martedì 30 aprile 2024

"Il gioco di Alice", Claudia Notarrigo

 

Inizio giugno 1984, in una città non specificata. L'immaginazione di Alice va di pari passo con la sua capacità di isolarsi dal mondo quando comincia a fantasticare su qualcosa e nella sua scuola - ex forte militare, con i suoi portici e i suoi cunicoli sotterranei - trova sempre fonti di grande ispirazione. Ma quel giorno è sicura di quello che ha visto mentre era in cortile durante la ricreazione: lo sportello della botola, che era sempre stato sigillato, si è mosso per una folata d'aria. La curiosità la spinge a controllare: si avvicina e davvero non è più chiuso. Una grande tentazione, non può resistere, solleva l'asse di legno e guarda in basso. Dapprima non vede nulla, è troppo buio; poi la vista si abitua e cominciano a spuntare i primi gradini che scendono in basso, quindi riesce a vedere tutta la scala e all'improvviso in fondo a essa si materializza una scarpa da ginnastica rosa. Non una scarpa persa, ma con un piede dentro. Scappa via, torna in classe, dà l'allarme alla maestra, ma non viene creduta né da lei né, in seguito, dalla madre.
Finisce quasi per dare ragione a loro, ha troppa fantasia, si inventa le cose, come quel re dei topi alto quasi due metri a causa del quale i compagni la prendono in giro ancora adesso.
Ma poi arriva il telegiornale della sera: nella zona è scomparsa una ragazza di 16 anni, Martina.
"Alta un metro e sessanta, capelli biondi, fisico esile. Il giorno della scomparsa indossava una felpa bianca, dei jeans azzurri e della scarpe da ginnastica rosa".

Librino (124 pagine) comprato per caso. Dopo una manciata di pagine mi è venuto il sospetto che potesse trattarsi di un auto pubblicato e non ho sbagliato di molto: il seme bianco è una casa editrice per esordienti - un qualcosa di serio (si tratta di un progetto della Castelvecchi), almeno non chiedono soldi agli autori per pubblicare (o per lo meno così scrivono nel loro sito) - ma se mi fossi informata prima dell'acquisto sarei andata oltre, memore dei pentimenti per il tempo e il denaro persi quando in passato sono inciampata in qualche scrittore in erba.

Anche questa volta è andata più o meno così. Il libro pubblicato nel 2018 da Claudia Notarrigo (opera prima, e al momento, unica) ha alla base una buona idea (una penna più esperta ne avrebbe tratto facilmente un thriller sulle 3-400 pagine) resa originale dalla voce narrante, una bambina che frequenta le scuole elementari raccontando i fatti usando esclusivamente il tempo imperfetto, una scelta particolare e non semplicissima.

Il lettore intuisce molto prima di Alice chi è il colpevole e le dinamiche psicologiche che ne hanno fatto un assassino, i pochi passaggi e i pochi personaggi - oltre ad abbassare il numero delle pagine - penalizzano anche le possibili alternative.

Ma il problema del libro è la scrittura dilettantesca, con errori grammaticali ("Se ti fermavi qui avresti battuto tutti i record"), piena di ripetizioni ("Quella sera a tavola i miei accesero il telegiornale. Guardavamo sempre il telegiornale a tavola. Infatti, io e le mie sorelle non potevamo mai parlare quando c’era il telegiornale"), con un abuso costante di punti a formare esclusivamente frasi brevissime (vedi esempio precedente) e del verbo stare, a volte anche usato impropriamente al posto di essere.

Tutti mangiamo, ma pochi sono chef.
E in tanti leggiamo, ma pochi sono scrittori.

Questi libri non li regalano e ci vorrebbe
 maggiore onestà da parte di chi scrive - per rendersi il conto del lavoro che c'è ancora da fare - e soprattutto di chi pubblica. Hanno anche il coraggio di lamentarsi se la maggior parte dei libri al giorno d'oggi vende solo manciate di copie, quando il motivo è solo uno: troppe persone scrivono senza saperlo fare.


Reading Challenge 2024, traccia annuale marzo, Festival di Sanremo: abbino il libro a "Il gioco dell'amore" (1969)

domenica 28 aprile 2024

"Giardino di primavera", Tomoka Shibasaki

 

Tokyo, quartiere Setagaya, maggio 2014. Tarō ha 33 anni e da tre vive nel View Palace Saeki III, un condominio di due piani per un totale di otto appartamenti distinti fra loro non da un numero, ma dal nome di uno dei segni dello zodiaco cinese. Tarō occupa l'alloggio Maiale, una signora di una certa età vive in quello Serpente mentre nel Drago c'è una ragazza che sembra essere un po' più giovane di lui.
Nashi, questo è il suo nome, un giorno gli chiede un favore insolito: quello di poter andare nel suo balcone per riuscire a vedere meglio il giardino della casa azzurra posta al di là del muro di cinta.

E qui in molti troverebbero naturale immaginare che da questo pretesto fra i due nasca qualcosa, invece no. La storia che il libro racconta è quella dell'ossessione che Nashi ha per questa casa azzurra, nata quando era ancora studentessa e qualcuno le aveva mostrato "Giardino di primavera", un volume fatto stampare dalla coppia che abitava lì una ventina d'anni prima. Nashi non smette mai di sfogliare quelle pagine studiando nei minimi dettagli le fotografie che i due - regista pubblicitario lui, attrice teatrale lei - si erano vicendevolmente scattati nel giardino, ma anche all'interno dell'abitazione.

Le citazioni di piante e alberi me ne hanno fatto scoprire di particolarmente belli, come il lillà delle Indie:


Il melo giapponese:

Lo styrax japonicus:
Più un bellissimo animale che non conoscevo, il cane procione, una volpe indigena dell'Asia orientale ♥


Probabilmente non è un caso se Nashi ha affittato un appartamento proprio di fianco alla villa, non viene specificato e non è rilevante perché non è lei la protagonista, ma Tarō.

