito, se narrazione onirica, realismo magico, fantascienza o altro, ma qualunque cosa sia non mi è piaciuta.

Reading Challenge 2024, traccia vagabonda di maggio, Polonia

lunedì 6 maggio 2024

"Il caso Alaska Sanders", Joel Dicker


Mount Pleasant (New Hampshire), 6 aprile 2010. Marcus Goldman ha ancora paura di volare: è per questo che percorre in auto il non breve tragitto che separa Montréal - dove deve recarsi spesso per seguire le riprese del film tratto dal suo primo romanzo - da New York. Quel giorno, dopo una breve tappa ad Aurora, riceve un inaspettato invito a una festa di compleanno: quello della figlia minore di Perry Gahalowood, che gli promette di raccontargli cosa accadde esattamente quello stesso giorno di undici anni prima, perché la nascita della sua bambina non fu l'unico evento a segnare per sempre quella data.
Ed è così che sergente e scrittore tornano a indagare in coppia.
Questa volta non si tratta di una persona scomparsa, ma di un omicidio, quello della ventiduenne Alaska Sanders, ritrovata morta sulle rive del lago Skotam la mattina del 3 aprile 1999. Un delitto che ha un colpevole, Eric Donovan, condannato all'ergastolo.
Ma, se è lui l'assassino, come si spiega la lettera anonima ricevuta da Perry?

Mentre "tutti" stanno già leggendo "Un animale selvaggio", l'ultimo romanzo di Dicker pubblicato in Italia poco più di un mese fa, io mi sono decisa a recuperare questo, già vecchio di due anni. Dopo il trauma de "L'enigma della camera 622", letto nel 2021, mi ero ripromessa di abbandonare l'autore, ma con questo nuovo caso di Goldman mi ha fregata: annunciato come l'ultimo romanzo della trilogia che lo vede protagonista (e avendo amato "La verità sul caso Herry Quebert" e, ancora di più, "Il libro dei Baltimore"), mi sarebbe pesato non concluderla.

Il giudizio su questo libro è rapidissimo: lo si amerà se sì è amato Herry Quebert, viceversa se lo si è odiato si odierà anche questo. Perché sono simili in maniera imbarazzante.
Non nelle vicende: la storia di Alaska non ha nulla a che vedere con quella di Nola ed Herry Quebert compare solo in qualche (evitabilissimo) cameo.
Ad essere uguale è il meccanismo narrativo, con i capitoli ambientati nel presente (che abbraccia i mesi dall'aprile all'agosto 2010) alternati a quelli del passato (che riguardano un periodo di circa un anno a cavallo fra il 1998 e il 1999 e che fanno diventare presto il caso uno dei miei amati cold case) e, soprattutto, con gli stessi stratagemmi che portano a una continua oscillazione fra dubbi e scoperte.

Un gioco ben collaudato, Dicker sa gestire i salti temporali e tramortisce il lettore con così tante divagazioni che a un certo punto ci si dimentica di chiedersi chi sia il vero assassino di Alaska.
Un romanzo che è il festival dei narratori inaffidabili, che non è certo privo di difetti (qualche ingranaggio è davvero improponibile) e che rigurgita tutto l'autocompiacimento che caratterizza questo autore. Non dimentichiamo che Marcus Goldman è il suo alter ego e che incensando il suo personaggio ("folgorante carriera", "l'enorme successo del libro su Harry Quebert che mi consacrò come scrittore di rilievo nazionale", "il mio trionfo il libreria", eccetera) in realtà incensa se stesso.

Però c'è anche una bella presa di posizione contro la pena di morte, con dure critiche al sistema giudiziario americano e agli americani stessi, cosa che dal compiacente Dicker non mi sarei aspettata.

E, per la sezione turismo di immagini, alcune scene si svolgono nella bella isola di Vinalhaven, lungo le coste del Maine. Merita una foto:




Reading Challenge 2024, traccia vagabonda maggio: Svizzera


mercoledì 1 maggio 2024

Reading Challenge: le tracce di maggio

     


TRACCE MENSILI


Libere:
  • libri con il titolo scritto in una lingua straniera
    Gang Bang, Chuck Palahniuk (2 punti)
  • libri il cui titolo inizia con la parola "come"
    Come fermare il tempo, Matt Haig (3 punti)
  • libri scritti quando l'autore aveva meno di trent'anni
    Parlarne tra amici, Sally Rooney (3 punti)

Traccia gioco di società: Risiko, 
libri ambientati durante una guerra 
  • Le assaggiatrici, Rosella Postorino (3 punti)

