
Michel Pastoureau - storico, antropologo e saggista parigino (1947) - ha legato il suo nome soprattutto allo studio dei colori. In questo librino (112 pagine) sono raccolte parti delle interviste rilasciate a Dominique Simonnet e pubblicate sul settimanale "L'Express" nell'estate del 2004.
Una lettura veloce che mi ha coinvolta meno di quanto mi aspettassi, l'avrei preferita più tecnica e meno filosofica, ma indubbiamente interessante per le nozioni fornite (focalizzate su Francia, Europa e Occidente), anche se credo non dica nulla di nuovo a chi per lavoro o per diletto ha a che fare con i colori. Io no (se si esclude la mia passione per il make-up e quella ormai esaurita per il ricamo), per cui molte cose le ignoravo, ad esempio che è stato Newton a definire lo spettro luminoso dell'arcobaleno, men che meno che l'occhio umano arriva a distinguere fino a 180/200 sfumature di colore. Siamo però meno sensibili ai colori rispetto a un tempo, forse perché viviamo in un mondo più colorato ("troppi colori uccidono il colore").
Il blu, "il colore gattamorta": impopolare nell'antichità, forse perché era difficile da ottenere (e per i Romani era il colore dei barbari), attualmente sembra essere il colore preferito dagli europei (da me sicuramente). Non amando la pittura e l'arte in generale non sapevo che solo attorno al XII secolo si cominciò a dipingere il cielo di azzurro (non più rosso, nero, bianco o dorato) e questo perché il Dio cristiano è luce e la luce è azzurra.
Il rosso, "il fuoco e il sangue, l'amore e l'inferno": nell'antichità era considerato il solo colore degno di questo nome. Era poco presente in natura, ma esistevano molti tipi di pigmenti. Era anche il colore che rendeva meglio quando si tingevano i tessuti, motivo per cui per secoli è stato il colore delle spose, ma è un colore allarmante, ancora legato a questa simbologia (segnali di divieto, semaforo rosso, telefono rosso, cartellino rosso, eccetera).
Il bianco, "ovunque, esprime la purezza e l'innocenza": Pastoureau precisa che se anche in epoca moderna molti lo considerano un non colore associandolo all'assenza (pagina bianca senza testo, voce bianca senza timbro, notte bianca senza sonno, assegno in bianco senza importo, mangiare in bianco senza condimento, eccetera), in realtà è forse il colore più antico.
Il verde, "quello che nasconde bene il proprio gioco": é il colore della natura e per questo oggi è simbolo di ecologia e pulizia, ma anche di gratuità (numero verde), mentre nell'antichità - quando era difficile da stabilizzare - era diventato simbolo di instabilità.
Non sapevo che l'idea del verde frutto dell'unione fra il giallo e il blu fosse nata solo nel XVIII secolo ("nel passato sapevano crearlo direttamente, senza dover fare miscugli").
Il giallo, "il colore dell'infamia": amato prevalentemente dai bambini (di certo non da me), apprezzato nell'antichità per poi decadere nel Medioevo, quando il dorato lo ha privato degli aspetti positivi che gli venivano attribuiti (luce, calore, potenza) trasformandolo in un colore spento associato a bugiardi, traditori e truffatori. Ci penseranno poi gli Impressionisti a risollevarlo.
Una lettura veloce che mi ha coinvolta meno di quanto mi aspettassi, l'avrei preferita più tecnica e meno filosofica, ma indubbiamente interessante per le nozioni fornite (focalizzate su Francia, Europa e Occidente), anche se credo non dica nulla di nuovo a chi per lavoro o per diletto ha a che fare con i colori. Io no (se si esclude la mia passione per il make-up e quella ormai esaurita per il ricamo), per cui molte cose le ignoravo, ad esempio che è stato Newton a definire lo spettro luminoso dell'arcobaleno, men che meno che l'occhio umano arriva a distinguere fino a 180/200 sfumature di colore. Siamo però meno sensibili ai colori rispetto a un tempo, forse perché viviamo in un mondo più colorato ("troppi colori uccidono il colore").
Pastoureau spiega come in passato si avesse una percezione diversa dei colori, in parte per la differente resa che hanno se illuminati da luce elettrica o da un lume a olio, e dice che i colori sono sei, dedicando un capitolo a ognuno.
Il blu, "il colore gattamorta": impopolare nell'antichità, forse perché era difficile da ottenere (e per i Romani era il colore dei barbari), attualmente sembra essere il colore preferito dagli europei (da me sicuramente). Non amando la pittura e l'arte in generale non sapevo che solo attorno al XII secolo si cominciò a dipingere il cielo di azzurro (non più rosso, nero, bianco o dorato) e questo perché il Dio cristiano è luce e la luce è azzurra.
Il rosso, "il fuoco e il sangue, l'amore e l'inferno": nell'antichità era considerato il solo colore degno di questo nome. Era poco presente in natura, ma esistevano molti tipi di pigmenti. Era anche il colore che rendeva meglio quando si tingevano i tessuti, motivo per cui per secoli è stato il colore delle spose, ma è un colore allarmante, ancora legato a questa simbologia (segnali di divieto, semaforo rosso, telefono rosso, cartellino rosso, eccetera).
Il bianco, "ovunque, esprime la purezza e l'innocenza": Pastoureau precisa che se anche in epoca moderna molti lo considerano un non colore associandolo all'assenza (pagina bianca senza testo, voce bianca senza timbro, notte bianca senza sonno, assegno in bianco senza importo, mangiare in bianco senza condimento, eccetera), in realtà è forse il colore più antico.
Il verde, "quello che nasconde bene il proprio gioco": é il colore della natura e per questo oggi è simbolo di ecologia e pulizia, ma anche di gratuità (numero verde), mentre nell'antichità - quando era difficile da stabilizzare - era diventato simbolo di instabilità.
Non sapevo che l'idea del verde frutto dell'unione fra il giallo e il blu fosse nata solo nel XVIII secolo ("nel passato sapevano crearlo direttamente, senza dover fare miscugli").
Il giallo, "il colore dell'infamia": amato prevalentemente dai bambini (di certo non da me), apprezzato nell'antichità per poi decadere nel Medioevo, quando il dorato lo ha privato degli aspetti positivi che gli venivano attribuiti (luce, calore, potenza) trasformandolo in un colore spento associato a bugiardi, traditori e truffatori. Ci penseranno poi gli Impressionisti a risollevarlo.
Il nero, "dal lutto all'eleganza": il colore della morte, delle tenebre, dell'autorità (non a caso giudici e arbitri vestono di nero), ma anche quello più raffinato ed elegante. Difficile da ottenere chimicamente, divenne di fondamentale importanza (insieme al bianco) con l'invenzione della stampa.
E dopo i sei colori arrivano "le mezze tinte: fumo di Londra, rosa confetto", quei comprimari che Pastoureau pone in un secondo livello. Il viola, a lungo considerato volgare; l'arancione, chiassoso; il rosa, tenero e lezioso; il marrone, povero e sporco; il grigio, triste e malinconico, ma che rimanda alla saggezza e alla conoscenza (materia grigia).
E chiudono le sfumature: "lilla, magenta, sabbia, avorio e greggio… Inutile cercare di contare: ogni giorno se ne inventano di nuove".
L'autore, molto critico nei confronti della divisione fra colori primari e secondari fatta nel XVIII secolo ("pseudoscientifica: non si fonda su alcuna realtà sociale e disconosce la storia") e del design (che successivamente l'ha promossa e fatta sua), chiude suggerendo di pensare a colori: "vedrete il mondo in un altro modo!"
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