
"Dopo ventisette anni oggi ti rivedo, madre, e mi domando se nel frattempo tu abbia capito quanto male hai fatto ai tuoi figli"
Vienna, martedì 6 ottobre 1998. E' questa la domanda che attanaglia Helga Schneider mentre sta andando alla casa di riposo dove è ricoverata la madre. A fine agosto un'amica di questa le aveva scritto esortandola ad andare a trovarla:
«Sua madre si sta avvicinando ai novant’anni» concludeva la lettera «e potrebbe andarsene da un giorno all’altro. Perché non prende in considerazione l’eventualità di incontrarla un’altra volta? Dopotutto, è sempre sua madre.»
E' dal 1971 che madre e figlia non si vedono e prima di quella volta non avevano avuto contatti per trent'anni, cioè da quando nel 1941 la madre si era arruolata nelle SS abbandonando l'autrice (che all'epoca aveva quattro anni) e il fratellino di diciannove mesi a casa di una zia paterna.
Ne "Il rogo di Berlino", letto quattro anni fa, la Schneider racconta gli anni dell'infanzia e descrive l'incontro del '71. In questo ripete alcuni episodi (ad esempio quando nel dicembre 1944 lei e il fratello andarono nel bunker berlinese di Hitler con decine di altri bambini per un incontro propagandistico), ma c'è più dialogo.
Un incontro - questo del 1998 - durato poco più di due ore. La madre, che all'epoca venne condannata a sei anni dal Tribunale di Norimberga come criminale di guerra, in principio non è lucida, non riconosce la figlia, anzi, dice che i suoi figli sono entrambi morti. Quando poi si convince che quella che ha di fronte è proprio Helga la deride perché è vecchia.
Da lì l'incontro sembra diventare un interrogatorio: la figlia vuole che la madre ammetta il ruolo che ebbe prima nel campo di concentramento di Ravensbrück (la donna assisteva i medici nazisti durante gli esperimenti sulla rigenerazione dei muscoli o sui trapianti ossei e negli studi sugli agenti patogeni con cui infettavano le prigioniere per poter sperimentare su di loro i sulfamidici) e poi in quello di sterminio di Birkenau.
Quello che ottiene è lo sdegno con cui la madre racconta di quando i russi arrivarono a liberare il campo: "Nella sua voce brucia ancora l'offesa".
Se prima di parlarle si illudeva che fosse cambiata, che con la vecchiaia fosse arrivato il pentimento, ascoltandola l'illusione si sgretola.
"Be’, figlia mia, ti piaccia o no, io non sono pentita di essere appartenuta alla Waffen-S.S., è chiaro? E sappi inoltre che fui io stessa a farmi avanti per essere assegnata a uno di quei campi - e vuoi sapere perché? Perché ci credevo. Credevo nella missione della Germania: liberare l’Europa da quella… da quella razza ripugnante."
Allo stesso modo non c'è traccia di rimpianto per aver scelto di abbandonare i figli piccoli preferendo a loro il potere.
"Di fronte a un gruppo di prigioniere ebree ti sentivi onnipotente. Guardiana di denutrite, esauste e disperate ebree dal capo raso, dallo sguardo vuoto - che miserabile potere, madre!
Che cosa può provare una figlia per una madre che ha rifiutato di fare la madre per entrare a far parte della scellerata organizzazione di Heinrich Himmler?
Difficile dire: nulla. Dopotutto sei mia madre. Ma impossibile dire: amore. Non posso amarti, madre."
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