Traccia vagabonda: 
  • Svizzera: Il caso Alaska Sanders, Joel Dicker (6 punti)
  • Polonia: Buio, Anna Kantoch (2 punti)

I miei punti di maggio: 19



martedì 30 aprile 2024

"Il gioco di Alice", Claudia Notarrigo

 

Inizio giugno 1984, in una città non specificata. L'immaginazione di Alice va di pari passo con la sua capacità di isolarsi dal mondo quando comincia a fantasticare su qualcosa e nella sua scuola - ex forte militare, con i suoi portici e i suoi cunicoli sotterranei - trova sempre fonti di grande ispirazione. Ma quel giorno è sicura di quello che ha visto mentre era in cortile durante la ricreazione: lo sportello della botola, che era sempre stato sigillato, si è mosso per una folata d'aria. La curiosità la spinge a controllare: si avvicina e davvero non è più chiuso. Una grande tentazione, non può resistere, solleva l'asse di legno e guarda in basso. Dapprima non vede nulla, è troppo buio; poi la vista si abitua e cominciano a spuntare i primi gradini che scendono in basso, quindi riesce a vedere tutta la scala e all'improvviso in fondo a essa si materializza una scarpa da ginnastica rosa. Non una scarpa persa, ma con un piede dentro. Scappa via, torna in classe, dà l'allarme alla maestra, ma non viene creduta né da lei né, in seguito, dalla madre.
Finisce quasi per dare ragione a loro, ha troppa fantasia, si inventa le cose, come quel re dei topi alto quasi due metri a causa del quale i compagni la prendono in giro ancora adesso.
Ma poi arriva il telegiornale della sera: nella zona è scomparsa una ragazza di 16 anni, Martina.
"Alta un metro e sessanta, capelli biondi, fisico esile. Il giorno della scomparsa indossava una felpa bianca, dei jeans azzurri e della scarpe da ginnastica rosa".

Librino (124 pagine) comprato per caso. Dopo una manciata di pagine mi è venuto il sospetto che potesse trattarsi di un auto pubblicato e non ho sbagliato di molto: il seme bianco è una casa editrice per esordienti - un qualcosa di serio (si tratta di un progetto della Castelvecchi), almeno non chiedono soldi agli autori per pubblicare (o per lo meno così scrivono nel loro sito) - ma se mi fossi informata prima dell'acquisto sarei andata oltre, memore dei pentimenti per il tempo e il denaro persi quando in passato sono inciampata in qualche scrittore in erba.

Anche questa volta è andata più o meno così. Il libro pubblicato nel 2018 da Claudia Notarrigo (opera prima, e al momento, unica) ha alla base una buona idea (una penna più esperta ne avrebbe tratto facilmente un thriller sulle 3-400 pagine) resa originale dalla voce narrante, una bambina che frequenta le scuole elementari raccontando i fatti usando esclusivamente il tempo imperfetto, una scelta particolare e non semplicissima.

Il lettore intuisce molto prima di Alice chi è il colpevole e le dinamiche psicologiche che ne hanno fatto un assassino, i pochi passaggi e i pochi personaggi - oltre ad abbassare il numero delle pagine - penalizzano anche le possibili alternative.

Ma il problema del libro è la scrittura dilettantesca, con errori grammaticali ("Se ti fermavi qui avresti battuto tutti i record"), piena di ripetizioni ("Quella sera a tavola i miei accesero il telegiornale. Guardavamo sempre il telegiornale a tavola. Infatti, io e le mie sorelle non potevamo mai parlare quando c’era il telegiornale"), con un abuso costante di punti a formare esclusivamente frasi brevissime (vedi esempio precedente) e del verbo stare, a volte anche usato impropriamente al posto di essere.

Tutti mangiamo, ma pochi sono chef.
E in tanti leggiamo, ma pochi sono scrittori.

Questi libri non li regalano e ci vorrebbe
 maggiore onestà da parte di chi scrive - per rendersi il conto del lavoro che c'è ancora da fare - e soprattutto di chi pubblica. Hanno anche il coraggio di lamentarsi se la maggior parte dei libri al giorno d'oggi vende solo manciate di copie, quando il motivo è solo uno: troppe persone scrivono senza saperlo fare.


