giovedì 30 gennaio 2020

"L'uomo di gesso", C.J. Tudor


Anderbury (Inghilterra), estate 1986. Eddie Munster, Gav la Palla, Mickey Metallo, Hoppo e Nicky sono una banda di ragazzini dodicenni e si stanno godendo le vacanze estive. Il loro più grande passatempo è quello di scorrazzare nei boschi in bici. Ma quell’estate ci sono anche i gessetti a unirli: li ha regalati a Eddie un nuovo insegnante della scuola, il professor Halloran. Ognuno di loro ha scelto un colore e si sono inventati un codice con cui comunicano disegnando simboli davanti alle rispettive case.
Sono quei segnali di gesso a condurli un giorno nel bosco, dove trovano la mano di una ragazza. La polizia in seguito ritroverà tutti i pezzi di quel cadavere smembrato, a eccezione della testa.
Trent’anni dopo Eddie vive ancora ad Anderbury. Ha 42 anni, insegna inglese, il padre è morto, la madre si è risposata e gli ha lasciato la casa di famiglia. Si sta chiedendo se la storia era iniziata davvero col ritrovamento del corpo, oppure prima, il giorno dell’incidente al luna park, quando aveva visto per la prima volta il professor Halloran. E se lo chiede perché ha appena ricevuto una busta: all’interno un gessetto e il disegno di un omino stilizzato.
Possibile che l’uomo di gesso sia tornato dopo tutti quegli anni?

Dopo una partenza non esaltante con tre libri mediocri e uno pessimo, la media di gennaio ha avuto una grossa impennata grazie a delle ottime letture.

Questo è un altro gran bel thriller che, come “L’uomo di casa”, si svolge su due piani temporali. Si tratta di due storie completamente diverse, ma anche “L’uomo di gesso” è pieno di tasselli e tutti alla fine trovano il loro incastro perfetto.

De Marco è riuscito a creare una maggior suspense, ma ho trovato più piacevole lo stile narrativo della Tudor, probabilmente perché descrittivo al punto giusto, senza la pesantezza degli inutili dettagli di cui è carico “L’uomo di casa”.

La Tudor riesce anche a essere leggermente più convincente nell’uso di un bambino come voce narrante e, come De Marco, è stata brava nel mantenere viva l’attenzione calando al punto giusto i vari colpi di scena.

Non sono due libri paragonabili, mi viene automatico farlo solo perché li ho letti in successione, ma sono senz’altro due thriller che vale la pena leggere per gli amanti del genere.

Reading Challenge 2020: questo testo risponde alla traccia a cascata di gennaio, lo collego a "Vincoli" perchè gli autori sono entrambi stranieri

mercoledì 29 gennaio 2020

"Vincoli. Alle origini di Holt", Kent Haruf


Holt (Colorado), aprile 1977. E’ un sabato quando Dick Harrington, giovane e inesperto giornalista di Denver, si presenta alla fattoria di Sanders Roscoe con la pretesa che gli spieghi cos’è successo a casa dei Goodnough, i suoi vicini, la notte del 31 dicembre appena trascorso, con il solo risultato di ritrovarsi in mezzo al letame.
Ma Sanders è burbero solo con chi disprezza e disprezza chi ha l’arroganza di sapere tutto solo perché è più giovane e vive in città. Perchè di sicuro Dick Harrington non sa nulla di quello che ha fatto Edith Goodnough, non gli interessa neppure saperlo, deve solo raccogliere qualche dettaglio per imbastire uno stupido articolo e non li avrà certo da Roscoe.
Però Sandy ha voglia di raccontare i fatti di quella notte, lui lo sa. Così otto giorni dopo, una domenica pomeriggio, racconterà tutto… al lettore. Partendo da quando Roy Goodnough e Ada Twamley lasciarono l’Iowa nel 1895 per trasferirsi in Colorado per costruire la loro casa sui terreni sabbiosi ricevuti dallo Stato grazie al Homestead Act del presidente Lincoln…

Sono passati quasi due anni da quando ho letto “Le nostre anime di notte”, libro che ho adorato e che ha conservato un posto speciale nel mio cuore. E che ora dovrà stringersi un pochino per fare spazio a “Vincoli”, altrettanto meraviglioso.

Scritto nel 1984, ha anche un sottotitolo: “Alle origini di Holt”. Precede infatti di 15 anni “Canto della pianura”, il primo romanzo della trilogia di Holt, la cittadina immaginaria che Kent Haruf ha posizionato a circa 240 km da Denver e dove successivamente ha ambientato anche “Le nostre anime di notte”.