Tarō e la sua solitudine. Trasferitosi da Osaka a Tokyo dopo la morte del padre, avvenuta dieci anni prima, da tre vive al View Palace Saeki III, cioè da quando in seguito al divorzio ha anche cambiato lavoro. Non ha avuto altre relazioni, non vede la sorella da tre anni e sembra non avere amici, solo dei colleghi di lavoro più quelle due vicine di casa con le quali interagisce il minimo indispensabile perché Tarō respinge tutto ciò che può generare impegni, fastidi, doveri. Anche la ricerca di un nuovo alloggio, visto che il condominio verrà demolito a breve, motivo per cui solo tre appartamenti sono ancora abitati.

"Giardino di primavera", scritto nel 2014, titolo originale 
"春 の 庭", che Google mi traduce in "Giardino primaverile", fa parte della dozzina di romanzi pubblicati da Tomoka Shibasaki (nata a Osaka nel 1973) e dei quali solo questo e un altro sono stati tradotti in italiano, entrambi due anni fa.

Un romanzo breve (162 pagine) e mestamente piacevole, a patto di apprezzare la lentezza e la precisione che - a torto o a ragione - attribuisco alla letteratura giapponese, o almeno a una parte di essa.
Un libro sulla solitudine, principalmente quella di 
Tarō, un giovane uomo che non ha ancora superato la morte del padre e che riesce a isolarsi in una delle città più affollate del mondo, abitando in un quartiere, Setagaya, che da solo conta quasi un milione di persone (ed è il secondo più grande di Tokyo, neppure il primo!).
Ma la stessa Tokyo che, pur essendo immensa, presenta dei vuoti: viene dato largo spazio alla descrizione di vie, edifici, attività commerciali, eccetera, e solo leggendo la postfazione di Roberta Lo Cascio ne ho capito il senso.

"Già laureata in geografia, l'autrice ha una vera e propria passione per l'urbanistica e per come i caratteri geografici e urbani di un luogo influenzino il modo di vivere dei suoi abitanti.
Giardino di primavera si incastra alla perfezione nella definizione di letteratura dei luoghi."
Legatissima alla sua Osaka, che trova sempre il modo di inserire nei romanzi (
Tarō viene da lì), la Shibasaki dal 2005 vive proprio a Setagaya.

Molto interessanti anche gli approfondimenti che la Lo Cascio fa circa la solitudine dei giapponesi, con un terzo dei nuclei familiari formati da una sola persona e dove il suicidio è la sesta causa di morte. Tokyo:

"Da una parte metropoli iper popolata, dall'altra patria del popolo più solo al mondo"

Reading Challenge 2014, traccia annuale marzo, Festival di Sanremo: abbino il libro a "Maledetta primavera" (1981)

venerdì 26 aprile 2024

"L'amore dura tre anni", Frédéric Beigbeder

 

Parigi, inizio 1994. Il protagonista - che in principio Beigbeder chiama Marc Marronnier - ha appena compiuto trent'anni e sta festeggiando il divorzio da Anne. Ma già all'ottavo capitolo (sono tantissimi e tutti brevissimi, quindi l'ottavo arriva ad appena il 10% del libro, che ha soltanto 144 pagine) l'autore getta la maschera e svela di essere lui il protagonista e che quindi il suo è un romanzo autobiografico come i primi due che ha pubblicato:

"La tentazione di rinviarvi ai due volumi precedenti è forte, ma non sarebbe molto gentile da parte mia, visto che quei capolavori romantici sono stati accantonati dopo un breve successo di stima"
I suddetti capolavori sono "Memorie di un giovane disturbato" (scritto nel 1990) e "Vacances dans le corna" (1994, non tradotto in italiano). Prima di iniziare a leggere questo (1997) non sapevo che fossero una trilogia della sua vita e dopo averlo finito non ho nessun desiderio di recuperare altro di Beigbeder.
Il libro stilisticamente non ha difetti, il problema non é come scrive, ma cosa scrive e, trattandosi di un autobiografico, come ragiona.
Si va ben oltre alla figura di un personaggio detestabile: la letteratura ne è piena e guai se non ci fossero. Ma qui il protagonista è dichiaratamente l'autore e parliamo di un uomo che è stato fra i pochi a difendere Gabriel Matzneff, pedofilo dichiarato.
Un uomo con un ego smisurato (va da sé che per scrivere solo di se stessi bisogna attribuirsi una certa importanza...) che, prima di mettersi a scrivere libri, si era fatto un nome organizzando feste nella Parigi bene e sballata degli anni Novanta.

Insomma, non propriamente un luminare, ma evidentemente convinto di avere molto da insegnare al mondo.

Questo librino lo apre con un'affermazione netta:

"L'amore è una battaglia persa in partenza"
Quindi, snocciolando motivazioni legate alla statistica, alla biochimica e (soprattutto) al suo caso personale, sancisce che l'amore dura tre anni, così divisi: nel primo anno impera la passione, nel secondo la tenerezza, nel terzo la noia. Che chiude la storia. Così è successo con il suo matrimonio e ritenere che questa sia una legge universale è un'altra manifestazione dell'ego sopracitato.
Ben più saggio l'amico che, sentendosi chiedere se secondo lui l'amore dura tre anni, prima sbotta in un "Tre anni? Così tanto? Che orrore! Tre giorni basta e avanza!", ma poi dà una bella risposta:

"L'amore dura il tempo che deve durare. Ma per farlo durare credo che occorra imparare a non annoiarsi. La passione eterna non esiste: cerchiamo almeno una noia piacevole"
Il libro inizia quindi con il divorzio di Beigbeder dopo tre anni di matrimonio e succede non perché sia scaduto il tempo fatidico, ma quando la moglie scopre di essere tradita. Tradimento che l'autore giustifica con queste parole:
"O si vive con qualcuno, o lo si desidera. Non si può desiderare quello che si ha, è contro natura. Ecco perché i bei matrimoni vengono mandati in rovina dalla prima che passa."
E vale la pena citare anche questa perla:
"Tradire la propria moglie non è una cosa così terribile, se lei non viene mai a saperlo"
La "prima che passa" per Beigbeder si chiama Alice: sposata a sua volta, gli fa perdere la testa e da lì inanella una serie di affermazioni che, se non sono smielate ("L'amore più forte è quello non corrisposto"), sono sessiste ("Una donna per sbocciare ha bisogno che un uomo la ammiri"), non risparmiando al lettore il dettagliato elenco dei requisiti che la sua donna ideale deve avere e che (non stupiamoci) sono esclusivamente fisici (solita storia: gli uomini ci vorrebbero tutte come Belen, quando ben pochi di loro sono come Rocco). Dopo aver mal digerito la scoperta della nuova relazione della ex moglie ("Mi ero immaginato che sarebbe rimasta vedova sconsolata, inconsolabile") e un miserabile tentativo di riconciliazione, fatto quando l'amante cerca di ricucire il rapporto con il marito partendo per una vacanza, quel che rimane è scoprire - grazie a un salto temporale - se Beigbeder aveva ragione: l'amore dura davvero solo tre anni? Io che, fra alti e bassi e con qualche tira e molla, mi annoio piacevolmente con lo stesso uomo dal 1990, avrei qualcosa da ridire, ma in definitiva interessa davvero a qualcuno quanto durano gli amori altrui?