Reading Challenge 2024, traccia annuale marzo, Festival di Sanremo: abbino il libro a "Il gioco dell'amore" (1969)

domenica 28 aprile 2024

"Giardino di primavera", Tomoka Shibasaki

 

Tokyo, quartiere Setagaya, maggio 2014. Tarō ha 33 anni e da tre vive nel View Palace Saeki III, un condominio di due piani per un totale di otto appartamenti distinti fra loro non da un numero, ma dal nome di uno dei segni dello zodiaco cinese. Tarō occupa l'alloggio Maiale, una signora di una certa età vive in quello Serpente mentre nel Drago c'è una ragazza che sembra essere un po' più giovane di lui.
Nashi, questo è il suo nome, un giorno gli chiede un favore insolito: quello di poter andare nel suo balcone per riuscire a vedere meglio il giardino della casa azzurra posta al di là del muro di cinta.

E qui in molti troverebbero naturale immaginare che da questo pretesto fra i due nasca qualcosa, invece no. La storia che il libro racconta è quella dell'ossessione che Nashi ha per questa casa azzurra, nata quando era ancora studentessa e qualcuno le aveva mostrato "Giardino di primavera", un volume fatto stampare dalla coppia che abitava lì una ventina d'anni prima. Nashi non smette mai di sfogliare quelle pagine studiando nei minimi dettagli le fotografie che i due - regista pubblicitario lui, attrice teatrale lei - si erano vicendevolmente scattati nel giardino, ma anche all'interno dell'abitazione.

Le citazioni di piante e alberi me ne hanno fatto scoprire di particolarmente belli, come il lillà delle Indie:


Il melo giapponese:

Lo styrax japonicus:
Più un bellissimo animale che non conoscevo, il cane procione, una volpe indigena dell'Asia orientale ♥


Probabilmente non è un caso se Nashi ha affittato un appartamento proprio di fianco alla villa, non viene specificato e non è rilevante perché non è lei la protagonista, ma Tarō.

Tarō e la sua solitudine. Trasferitosi da Osaka a Tokyo dopo la morte del padre, avvenuta dieci anni prima, da tre vive al View Palace Saeki III, cioè da quando in seguito al divorzio ha anche cambiato lavoro. Non ha avuto altre relazioni, non vede la sorella da tre anni e sembra non avere amici, solo dei colleghi di lavoro più quelle due vicine di casa con le quali interagisce il minimo indispensabile perché Tarō respinge tutto ciò che può generare impegni, fastidi, doveri. Anche la ricerca di un nuovo alloggio, visto che il condominio verrà demolito a breve, motivo per cui solo tre appartamenti sono ancora abitati.

"Giardino di primavera", scritto nel 2014, titolo originale 
"春 の 庭", che Google mi traduce in "Giardino primaverile", fa parte della dozzina di romanzi pubblicati da Tomoka Shibasaki (nata a Osaka nel 1973) e dei quali solo questo e un altro sono stati tradotti in italiano, entrambi due anni fa.

Un romanzo breve (162 pagine) e mestamente piacevole, a patto di apprezzare la lentezza e la precisione che - a torto o a ragione - attribuisco alla letteratura giapponese, o almeno a una parte di essa.
Un libro sulla solitudine, principalmente quella di 
Tarō, un giovane uomo che non ha ancora superato la morte del padre e che riesce a isolarsi in una delle città più affollate del mondo, abitando in un quartiere, Setagaya, che da solo conta quasi un milione di persone (ed è il secondo più grande di Tokyo, neppure il primo!).
Ma la stessa Tokyo che, pur essendo immensa, presenta dei vuoti: viene dato largo spazio alla descrizione di vie, edifici, attività commerciali, eccetera, e solo leggendo la postfazione di Roberta Lo Cascio ne ho capito il senso.

"Già laureata in geografia, l'autrice ha una vera e propria passione per l'urbanistica e per come i caratteri geografici e urbani di un luogo influenzino il modo di vivere dei suoi abitanti.
Giardino di primavera si incastra alla perfezione nella definizione di letteratura dei luoghi."
Legatissima alla sua Osaka, che trova sempre il modo di inserire nei romanzi (
Tarō viene da lì), la Shibasaki dal 2005 vive proprio a Setagaya.