E’ stato quindi un piacere non solo ritrovarla, ma “vederla” nascere, dai tempi della colonizzazione del West, e crescere (pur rimanendo una cittadina) fino all’aprile del ‘77. Ma Holt è solo lo scenario appena abbozzato che fa da contorno alla storia dei due protagonisti, Edith e Sanders, e delle loro famiglie di origine, i Goodnough e i Roscoe.

Non sono una coppia, fra i due ci sono 31 anni di differenza, e il libro non narra una storia d’amore. Racconta intere esistenze fatte di povertà e miseria, di fatica, di doveri.

E di vincoli.

Kent Haruf aveva un modo di scrivere poetico, delicato, leggero, tenero, così soave da portarmi a usare tutti questi aggettivi lontani dal mio modo di essere e di esprimermi, ma leggere un suo romanzo, nonostante la sua drammaticità - che induce a rubare le parole della sua voce narrante quando gli fa dire: “non è giusto, la vita è ingiusta” - fa un gran bene al cuore e al cervello.

Bella e interessante, seppure breve, anche la nota del traduttore, Fabio Cremonesi: se non ricordo male è solo la seconda volta che la trovo in un libro, invece questa “postilla” è un valore aggiunto che andrebbe sempre inserita, per lo meno in libri di un certo livello.

Invece è la prima volta che trovo un libro dedicato (anche) alle mucche: se fossi un bovino il Colorado e gli Stati Uniti in generale sono uno degli ultimi posti al mondo dove vorrei nascere, adesso come a cavallo fra Ottocento e Novecento, ma per l’amore che provo per questi animali ho apprezzato quel grazie di Haruf.

Reading Challenge 2020: questo testo risponde alla traccia a cascata di gennaio, lo collego a "Cattive compagnie" per gli autori sono entrambi anglofoni

domenica 26 gennaio 2020

"L'uomo di casa", Romano De Marco


Richmond (Virginia), settembre 1979. Gli agenti di pattuglia che rispondono alla chiamata di una signora che si lamenta per la puzza proveniente dalla villetta di fianco alla sua non sanno che stanno per imbattersi nel caso che passerà alla storia come quello della Lilith di Richmond, che rimarrà nella memoria di tutti per l’orrore e per la mancata cattura della responsabile.
Vienna (Virginia), giorni nostri. Gli agenti che suonano alla porta di Sandra Morrison sanno che stanno per distruggere la vita della donna: il corpo del marito, Alan Sanford, è stato ritrovato a bordo della sua auto abbandonata in una zona malfamata della città. Gola tagliata, pantaloni calati, effetti personali scomparsi: molto probabilmente una rapina finita male a opera di una prostituta. Sandra e Devon, la figlia quindicenne, oltre al lutto improvviso si trovano a fare i conti con la scoperta che quel marito e padre, all’apparenza perfetto, in realtà aveva un lato oscuro difficile da accettare.
E sei mesi dopo all’incredulità di Sandra per la seconda vita del marito si aggiunge un altro mistero: perché Alan stava indagando su quel caso di cronaca vecchio di trent’anni?

Libro vincitore del Premio del Pubblico del Noir Festival 2017 e candidato al Premio Giorgio Scerbanenco 2017 per il miglior romanzo noir italiano, classificazione di genere che un po’ mi spiazza perché fatico a inquadrarlo come noir: per me è un thriller al 100% ed è un bellissimo thriller.

A inizio lettura mi ha disturbato abbastanza che la vicenda fosse ambientata all’estero, come mi era successo l’anno scorso con “Benevolenza cosmica”, ma procedendo mi sono dovuta ricredere perché - mentre Bacà avrebbe potuto tranquillamente ambientare la sua storia in Italia - a De Marco servivano gli Stati Uniti, con i loro grandi spazi e tutta una serie di particolari che sviluppati lì rendono credibile la storia.

Una storia che viene raccontata su piani temporali diversi, di cui due quelli principali. L’autore l’ha costruita benissimo, dando molte informazioni al lettore, sembra quasi che ne dia troppe, cosa che normalmente uccide i thriller, ma la sua bravura è stata quella di riuscire a sganciare le diverse rivelazioni (che non sono colpi di scena veri e propri) in un crescendo continuo di suspense.