Reading Challenge 2024. traccia gioco di società di aprile, Uno: libri con la copertina rossa, gialla, verde o azzurra

mercoledì 24 aprile 2024

"L'orizzonte della notte", Gianrico Carofiglio

 

Bari, 24 ottobre 2019. Elvira Castell, imprenditrice 44enne, rischia una condanna all'ergastolo per omicidio premeditato: il 12 aprile di quello stesso anno ha ucciso l'ex compagno della sorella gemella, morta suicida due settimane prima. Omicidio premeditato, come sostiene il PM Consoli, o legittima difesa, come invece sostiene l'avvocato difensore Guerrieri?
Mentre aspetta da solo in aula che la Corte rientri dopo il dibattimento in Camera di Consiglio, sarà proprio Guerrieri a ripercorrere i fatti che hanno portato lui e la sua assistita a quel momento.

A febbraio - a cinque anni di distanza dal 
precedente titolo della serie più famosa di Carofiglio - è finalmente uscita la settima puntata. Nelle vicende è trascorso un anno in più, dal 2013 (anno di ambientazione de "La misura del tempo") ritroviamo Guerrieri nel 2019: 57 anni, un concentrato di solitudine e malinconia che fanno di questo romanzo quello più introspettivo dell'autore, senza tralasciare l'amore per Bari e le accuse a quella parte del sistema che non sempre funziona come dovrebbe.

"A volte, anche i non colpevoli confessano, purché cessi la pressione insopportabile dell’interrogatorio. Non mi riferisco alla violenza fisica: capita anche quella, ma non è indispensabile per produrre false confessioni. Essere interrogati in un ufficio di polizia da donne e uomini che sono convinti della vostra responsabilità può essere insostenibile anche se non vi mettono un dito addosso, a meno che non siate dei criminali di professione abituati a questo genere di esperienze o degli psicopatici, che per definizione non sono capaci di provare emozioni. Molto più spesso di quanto si possa pensare, persone innocenti, magari fragili, arrivano ad attribuirsi reati gravissimi che non hanno mai commesso. Ci sono aneddoti a bizzeffe. Ho letto su una rivista che, dal 1976 a oggi, negli Stati Uniti si contano decine e decine di casi di rei confessi poi scagionati dal test del Dna. Il problema, dunque, è che le pressioni anche solo psicologiche sui sospettati o sui testimoni reticenti non sono solo illegali, generano anche risultati inattendibili, dunque sono pericolose per l’accertamento della verità."

La parte gialla - pur essendo completa seguendo le varie fasi del processo, dall'istruttoria alla sentenza - diventa quasi marginale perché intervallata con le sedute fatte da Guerrieri con il suo analista, incontri che danno ampio spazio a ricordi, riflessioni e altro. Ricco di divagazioni letterarie e filosofiche (anche psicologiche, queste forse un po' eccessive), penso possa deludere chi compra un giallo e si trova a leggere qualcosa che va ben oltre.
Io me lo sono pienamente goduto, amo Carofiglio, come parla, come scrive e come ragiona. Non mi annoia neppure quando scrive di pugilato.

Reading Challenge 2024, traccia annuale marzo, Festival di Sanremo: abbino il libro a "La notte" (2012)

sabato 20 aprile 2024

"Quando nessuno guarda", Alyssa Cole

 

Brooklyn (New York), un anno non specificato compreso fra il 2012 e il 2017. Sideny Green è tornata a vivere nella casa dove è nata e cresciuta dopo una parentesi a Seattle, breve come il matrimonio che l'ha resa più insicura e paranoica di quanto non sia mai stata. Ma la rabbia che prova mentre ascolta le descrizioni fatte dalla guida del tour turistico organizzato dal Comune nel suo quartiere non è frutto della paranoia: quella donna sta davvero parlando solo dei bianchi ricchi che hanno vissuto lì più di cento anni prima, nostalgici della schiavitù che volevano riprodurre una piantagione per farne un parco a tema per il loro divertimento!
Nasce così il suo progetto, quello di creare un tour capace di celebrare la storia nera della comunità, la vera storia di Brooklyn.
Ma proprio mentre comincia a parlare con i vicini più anziani per documentarsi si rende conto che a Gifford Place sta succedendo qualcosa di strano. Persone che conosce da sempre se ne vanno senza avvisare né salutare. Hanno davvero ceduto alla tentazione dei soldi offerti per le loro case dalla VerenTech o quello che sembra strano in realtà è qualcosa di peggio?

Libro molto, molto particolare. Scritto nel 2020, traduzione del titolo fedele all'originale, è il primo thriller di Alyssa Cole (e l'unico suo libro tradotto in italiano), newyorkese classe 1982, già autrice di romanzi rosa e fantasy, più due graphic novel e un altro thriller successivo a questo.

Thriller è la classificazione ufficiale, come risulta dal sito dell'autrice (e, per quanto riguarda la suspence che crea, nulla da ridire), mentre da noi è stato infilato fra gli horror, cosa che mi ha lasciata molto perplessa fino alle ultime cinquanta pagine (su 448 totali) o giù di lì.
Cinquanta pagine che rovinano irreparabilmente la storia trasformandola in una gigantesca boiata degna di un pessimo B movie splatter della peggior tradizione americana.