Molto interessanti anche gli approfondimenti che la Lo Cascio fa circa la solitudine dei giapponesi, con un terzo dei nuclei familiari formati da una sola persona e dove il suicidio è la sesta causa di morte. Tokyo:

"Da una parte metropoli iper popolata, dall'altra patria del popolo più solo al mondo"

Reading Challenge 2014, traccia annuale marzo, Festival di Sanremo: abbino il libro a "Maledetta primavera" (1981)

venerdì 26 aprile 2024

"L'amore dura tre anni", Frédéric Beigbeder

 

Parigi, inizio 1994. Il protagonista - che in principio Beigbeder chiama Marc Marronnier - ha appena compiuto trent'anni e sta festeggiando il divorzio da Anne. Ma già all'ottavo capitolo (sono tantissimi e tutti brevissimi, quindi l'ottavo arriva ad appena il 10% del libro, che ha soltanto 144 pagine) l'autore getta la maschera e svela di essere lui il protagonista e che quindi il suo è un romanzo autobiografico come i primi due che ha pubblicato:

"La tentazione di rinviarvi ai due volumi precedenti è forte, ma non sarebbe molto gentile da parte mia, visto che quei capolavori romantici sono stati accantonati dopo un breve successo di stima"
I suddetti capolavori sono "Memorie di un giovane disturbato" (scritto nel 1990) e "Vacances dans le corna" (1994, non tradotto in italiano). Prima di iniziare a leggere questo (1997) non sapevo che fossero una trilogia della sua vita e dopo averlo finito non ho nessun desiderio di recuperare altro di Beigbeder.
Il libro stilisticamente non ha difetti, il problema non é come scrive, ma cosa scrive e, trattandosi di un autobiografico, come ragiona.
Si va ben oltre alla figura di un personaggio detestabile: la letteratura ne è piena e guai se non ci fossero. Ma qui il protagonista è dichiaratamente l'autore e parliamo di un uomo che è stato fra i pochi a difendere Gabriel Matzneff, pedofilo dichiarato.
Un uomo con un ego smisurato (va da sé che per scrivere solo di se stessi bisogna attribuirsi una certa importanza...) che, prima di mettersi a scrivere libri, si era fatto un nome organizzando feste nella Parigi bene e sballata degli anni Novanta.

Insomma, non propriamente un luminare, ma evidentemente convinto di avere molto da insegnare al mondo.

Questo librino lo apre con un'affermazione netta:

"L'amore è una battaglia persa in partenza"
Quindi, snocciolando motivazioni legate alla statistica, alla biochimica e (soprattutto) al suo caso personale, sancisce che l'amore dura tre anni, così divisi: nel primo anno impera la passione, nel secondo la tenerezza, nel terzo la noia. Che chiude la storia. Così è successo con il suo matrimonio e ritenere che questa sia una legge universale è un'altra manifestazione dell'ego sopracitato.
Ben più saggio l'amico che, sentendosi chiedere se secondo lui l'amore dura tre anni, prima sbotta in un "Tre anni? Così tanto? Che orrore! Tre giorni basta e avanza!", ma poi dà una bella risposta:

"L'amore dura il tempo che deve durare. Ma per farlo durare credo che occorra imparare a non annoiarsi. La passione eterna non esiste: cerchiamo almeno una noia piacevole"
Il libro inizia quindi con il divorzio di Beigbeder dopo tre anni di matrimonio e succede non perché sia scaduto il tempo fatidico, ma quando la moglie scopre di essere tradita. Tradimento che l'autore giustifica con queste parole:
"O si vive con qualcuno, o lo si desidera. Non si può desiderare quello che si ha, è contro natura. Ecco perché i bei matrimoni vengono mandati in rovina dalla prima che passa."
E vale la pena citare anche questa perla:
"Tradire la propria moglie non è una cosa così terribile, se lei non viene mai a saperlo"
La "prima che passa" per Beigbeder si chiama Alice: sposata a sua volta, gli fa perdere la testa e da lì inanella una serie di affermazioni che, se non sono smielate ("L'amore più forte è quello non corrisposto"), sono sessiste ("Una donna per sbocciare ha bisogno che un uomo la ammiri"), non risparmiando al lettore il dettagliato elenco dei requisiti che la sua donna ideale deve avere e che (non stupiamoci) sono esclusivamente fisici (solita storia: gli uomini ci vorrebbero tutte come Belen, quando ben pochi di loro sono come Rocco). Dopo aver mal digerito la scoperta della nuova relazione della ex moglie ("Mi ero immaginato che sarebbe rimasta vedova sconsolata, inconsolabile") e un miserabile tentativo di riconciliazione, fatto quando l'amante cerca di ricucire il rapporto con il marito partendo per una vacanza, quel che rimane è scoprire - grazie a un salto temporale - se Beigbeder aveva ragione: l'amore dura davvero solo tre anni? Io che, fra alti e bassi e con qualche tira e molla, mi annoio piacevolmente con lo stesso uomo dal 1990, avrei qualcosa da ridire, ma in definitiva interessa davvero a qualcuno quanto durano gli amori altrui?

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