Gli imputo però un difetto, quello di avere una scrittura molto descrittiva e troppo particolareggiata: all’apparizione di ogni personaggio, anche quelli che compaiono in una singola scena, elenca schematicamente età, aspetto, abbigliamento, professione, hobby, eventuali malattie e stato civile. Se nella descrizione sono citati coniugi, figli e/o nipoti, elargisce inutili particolari anche su questi, come si chiamano, cosa fanno, dove vivono, ecc…
La stessa pedanteria coinvolge anche il territorio, racconta la storia di Washington e di Richmond in un modo che ricorda le guide dei pullman turistici che fanno il giro delle città, per poi cadere in una minuzia da agente immobiliare descrivendo singoli quartieri, strade ed edifici.

Di solito apprezzo molto i libri descrittivi, li trovo più coinvolgenti, ma De Marco ha esagerato. Ciononostante, libro e autore meriterebbero una fama superiore a quella di cui godono Carrisi e le sue opere, tanto per fare un nome.

Reading Challenge 2020: questo testo risponde alla traccia normale di gennaio (solo per il titolo!) perchè mi auguro di avere maggiore aiuto in casa

giovedì 23 gennaio 2020

"Cleopatra. La regina che sfidò Roma e conquistò l'eternità", Alberto Angela


Alessandria d’Egitto, 12 agosto 30 a.C.: è questo il giorno in cui Cleopatra muore suicida, dopo 21 anni di regno. Ultima Regina d’Egitto, con lei muore anche la dinastia dei Tolomei e finisce l’età ellenistica iniziata trecento anni prima con Alessandro Magno.

Un Alberto Angela sorprendentemente romantico (Cleopatra ha palesemente conquistato anche lui) ricostruisce e racconta la vita, non solo della sovrana, ma soprattutto quella della donna intelligente, carismatica, potente e moderna che è stata, confermando, ma andando oltre, l’immagine dell’ammaliatrice di uomini che gli storici antichi (sostenitori di Ottaviano) hanno voluto tramandare.

Il saggio si concentra soprattutto nei 14 anni che vanno dal 15 marzo del 44 a.C., quindi dalla morte di Giulio Cesare, a quella di Cleopatra, descrivendo accuratamente personaggi, contesto storico, vita quotidiana dell’epoca, combattimenti, ecc.
Basandosi sui dati certi, che diventano pochi quando si tratta di ricostruire le vicende personali, ripercorre le dinamiche che hanno portato Cleopatra sul trono d’Egitto, il suo legame con Cesare, l’uccisione di questi, quindi il ritorno in patria della regina fino alla nuova relazione con Marco Antonio terminata 11 anni dopo con la morte di entrambi.

Ha colmato le mie enormi lacune, questo è un periodo storico su cui sono profondamente ignorante, ad esempio sapevo che l’Egitto di Cleopatra non era quello dei faraoni, ma non sapevo che fossero separati da più di mille anni, né sapevo che Antonio e Cleopatra avessero avuto tre figli!

Se nelle scuole la storia venisse insegnata nel modo appassionato e appassionante di Alberto Angela, sarebbe la materia preferita di tutti.

E’ così bravo e coinvolgente da riuscire a creare suspense raccontando fatti che per forza di cose non possono presentare colpi di scena ^^

E, fra le tante, dice una cosa molto vera: “L’errore che si fa spesso è quello di guardare a epoche diverse dal nostro punto di vista di uomini e donne moderni”, cioè proprio quello che sistematicamente faccio io, approccio che considero alla base del mio non amore per i classici.

Reading Challenge 2020: questo testo risponde alla traccia vagabonda di gennaio "un libro ambientato in Egitto"

lunedì 20 gennaio 2020

"Ricominciare", Danielle Steel


Parigi, novembre di un anno recente. Carole Barber, splendida cinquantenne diva di Hollywood di fama mondiale, è atterrata nella capitale francese da poche ore quando il taxi che la sta riportando al Ritz dopo una passeggiata per la città fra i ricordi del passato viene coinvolto in un attentato terroristico: una strage.
L’attrice se la cava con un braccio rotto, una ferita su una guancia che scompare nell'arco di un mese e un brutto trauma cranico. Incosciente e priva di documenti, clamorosamente non viene riconosciuta né cercata da nessuno. E’ solo dopo una settimana che la sua identità viene finalmente svelata. Al suo capezzale accorrono il suo primo marito con i loro due figli già adulti e Stevie, la sua preziosa collaboratrice. Dopo qualche giorno Carole esce dal coma, frastornata e priva di memoria. Non ricorda nulla, ogni faccia le è estranea, compresa quella del distinto francese che tutti sembrano conoscere e temere, tutti tranne lei…