La Cole avrebbe dovuto avere il coraggio di scrivere un romanzo serio sugli argomenti seri che ha scelto di trattare, uno dei quali, quello portante, è la gentrificazione: fa senz'altro riflettere su come le azioni che mirano a migliorare aree fatiscenti finiscano per avere effetti negativi sulle persone che abitano nelle zone interessate. Perché non sono mai loro i beneficiari di quelle migliorie, ma chi - potendoselo permettere - finisce letteralmente per sostituirli. Ma loro dove vanno a finire? 

"Cicli: distruggere e costruire"

E' brava la Cole a usare l'espediente del tour della Brooklyn nera che la sua protagonista vuole organizzare per raccontare una bella fetta di storia dell'America, ad esempio spiegando cosa fu il Panico del 1837 (che scoppiò dieci anni dopo l'abolizione della schiavitù a New York) e come influì sugli abitanti di Brooklyn o descrivendo la pratica discriminatoria della redlining.

Il quartiere di Gifford Place è immaginario, ma è ispirato a quello reale di Weeksville, che venne fondato da quei neri che durante il Panico del 1837 riuscirono ad acquistare una proprietà indispensabile per ottenere il diritto al voto. Parla delle leggi contro i neri, come quella settecentesca che non permetteva di lasciare in eredità le loro proprietà.
Anche quello che avviene nel finale - la boiata - è tale per come i fatti vengono sviluppati (frettolosamente) e raccontati (con i due protagonisti che fanno battute sulla PlayStation mentre sta succedendo di tutto e stanno rischiando la vita), ma in realtà descrive qualcosa che negli Stati Uniti è successo veramente, l'esperimento di Tuskegee (non cliccate sul link se non volete spoiler).

Per tutto quello che racconta è riduttiva la classificazione nei thriller (anche se ha vinto l'Edgar Allan Poe Award del 2021 nella categoria libri brossurati). Senza quel finale sarebbe un bel libro storico, dove trovano spazio anche i nativi americani che quattrocento anni fa abitavano la zona dove poi sarebbe sorta New York, fino "all’improvviso arrivo di uomini che avevano deciso che la terra apparteneva a loro."
Dove oggi sorge Brooklyn quindicimila persone vennero uccise nell'arco di due mesi.

E' un libro sul razzismo e sull'odio: il coprotagonista è Theo, un giovane millenial (bianco) che si trasferisce a Gifford Place con la sua ragazza (bianca) dopo l'acquisto di una casa in arenaria. I capitoli si alternano fra lui e Sidney, entrambi narratori inaffidabili, e il suo non essere nero fornisce alla Cole assist perfetti non solo per raccontare quanto vissuto dai neri in passato, ma anche per far capire cosa significhi essere vittima di razzismo a chi non lo è mai stato grazie al diverso colore della pelle.
"Non voglio certo entrare in una stazione di polizia per denunciare l’esistenza di un movimento organizzato che mira a uccidere i neri e a rubarci la nostra terra. Anche se in questo paese succede ormai da generazioni e quindi non dovrebbe risultare poi così difficile crederci."
L'abuso di potere e la violenza della polizia sono un altro tema forte. Quando Thom chiede a Sidney se è il caso di chiamare la polizia per denunciare l'atteggiamento sospetto di una persona, la risposta che riceve è quella che una persona bianca non avrebbe mai bisogno di dare:
"Certo, così un altro bianco terrificante può suonare alla mia porta, ma stavolta uno che può sicuramente uccidermi a cuor leggero, invece che solo probabilmente."
E con Theo anche il lettore capisce quanto sia difficile (e ingiusto) essere giudicati a priori per il colore della propria pelle.
"Quando penso a una comunità nera la prima cosa che mi viene in mente – anche se preferirei altrimenti – è il crimine. Droga. Gang. Sussidi. Sono le uniche cose di cui abbiano parlato i notiziari sin da quando ero bambino. Non di persone anziane che bevono tè, non di complessi sistemi finanziari indipendenti che è stato necessario creare perché il razzismo significa essere lasciati a marcire."
Un libro contro i poteri forti che trasmette la sofferenza delle persone emarginate, un enorme senso di impotenza e tanta la rabbia. Avrebbe davvero meritato una conclusione diversa.

Reading Challenge 2024, traccia di aprile: libri che nel titolo hanno almeno una parola in comune (guarda, in comune con "Qualcuno ti guarda")

mercoledì 17 aprile 2024

"Qualcuno ti guarda", Rachel Abbott

 

Manchester, 6 novembre di un anno non precisato. E' quasi notte quando Liv Hunt, giovane neomamma, chiama la polizia per denunciare la scomparsa del suo compagno: Dan l'ha chiamata dicendole che stava tornando a casa, ma non é mai arrivato né mai arriverà.
Autunno di sette anni dopo. Liv non usa più il diminutivo del suo nome né il cognome da nubile ed è come Olivia Brookes che chiama la polizia per denunciare la scomparsa del marito e dei tre figli: Robert e i bambini sono andati a mangiare la pizza, ma è già passata mezzanotte e non sono ancora tornati. Arrivano il giorno dopo, con Robert stupefatto per la denuncia perché a suo dire Olivia sapeva che sarebbero stati via per il week-end.
Giugno di due anni dopo. Questa volta è Robert a chiamare la polizia per denunciare la scomparsa della moglie e dei tre figli. E' tornato da un viaggio di lavoro e non li ha trovati a casa. Eppure non manca nulla: la borsa di Olivia è al solito posto con dentro chiavi, documenti e cellulare, la sua macchina è nel garage, i vestiti ci sono tutti. L'unica cosa che manca sono le fotografie, sono sparite dai muri, dalle mensole, dai cellulari e dai computer.
Il caso viene affidato all'ispettore capo Tom Douglas, che aveva già risposto alla chiamata di nove anni prima e che ricorda benissimo la disperazione di quella ragazza per la sparizione del suo compagno. Scoprire che si era poi sposata con un altro dopo appena sei mesi é la prima cosa che non gli torna dell'intera faccenda.

Rachell Abbott, pseudonimo dell'inglese Sheila Rodgers (1952), ha scritto una quindicina di thriller di cui solo quattro sono stati tradotti in italiano. Questo (titolo originale "Sleep Tight") è il terzo che ha scritto e il primo a essere stato tradotto.