Secondo (e ultimo) romanzo di Danielle Steel che leggo. La prima lettura risale ormai a quasi vent’anni fa, a uno dei periodi più tristi della mia vita quando avevo seguito il consiglio di leggere “Le sorprese del destinoperchè il tema trattato mi toccava da vicino. E siccome per me poi non c’è mai stata la (bella) sorpresa del destino, lo ricordo come uno dei libri più amari che abbia mai letto e che mi ha portata a evitare la Steel per tutti questi anni.

Finchè, cercando un libro ambientato a Parigi, fra i tantissimi ho scelto questo “Ricominciare”, un romanzo rosa del 2008 talmente anacronistico sotto ogni aspetto che potrebbe essere stato scritto ottant'anni prima perché giusto mia nonna, classe 1914, avrebbe potuto apprezzarne trama, personaggi, dialoghi, ecc…

Wikipedia mi dice che Danielle Steel è al quinto posto fra gli scrittori che hanno venduto il maggior numero di copie. Ha all’attivo la bellezza di 120 romanzi rosa (più una ventina per ragazzi, tre illustrati e cinque di non fiction), per cui mi rendo conto di quanto sia azzardato da parte mia metterla in croce sulla base di una sola lettura fresca più un’altra troppo datata per essere ricordata nel dettaglio, ma certe cose – da donna, e neppure troppo femminista – mi fanno piangere il cuore in relazione a quel quinto posto e non solo.

Non mi riferisco tanto all’inverosimiglianza della storia, allo stile noioso e ripetitivo dell’autrice, ai suoi personaggi démodé e alle sue descrizioni patinate, dove ogni sorriso è raggiante, ogni espressione radiosa, ogni gesto viene fatto con discrezione o con grande rispetto e dove tutti sono molto comprensivi e sopportano con molta eleganza ogni ostacolo che la vita pone loro, riuscendo addirittura a morire di cancro con grande serenità!

Quello che trovo davvero sconfortante è la mentalità di questa scrittrice, soprattutto il fatto che piaccia così tanto nonostante la sua arretratezza maschilista che non ha nulla di romantico.

Un esempio, Jason, il primo marito, l’ha prima tradita e poi lasciata per una modella russa ventunenne, ma Carole si incolpa per non aver capito il disagio di lui e per non aver lasciato o allentato il lavoro!

"Non so bene come, ma non devo essere stata all’altezza, oppure devo averti deluso se te ne sei andato con un’altra”

Un altro esempio, a Mattieu, il grande amore di Carole, fa dire:

"Preferirei essere sposato con te, per essere sincero. Si accorda con il mio concetto di proprietà...”

Ma per forza che poi la gente non capisce che gli animali sono esseri viventi e non oggetti di cui si è proprietari!!

E ancora, quando Carole chiede a Mattieu “Ti manca il tuo vecchio incarico?” la Steel trova necessario aggiungere:

"Le sembrava naturale che fosse così. Per chiunque, in particolare per un uomo, doveva essere difficile rinunciare a una carica prestigiosa come quella che lui aveva ricoperto"

Che dire… probabilmente quell’altra belina (in genovese fa fine) di Amadeus apprezzerebbe tutto questo sessismo, spesso associato a un vomitevole servilismo, ma io decisamente no!

Reading Challenge 2020: questo testo risponde alla traccia artista di gennaio perchè ambientato a Parigi



mercoledì 15 gennaio 2020

"La figlia femmina", Anna Giurickovic Dato


Rabat, qualche anno fa. Giorgio è un diplomatico assegnato all’Ambasciata italiana in Marocco dove si è trasferito con la giovane moglie Silvia e la loro bambina, Maria. La vita scorre piacevole e tranquilla per tutti i membri di questa famiglia serena, quanto meno all’apparenza.
Roma, alcuni anni dopo. Silvia e Maria sono rientrate in Italia da quattro anni. Adesso Maria ne ha 13, ha perso la serenità di quando era piccola e anche il rapporto madre e figlia sopporta tensioni che vanno oltre al rapporto difficile che spesso si crea fra genitori e figli adolescenti, situazioni così comuni da essere normali. Ma non c’è nulla di normale in ciò che avviene durante il pranzo domenicale in cui Silvia presenta alla figlia Antonio, il suo nuovo compagno.

Opera prima (e non si direbbe da quanto è ben scritto) e per ora unica (peccato) di questa giovane (non giovanissima) scrittrice catanese che ai tempi dell’uscita del libro aveva spaccato la critica e, dopo averlo letto, ne capisco il motivo.

Il tema trattato è delicato quanto orribile, una bambina abusata dal padre: non sto facendo spoiler, la storia è nota, la sinossi stessa del libro lo dice (e dice troppo, consiglio di leggerla alla fine, come ormai faccio quasi sempre), ma soprattutto il lettore lo scopre nelle primissime pagine. E questo è un bene perché il passato di Maria fornisce l’indispensabile chiave di lettura per i suoi atteggiamenti durante il pranzo domenicale del presente.

La voce narrante è quella di Silvia, una donna così impegnata nel ruolo di moglie e di madre perfetta, da essere così ottusamente e odiosamente cieca da non riuscire a riconoscere i segnali malati del marito né quelli del dramma vissuto dalla sua bambina.

La Giurickovic Dato dovrebbe dare lezioni a Ruth Newman (e non solo, cito lei in particolare solo perché fresca di lettura) su come raccontare una storia usando piani temporali diversi. Ne “La figlia femmina” - scritto così bene da farlo risultare scorrevole nonostante la pesantezza della vicenda – si passa con eleganza da Roma a Rabat, dal prima al dopo, con il dopo che a sua volta abbraccia alcuni anni e circostanze diverse, Maria a cinque anni, Maria a nove anni, ma anche la vita di Silvia e di Giorgio prima dell’arrivo di Maria.

A disturbarmi moltissimo a fine lettura sono state alcune cose scritte nella sinossi: “Maria è davvero innocente, è veramente la vittima del rapporto con suo padre?”. E ancora: “La figlia femmina mette in discussione ogni nostra certezza: le vittime sono al contempo carnefici, gli innocenti sono pure colpevoli”. Non ho trovato una Maria colpevole nel libro, neppure alla luce di ciò che ha fatto in passato e che fa nel presente. Ma soprattutto è la prima domanda che mi indigna: una bambina che a cinque anni viene violentata dal proprio padre cosa può essere se non una vittima??? L’editore ha reso un pessimo servizio all’autrice e questo libro avrebbe meritato di andare oltre alla sola candidatura al Premio Strega 2017: a mio giudizio supera di molte spanne il vittorioso “Le otto montagne” di Cognetti che ha solo una cosa in più rispetto a “La figlia femmina”: l’essere molto commerciale.

Reading Challenge 2020: questo testo risponde alla traccia artista di gennaio



domenica 12 gennaio 2020

"Cattive compagnie", Ruth Newman


Las Vegas, giorni nostri. Quello fra Kate e Charlie è il più clamoroso dei colpi di fulmine: ai due basta uno sguardo alla riaccensione delle luci dell’ascensore che si era bloccato all’improvviso intrappolandoli per alcuni minuti per capire di aver trovato l’anima gemella che neppure stavano cercando. Tre giorni dopo sono già marito e moglie. Lui, architetto, non ha problemi a trasferirsi a Londra, la città di lei. Due anni di amore intenso, una vita perfetta, coronata da una vacanza a Cefalù da cui però solo Kate fa ritorno: mentre lei dorme in spiaggia, Charlie va a fare il bagno senza più tornare. Il mare ne restituisce il cadavere alcuni giorni dopo, solo un tatuaggio e il DNA potranno accertare che quel corpo straziato è il suo.
Londra, un anno dopo. Kate non è riuscita a superare il lutto. Ha accettato controvoglia l’invito a cena di una coppia di amici appena tornati da una vacanza a Miami. Kate guarda senza interesse le foto del viaggio quando all’improvviso cambia tutto: quell’uomo ritratto sullo sfondo di uno scatto è suo marito! Per gli amici, compreso Luke, amico d’infanzia di Charlie, si tratta solo di una somiglianza, ma Kate deve ritrovare quell’uomo e quindi parte per la Florida…

Questo secondo romanzo di Ruth Newman mi ha non poco disorientata, in negativo. Fino a poco più del 30% la lettura è stata piacevolissima: personaggi e contesti molto diversi rispetto a “Il college delle brave ragazze”, più maturi (non solo anagraficamente) e meglio tratteggiati, ma soprattutto una grande capacità nel descrivere emozioni e stati d’animo della protagonista.
Mi sembrava di leggere non un banale thriller, ma un raffinato noir.