Gli altri li ho già comprati, per cui li leggerò, anche se questo ha non poche criticità. Si apre con un prologo inquietante a cui viene data una spiegazione non troppo rilevante nel corso della lettura, ma se il suo scopo era quello di coinvolgere fin dalla prima pagina lo centra in pieno.
Ma è tutta la prima metà del libro a essere davvero bella, per poi perdersi in qualche personaggio caricaturale, in troppe ripetizioni e in tutta una serie di forzature (una veramente eccessiva, mancava poco che spuntassero i vampiri!) indispensabili per far quadrare una storia che avrebbe funzionato lo stesso se fosse stata meno contorta.

Manchester è solo un nome, il libro potrebbe essere ambientato ovunque, ma nella narrazione vengono coinvolte anche delle isole britanniche davvero belle. 

L'isolotto gallese di South Stack, con il suo bellissimo faro:


E la piccola isola di Alderney, sulla Manica, con il suo mare caraibico:

Reading Challenge 2024, traccia di aprile: libri che nel titolo hanno almeno una parola in comune (guarda, in comune con "Quando nessuno guarda")


lunedì 15 aprile 2024

"Titanic, un viaggio che non dimenticherete", Massimo Polidoro

 

Oceano Atlantico, lunedì 15 aprile 1912. Sono le 2.20 del mattino quando l'inaffondabile Titanic cola a picco, due ore e quaranta minuti dopo essere entrato in collisione con un iceberg.

Anche oggi è lunedì 15 aprile: quest'anno i giorni della settimana coincidono con quelli di centododici anni fa, cosa che ha reso la mia lettura ancor più particolare.

Questo di Polidoro è uno dei tantissimi libri (grosso modo un migliaio) scritti sulla tragedia del Titanic e uno dei tanti scritti nel 2012 in occasione del centenario.
Per me si tratta del terzo che leggo dopo "Titanic, la vera storia" (di Walter Lord, letto nel 2018) e "Le luci del Titanic" (di Hugh Brewster, letto nel 2022), ed è il secondo di Polidoro dopo "Enigmi e misteri della storia" che mi aveva delusa perché trattava tanti argomenti senza approfondirne nessuno.
Ed è proprio lo stesso difetto di questo: non lo giudico deludente grazie all'interesse che ho per l'argomento ed è perfetto per chi cerca una lettura scorrevole capace di offrire un quadro generale, ma - per quello che riguarda la costruzione della nave, i giorni di navigazione che precedettero il disastro, l'affondamento e le indagini successive - non c'è paragone con il testo di Brewster.

Né lui né Lord, però, avevano ricordato William Thomas Stead, uno degli artefici del “giornalismo moderno” (cioè quello che ormai è in via di estinzione). Da giornalaia ho trovato interessante dare un nome a chi introdusse i titoli in grande e i sottotitoli, oltre a imporre che gli editoriali - fino a quel momento anonimi - venissero firmati, a lanciare l'uso di illustrazioni, caricature e cartine geografiche per alleggerire le pagine di solo testo, a dare spazio alla critica letteraria e teatrale e a lanciare le interviste. Praticamente è stato lui a creare i quotidiani per come li conosciamo.
Ma, soprattutto, fu autore di campagne di denuncia, ad esempio quella contro la prostituzione infantile che gli costò tre mesi di carcere, ma che portò alla creazione di una legge più severa contro gli abusi su donne e minori.
In un racconto pubblicato nel 1886 descrisse l'impatto fra una nave e un battello a vapore con un conseguente elevato numero di vittime. In calce Stead scrisse:
"Questo è esattamente quello che potrebbe succedere, e succederà, se i transatlantici verranno spediti in mare a corto di scialuppe."
Fu una delle 1.852 vittime del Titanic. Testimoni raccontarono che cedette il suo giubbotto di salvataggio a un altro passeggero. Finito in mare fu visto aggrapparsi a una zattera per poi sparire per sempre.

Quello che rispetto alle opere di Lord e di Brewster ha in più il libro di Polidoro (e per questo sono contenta di averlo letto) è il duplice approccio: ai fatti del 1912 affianca quelli riguardanti la ricerca del relitto, il suo ritrovamento e le successive missioni attorno a esso.

Come succede in tanti thriller, l'autore alterna i diversi piani temporali e la parte migliore è quella più recente, anche perché non sono ancora riuscita a mettere le mani su "Il ritrovamento del Titanic" dove Robert Ballard racconta l'individuazione del relitto e la successiva esplorazione. Libro fuori catalogo che spero sempre di scovare usato da qualche parte. Credo che invece Polidoro lo abbia letto e che si sia ispirato a ciò che descrive per trasmettere a sua volta l'esperienza vissuta dall'oceanografico.

"Gli era sempre parso incredibile che l’umanità sapesse così tanto sulla superficie della Luna o di Marte e quasi niente sugli abissi del mare. E dire che l’acqua che ricopre il globo terrestre rappresenta il 71 per cento di tutta la sua superficie: quindi dovrebbe essere logico impegnarsi a indagare questa enormità di spazio per lo più inesplorata e sconosciuta.
Invece la gente osannava gli astronauti che volavano sempre più lontano verso il cielo e ignorava gli oceanografi che preferivano rivolgere la loro attenzione a ciò che stava in basso. Gli venne anche il dubbio che fosse una questione di retaggi culturali: tendiamo forse ad andare verso l’alto perché i nostri antenati credevano che là fosse il Paradiso, mentre in basso c’era solo l’Inferno?"
E la parte più emozionante del libro di Polidoro è proprio quella in cui descrive lo stato d'animo di Ballard quando il relitto finalmente apparve sui monitor di ricerca.

"Era l’1.05 del mattino del 1 settembre 1985 e un mistero durato settantatré anni cominciava a svelare i suoi segreti: il Titanic non era più una nave dispersa."

Reading Challenge 2024, traccia stagionale crucipuzzle, primavera: buio nel testo

sabato 13 aprile 2024

"Se muoio prima di svegliarmi", Emily Koch

 

Bristol, sabato 8 settembre di un anno non precisato. Alex, ventisettenne cronista del Bristol Post, come tante altre volte dedica quel giorno libero alla sua grande passione: l'arrampicata. Non sa che sarà l'ultima. Un volo di diciotto metri e l'assenza del casco protettivo lo riducono a un vegetale. O almeno è quello che sostengono i medici perché i macchinari non rilevano alcuna attività cerebrale.
In realtà il cervello di Alex è perfettamente cosciente, ma è imprigionato in un corpo immobile. Per due anni ha ascoltato e capito tutto quello che è stato detto nella sua stanza, con muscoli, nervi e pelle sensibili. Soffre per i crampi e avverte il contatto quando viene toccato, ma per quanto si sforzi non riesce a muovere nulla per far capire di esserci ancora.
Una non vita da cui per molto tempo ha sperato di essere salvato morendo. Ma proprio quando la compagna, la sorella e il padre sembrano essersi convinti che lasciarlo andare sia un atto d'amore, la polizia riapre il caso perché pare che non si sia trattato di un incidente. Forse c'era qualcuno in cima alla parete, qualcuno che lo ha fatto precipitare nel vuoto.

Opera prima (scritto nel 2019) dell'inglese Emily Koch e al momento l'unico dei suoi libri ad essere stato tradotto in italiano. Su Amazon UK vedo altri due thriller e non mi dispiacerebbe leggerli, anche se questo non mi ha convinta del tutto.

Lo avevo comprato ad agosto dell'anno scorso al Libraccio di Savona, attratta dal font meraviglioso (un applauso a La nave di Teseo perché rispetta i suoi lettori orbi) e soprattutto dalla trama, ma la lettura non è stata coinvolgente come l'avevo immaginata, al punto che dal 26 marzo - giorno in cui l'ho iniziato - sono stati ben sette i giorni in cui non l'ho neppure preso in mano, cosa che non mi succede mai, pur leggendo due o tre libri contemporaneamente riesco sempre a dedicare a ciascuno di essi un po' del mio tempo ogni giorno.

Le primissime pagine catturano, ma ben presto il libro rivela una leggerezza che non mi aspettavo di trovare in un thriller, meno che mai in uno dove la voce narrante vive una situazione tragica e opprimente come quella di Alex.
Ma, nonostante il tono scanzonato che la Koch ha scelto di dare al suo protagonista, dopo l'avvio il romanzo diventa noioso perché ripetitivo. 
Con lentezza, attraverso i ricordi di Alex, viene ricostruito il suo passato e, con estrema lentezza, i fatti relativi alla sua caduta. Che chiaramente non è stata accidentale, altrimenti il libro non sarebbe un thriller.
Solo l'ultima parte si legge speditamente, non tanto per sapere chi ha ridotto Alex all'immobilità, ma per scoprire se morirà prima di svegliarsi.

Reading Challenge 2024, traccia di aprile: libri con un adesivo sulla copertina

giovedì 11 aprile 2024

"Il cartomante di via Venti", Maria Masella

 

Genova, inizio autunno 2023. Orlando Zagheri, romano, da tre anni residente a Genova, viene trovato morto nel suo appartamento con la gola malamente tagliata. L'uomo lavorava per un'emittente locale, CittàTV, dove vestendo i panni del Mago Zagor conduceva la sua rubrica fissa, "Il cartomante di via Venti", predicendo il futuro ai fessi telespettatori che chiamavano in trasmissione afflitti da pene d'amore o con problemi di salute o di denaro.
E' stata Valeria Signorelli - telefonista nella stessa televisione - a ritrovare il corpo dell'uomo con cui da circa un anno aveva una relazione saltuaria.
Dopo due giorni anche lei viene uccisa e dopo tre al commissario Mariani viene tolto il caso.
Indubbiamente non lo ha gestito con l'abituale professionalità, distratto dal nuovo tracollo del suo matrimonio con Francesca, ma per fortuna né la moglie né i suoi uomini più fidati credono alle voci che lo vedrebbero fra i sospettati. Inizia quindi un'investigazione privata finalizzata a trovare l'assassino, ma anche a capire chi nelle alte sfere vuole impedirgli di scoprire il colpevole.

Dopo aver finito "La segreta causa" mi sarebbe dispiaciuto separarmi dai personaggi della Masella, anche se Mariani non mi ispira particolari simpatie, meno che mai la moglie Francesca, che ormai finisce sempre per avere un (improbabile) ruolo attivo nelle indagini del marito. Ma questi gialli sono brevi e mi coinvolgono abbastanza da farmi pensare che non mi dispiacerebbe farli scorrere a mo' di maratona, cosa che di solito non amo fare neppure con le serie TV.

Sicuramente, come già detto, gioca un ruolo fondamentale l'ambientazione e la Masella mi fa sentire a casa, più di ogni altro autore genovese che leggo. Dai tanti riferimenti comincio a pensare che sia di Sampierdarena, come me. Questa volta c'è piazza Settembrini, tanto cara a mio nonno, con un piccolo cameo per i Fratelli Frilli (gli editori dell'autrice) che un tempo avevano una libreria in quella piazza, come ricorda Mariani.
E viene citata anche la scuola media in piazza del Monastero, cioè le Novaro, frequentata da me e da mia sorella (e da tre personaggi femminili del libro).

Curioso come sia in questo come nei libri precedenti diversi quotidiani, locali e nazionali, siano stati citati con l'inserimento di personaggi fra le loro fila, mentre CittàTV non esiste. Immagino che Telecittà, che si trova realmente all'indirizzo della fasulla CittàTV, non abbia dato il permesso alla citazione.

Per l'ormai abituale tuffo nel passato, qui abbiamo l'uso dell'elenco del telefono e un foulard sulla testa di una trentenne, obsoleto oggi come nel 2003.

Ma la cosa veramente assurda è la "lista di focaccia" comprata da Mariani! Se proprio non voleva usare il nostro slerfa (ma non vedo perché visto che nel libro trova spazio una gritta, nome genovese del granchio), avrebbe per lo meno potuto dire striscia!

Ci sono anche un paio di errori fastidiosi: Mariani che non ricorda se la figlia ha 6 o 7 anni, dice che deve sempre fare il conto (e già questo la Masella poteva evitarlo) e poi si convince che ne abbia 6, mentre ne "Il dubbio" (ambientato nel febbraio dello stesso anno) c'era scritto che ne aveva 7. E poi, in riferimento a "La segreta causa", scrive "Da luglio, da quel terribile caso di Lavagna" quando in realtà la storia iniziava e finiva ad agosto.

L'editing questa volta non è stato accurato (
"Ho tante strade aperte da percorrere, ma queste maledette ferie imposte mi impediscono di percorrerle. Riprendo l’auto posteggiata più di tre ore fa poco lontano dall’ufficio di Francesca e ripercorro la strada verso Levante.") e c'è una sfacciatissima (ed esagerata) pubblicità a Tonitto, ma la Masella si fa ampiamente perdonare con un pungente riferimento ai fatti del G8 ("A Genova, dal 2001, i giornalisti hanno un rapporto schizoide con la polizia: alternano periodi in cui siamo Barbablù, forse alcuni di noi lo sono, ad altri in cui siamo Biancaneve, nessuno di noi lo è.") e con un bellissimo "FORZA SAMP" che Mariani vede scritto su un muro di piazza Settembrini ♥

Reading Challenge 2024, traccia stagionale crucipuzzle, primavera: delitto nel testo

lunedì 8 aprile 2024

"La segreta causa", Maria Masella

 

Genova, agosto 2003. Mentre moglie e figlia sono in vacanza a Finale Ligure e la madre, come ogni anno, è ospite nella casa di Lavagna della sua amica Enrica, il commissario Mariani è bloccato a Genova dal lavoro. La situazione non del tutto risolta con Francesca lo porta ad andare più spesso a Levante che a Ponente e anche l'ultimo week-end lo ha trascorso con le due signore. E' martedì quando viene a sapere dalla madre che il cadavere di Luisa Lercari è stato ritrovato in un box nei pressi del porticciolo turistico di Lavagna: 45 anni, nata a Sampierdarena, ma residente a Nervi, la Lercari era un'insegnante, ma anche una prolifica scrittrice di gialli a diffusione locale. E il sabato precedente Mariani aveva accompagnato madre e amica proprio alla presentazione dell'ultimo libro dell'autrice, dormendo per quasi tutto il tempo.
Il caso viene seguito dal tenente dei carabinieri di Lavagna Alfonso Graglia che, una volta informato della presenza del "collega" alla presentazione, non esita a chiedere la sua collaborazione, dimostrandosi poi però inspiegabilmente reticente.
Del resto Mariani non mira a essere coinvolto nella vicenda, soprattutto quando, di lì a poco, si trova a dover investigare sull'omicidio di Luigi Maccari, il giornalista de "Il lavoro" (la sezione genovese de "La Repubblica") che proprio pochi giorni prima di essere ucciso aveva intervistato la madre del commissario e la sua amica per un articolo sulla Lercari.

E questa sembrerebbe una clamorosa coincidenza, cosa che invece non è perché si capisce presto che i due casi sono collegati fra loro.

Scritto nel 2005 e terzo capitolo della serie del commissario Antonio Mariani, al momento è il migliore dei quattro che ho letto (quattro perché oltre ai primi due ho già letto anche il prequel, uscito in seguito), un giallo in piena regola, ben costruito e incalzante.

Un po' datato nello stile e nel tratteggio dei personaggi, ma sono caratteristiche dell'autrice e non mi dispiacciono (e poi mi fa sempre il regalo di trovare citato il mio quartiere di nascita, Sampierdarena), senza contare la penalizzazione a cui sottopongo i suoi libri leggendoli con vent'anni di ritardo perché se adesso fa sorridere sentir parlare di palmare e di floppy disk, nel 2003 (anno di ambientazione) e nel 2005 (anno in cui è stato scritto) li usavamo tutti prima di sostituirli con cellulari e chiavette USB.

Reading Challenge 2024, traccia di aprile: libri di autori con nome e cognome che iniziano con la stessa lettera

venerdì 5 aprile 2024

"The Hole", Hye-Young Pyun

 

"Erano diventati l'uno per l'altra l'unica famiglia"
Seul (Corea del Sud), giorni nostri. L'uno é Oghi, 47 anni, docente universitario, che un giorno riapre gli occhi ritrovandosi in un letto di ospedale a causa di un terribile incidente automobilistico in cui la moglie ha perso la vita, mentre lui - sfigurato e paralizzato - è in grado di muovere soltanto gli occhi e le palpebre. L'altra è la suocera, vedova da tre anni e adesso privata anche dell'unica figlia. Una donna educata e dignitosa di origini giapponesi che nell'arco dei quindici anni di matrimonio Oghi aveva frequentato e conosciuto poco.
Otto mesi dopo l'incidente Oghi viene dimesso e, non avendo altri familiari, sarà la suocera ad assumere il ruolo di amministratrice di sostegno. Un nobile gesto, ma soltanto all'apparenza: inchiodato nel suo letto, senza poter né parlare né muoversi, Oghi si trova ad affrontare giornate interminabili, isolato dal resto del mondo da quella suocera che lo trascura e che sembra essere ossessionata dal giardino che la figlia aveva reso lussureggiante. Ma se la figlia seminava e piantava, adesso la madre estirpa e scava, con rabbia crescente.

Scritto nel 2016 e vincitore dello Shirley Jackson Award l'anno successivo, "The Hole" è arrivato da noi soltanto a settembre della scorso anno ed è finito subito nella mia wish list dopo aver letto che era stato selezionato da “Time” tra i migliori dieci thriller dell’anno.

"The Hole è un romanzo che appassiona e dà i brividi"

Posso dirmi d'accordo, anche se non ha soddisfatto pienamente le alte aspettative che avevo. E' una lettura che se da un lato invoglia a procedere per scoprire cosa succederà, dall'altro frena per la pesantezza del contesto. Mi ha trasmesso la stessa angoscia provata moltissimi anni fa con "Misery non deve morire", il romanzo di Stephen King che ho preferito fra i pochi suoi che ho letto. L'unica analogia è la reclusione forzata dentro a una stanza: è impossibile fare altri paragoni fra le storie che raccontano, fra i due protagonisti, fra le due carceriere o altro, ma il senso di oppressione che mi hanno fatto provare è lo stesso e se quello che succede a Paul Sheldon vince sul piano della paura, le vicende di Oghi sbaragliano in afflizione.

Sostantivo che mal si associa al genere thriller, ma qui c'è più psicologia che suspense, con un finale accattivante parzialmente rovinato dalle ultimissime considerazioni, troppo filosofeggianti per quello che piace a me, ma che non mi hanno tolto il desiderio di leggere altro della Pyun, se mai la tradurranno ancora.

Reading Challenge 2024, traccia vagabonda aprile: Corea del Sud

mercoledì 3 aprile 2024

"Omicidio a Mizumoto Park", Tetsuya Honda

 

Tokyo, martedì 12 agosto di un anno non precisato. Per Reiko Himekawa stanno per scoccare i 30 anni ed è ancora single: una situazione inconcepibile per la madre, la sorella e la zia, al punto che la madre stessa si prodiga per organizzarle uscite serali con aspiranti mariti, appuntamenti che Reiko manda all'aria o diserta direttamente.
Il lavoro le offre una valida scusante: da due anni è a capo di una squadra di quattro uomini in quanto ispettrice dell'Unità 10 della sezione Omicidi di Tokyo. Un record per una persona così giovane e, soprattutto, per una donna.
Quel martedì la telefonata in arrivo dalla centrale non interrompe una cena galante, bensì un pranzo con il patologo dell'Istituto di medicina legale, una piacevole abitudine mensile che i due sfruttano per chiacchierare del loro argomento preferito: le morti bizzarre.
E il cadavere che Reiko si trova davanti quando arriva a Mizumoto Park di sicuro non è ordinario: l'uomo ha la gola tagliata, il ventre squarciato e un'infinità (94) di altre ferite superficiali sul dorso. Inoltre lo hanno avvolto in sacco di plastica azzurro. Tanta premura per nasconderlo per poi abbandonarlo in riva al laghetto del parco in un punto visibile per chiunque: per Reiko tutto ciò non ha senso, ma presto - grazie a una delle sue incredibili intuizioni - diventerà chiaro che non si tratta di un caso isolato.

Sottotitolo "la prima indagine della detective Himekawa della polizia di Tokyo", "Omicidio a Mizumoto Park" è il primo di una serie di otto romanzi scritti fra il 2006 e il 2017 da Tetsuya Honda, autore giapponese mio coetaneo (1969), molto famoso in patria grazie a questa e ad altre serie.

Soltanto l'anno scorso hanno tradotto in italiano questo primo titolo e a febbraio il secondo della serie, e immagino che andranno avanti, probabilmente anch'io, per lo meno col secondo perché lo avevo già comprato prima di leggere questo, ma adesso che l'ho fatto mi chiedo: c'è davvero bisogno di tradurre in altre lingue storie così banali? Non sarebbe meglio se l'editoria si impegnasse a tradurre autori di livello, posto che ogni nazione sforna già di suo grandi quantità di letture commerciali?
Si potrebbe obiettare che nel mondo c'è spazio per tutto/i (cosa per altro non vera, siamo troppi), ma questo non vale certo per le librerie di casa.
Allora si potrebbe dire che basta scegliere quando si compra: e qui taccio perché potrei solo dare ragione a chi dovesse dirlo.

Quello di Honda è stilisticamente un librino da poco, fra "una ragazza criminalmente sexy" e un ispettore della Omicidi, quello dell'Unità 5, che ad ogni apparizione non manca di apostrofare una donna, spesso Reiko stessa, con tutta una serie di epiteti quali stupida (undici volte), imbecille (quattro), cretina (tre) e una volta scemetta (agli uomini riserva l'appellativo di idioti, quattro volte). L'autore mette in bocca a Katsumata anche un imbarazzante "Quasi mi scordavo, sei in arresto", ma l'uso di un italianissimo "Dio li fa..." mi porta a chiedermi quanta libertà si sia presa la traduttrice.

Peccato perché la storia gialla che il libro racconta non è neppure da buttare: chiaramente il primo non sarà l'unico cadavere di una vicenda che sviluppandosi riuscirà a essere contemporaneamente sia macabra che triste.
Un vero e proprio poliziesco che vede all'opera altre due Unità oltre a quella di Reiko (a cui ovviamente non manca un'esperienza tragica legata al suo passato, come succede a tante - troppe - protagoniste di serie gialle) e dove, più che mai, ho avuto problemi con la memorizzazione dei personaggi, che non sono pochi e che hanno tutti nomi talmente pieni di K, U e H da renderli troppo simili per i miei occhi italiani.

Ma la lettura è stata indubbiamente penalizzata dal confronto con i noir di Matsumoto: gli unici altri gialli giapponesi che ho letto sono i suoi e sono proprio due mondi opposti nella costruzione, nel ritmo, nello sviluppo. Nella serietà.
Perché - e qui arriva il secondo paragone - lo stile e la protagonista di Honda sono del tutto analoghi ai romanzetti di Alessia Gazzola: non potevamo farci bastare Alice Allevi e cercare di portare in Italia altri personaggi giapponesi del calibro di Torigai Jutaro?

Reading Challenge 2024, traccia vagabonda aprile: Giappone

lunedì 1 aprile 2024

Reading Challenge: le tracce di aprile

    


TRACCE MENSILI

Libere:
  • libri che nel titolo hanno almeno una parola in comune
    Qualcuno ti guarda, Rachel Abbott (3 punti)
    Quando nessuno guarda, Alyssa Cole (4 punti)
  • libri di autori con nome e cognome che iniziano con la stessa lettera
    La segreta causa, Maria Masella (2 punti)
  • libri con un adesivo sulla copertina
    Se muoio prima di svegliarmi, Emily Koch (3 punti)

Traccia gioco di società: Uno, libri con la copertina rossa, gialla, verde o azzurra
  • L'amore dura tre anni, Frédéric Beigbeder (1 punto)

Traccia vagabonda:
  • Giappone: Omicidio a Mizumoto Park, Tetsuya Honda (3 punti)
  • Corea del Sud: The Hole, Hye-Young Pyun (1  punto)


I miei punti di aprile: 17