Poi la svolta, la caduta in picchiata: tutto un susseguirsi di colpi di scena, personaggi che di volta in volta sembrano i buoni, poi i cattivi, poi di nuovo i buoni, ecc, grazie a situazioni surreali e a volte ridicole, esagerazioni che – anziché creare la suspense a cui sicuramente mirava l’autrice – finiscono solo per stancare chi legge. Nessuno stratagemma usato dalla Newman per giustificare i vari meccanismi è intelligente: tutto si basa su coincidenze clamorose, su eventi che fanno impallidire l’ago nel pagliaio.

Rispetto al libro precedente ha solo migliorato la capacità di gestire i salti temporali, ma non quella di riuscire a creare una storia credibile e sensata. Qui i personaggi sono ancora più stereotipati e nella seconda metà le situazioni descritte sembrano copiate dai peggiori film americani sui gangster: tanto per far capire cosa intendo con una scenetta che non comporta spoiler, qualcuno si dà alla fuga saltando dall’ottavo piano di un albergo direttamente nella piscina sottostante!!

Peccato. Come dicevo, la partenza era davvero buona. Confrontando quella con il resto del libro e con quello precedente, mi viene da pensare che la Newman abbia sbagliato genere: anziché scrivere thriller avrebbe dovuto dedicarsi a una tranquilla narrativa sentimentale.

In particolare mi ha colpita il capitolo in cui racconta il momento in cui Kate si sveglia sulla spiaggia, si accorge di aver dormito due ore e di essere ancora da sola. Il suo non sapere prima cosa pensare, poi cosa fare. E' in un Paese straniero dove non conosce nessuno, di cui capisce a stento qualche parola della lingua. Fa congetture sul da farsi, senza smettere di guardare il mare, con la sicurezza che da un momento all’altro vedrà Charlie nuotare verso di lei, una speranza che via via si indebolisce lasciando spazio a impotenza e disperazione.

Stati d’animo che conosco bene per averli sperimentati durante una vacanza in Germania anni fa, con un bosco al posto del mare, bosco che per fortuna mi ha restituito il marito “disperso” in meno di due ore, ma due ore che non dimenticherò mai.


Reading Challenge 2020: questo testo risponde alla traccia a cascata di gennaio, lo collego a "Il college delle brave ragazze" perchè scritti dalla stessa autrice



mercoledì 8 gennaio 2020

"Caro Evan Hansen", Val Emmich


Stati Uniti, giorni nostri. Il primo giorno dell’ultimo anno di liceo Evan si presenta a scuola in compagnia del gesso che gli avvolge il braccio che si è rotto durante l’estate cadendo dalla quercia su cui si era arrampicato per vedere il mondo dall’alto. Peccato che quel gesso sia la sola cosa che lo accompagni: Evan è un ragazzino desolatamente solo, invisibile agli occhi di chiunque, genitori compresi.
E quando una delle lettere motivazionali che si era scritto seguendo le istruzioni del suo psicologo viene scambiata per il saluto di addio di Connor, morto suicida, è per insicurezza e non per volontà che Evan non ha la forza di chiarire subito l’equivoco.
Una titubanza che darà vita a una serie di eventi più grandi di lui.

Come mi era già capitato con i tre Young Adult letti nel 2017, anche in questo caso l’ho apprezzato maggiormente a lettura ultimata perché è innegabile l’utilità che questi romanzi (per lo meno quelli che letti da me) possono avere “parlando” agli adolescenti.
Ma, avendo abbandonato quella fase dalla bellezza di sette lustri, il meccanismo narrativo che presenta esclusivamente il punto di vista dei ragazzi, relegando i personaggi adulti a semplici comparse, mi lascia un senso di incompletezza, soprattutto durante la lettura, prima di arrivare a comprendere il messaggio che vuol essere lanciato.

Ed essendo io adulta, anche se non genitrice, non posso fare a meno di concentrare la mia attenzione sulle mancanze dei “grandi”, sicuramente accentuate dalla visione adolescenziale della prosa (spero che ogni figlio sia amato dai propri genitori più di quanto un quindicenne sia disposto o capace di riconoscere), ma che non credo possano essere totalmente privi di responsabilità per l’assenza di dialogo e di apertura mentale (non solo da parte dei genitori, ma anche di insegnanti, allenatori, ecc) quando si arriva a parlare dell’incidenza dei suicidi fra ragazzi in età scolare.

E’ straziante il modo in cui nel libro viene descritta la solitudine patita sia da Evan che da Connor, le loro carenze affettive, le loro insicurezze e il senso di inutilità che provano.

"Mi è toccato morire perché si accorgessero che prima ero vivo

Un messaggio potente per gli adulti, anche per chi non ha figli, come me.

Reading Challenge 2020: traccia gold del mese di gennaio



lunedì 6 gennaio 2020

"Il college delle brave ragazze", Ruth Newman


Cambridge (Inghilterra), primi anni del duemila. E’ dicembre quando il corpo decapitato di Amanda Montgomery, studentessa del primo anno all’Ariel College, viene rinvenuto nel suo letto al dormitorio. Dieci mesi dopo un altro cadavere viene ritrovato sul lungofiume, quello di Eliza Fitzstanley, massacrata di botte al punto tale che i genitori riusciranno a riconoscere la figlia solo per il neo vicino all’ombelico. Ed è a giugno del 2004 che “il macellaio di Cambridge" torna a colpire: questa volta è toccato a June Okeweno, sbudellata nella sua camera. Ma c’è una novità: accanto a lei, seminuda, ricoperta di sangue e in stato catatonico, c’è Olivia Corscadden, la sua vicina di stanza.
La ragazza è presumibilmente l’unica testimone del serial killer e non sarà facile per Matthew Denison, lo psichiatra incaricato dalla polizia, riportarla a uno stato cosciente per farle raccontare cosa ha visto…

Se la mia ricerca su web è stata accurata, Ruth Newman ha scritto soltanto due romanzi, questo nel 2009 e un altro thriller (che inizierò stasera stessa) due anni dopo.

"Il college delle brave ragazze" penso che potrebbe piacere davvero tanto a chi legge pochi thriller grazie ai vari ribaltamenti che mantengono vivo un certo grado di tensione (senza mai arrivare però a una suspense degna di questo nome).

Ma per chi si nutre, o quasi, di thriller presenta più difetti che pregi. La storia non ha nulla di originale, soprattutto per quello che caratterizzava il genere 10-15 anni fa (evito di specificare a cosa mi riferisco per non fare spoiler). I colpi di scena (ce n’è più d’uno) diventano troppo prevedibili man mano che ci si avvicina all’acme di ciascuno. I personaggi tendono ad essere troppo simili tra loro e parecchio stereotipati. Alcune spiegazioni sono troppo tirate per i capelli per i capelli e c’è anche un errore disturbante per gli odiosi precisini come me.

Durante la lettura il mio giudizio ha oscillato fra le 2 e le 3 stelline di gradimento, ma con l’epilogo “cinematrografico” la Newman si è guadagnata le mie tre stelle piene, quasi quattro.

Reading Challenge 2020: questo testo risponde alla traccia a cascata di gennaio "un libro con delle mani in copertina"



venerdì 3 gennaio 2020

Riassunto letture 2019


Libri letti: 114
   
Ebook: 101
Cartacei: 13

Comprati da me durante l'anno: 92
Comprati da me, ma che già avevo: 15
Ricevuti in regalo: 6
Trovati: 1

Generi

Romanzi: 95
Racconti: 9
Saggi: 7
Raccolte di racconti: 2
Storie personali: 1
 
Sottogeneri

Narrativa contemporanea: 38
Thriller: 28
Gialli: 16
Romanzi rosa: 7
Classici: 4
Chick lit: 3

Noir: 3 
Storia: 3
Autobiografie: 2 
Salute e benessere: 2  
Biografie: 1 
Erotici: 1
Fantascienza: 1
Gialli storici: 1 
Narrativa classica per ragazzi: 1
Romanzi epistolari: 1 
Romanzi storici: 1
Società e politica: 1
 
Scritti da donne: 64
Scritti da uomini: 50

Nazione

Italia: 46
Inghilterra: 24
Stati Uniti: 21
Germania: 5 
Francia: 4
Giappone: 3 
Cile: 2
Spagna: 2 
Argentina: 1
Belgio: 1 
Canada: 1
Finlandia: 1
Irlanda: 1 
Islanda: 1
Scozia: 1

 
Numero delle pagine: 30.681

Media di pagine al giorno: 84.29


Le tre copertine più belle:


I tre libri più amati: