
Genova, sabato 2 ottobre 2004. Una donna esce dal carcere femminile di Pontedecimo dopo aver scontato quindici anni di condanna. Si chiama Irene Gregori e ha ucciso Marcello Zanghi, l'assassino del suo bambino. Grazie a una testimonianza che lo collocava altrove era stato scagionato, ma lei non aveva dubbi sulla sua colpevolezza e lo aveva investito nel tratto di strada di fronte alla spiaggia di Quinto, dove Giulio era morto affogato.
Il reinserimento di Irene parte da un monolocale in affitto nel quartiere di San Fruttuoso e da un lavoro come operaia in una fabbrica di imballaggi. Un'esistenza da automa perché la sua vita è finita quel 28 novembre insieme a quella di suo figlio. Ed era successo per colpa sua, perché quel pomeriggio si era addormentata sugli scogli e non si era accorta che Zanghi lo aveva spinto in mare tenendogli la testa sott'acqua.
Ma era stato davvero Zanghi? Le certezze di Irene iniziano a vacillare quando comincia a ricevere delle lettere anonime. Nelle prime quattro c'è scritta solo una parola, "Assassina", ed è vero, ha investito Zanghi passando sul suo corpo più volte per essere sicura che morisse, poco importa se di quella sera non ricorda nulla. Ma nelle due successive la scritta cambia: "Hai ucciso la persona sbagliata".
Se fosse vero, non vorrebbe soltanto dire che lei ha ucciso un innocente, ma che il vero assassino del piccolo Giulio è ancora in libertà.
Dopo essermi messa in pari con la serie che ha per protagonista il commissario Antonio Mariani e prima di iniziare quella con la coppia Maritano e Ardini, ho voluto dedicarmi a questo giallo autoconclusivo pubblicato lo scorso anno, anche se l'accurata datazione del romanzo, che dal 2 ottobre 2004 si sviluppa per quasi tre mesi arrivando alla vigilia di Natale, mi fa pensare che lo avesse da parecchio nel cassetto.
Per fortuna lo ha tirato fuori perché è davvero un gran bel giallo, con uno sviluppo credibile e non prevedibile (quanto meno non del tutto), con una struttura che attinge dal passato (con testimonianze e ricordi, senza i soliti salti temporali) per caricare il presente e con una buona introspezione dei personaggi, che sono il vero punto di forza del romanzo.
Non solo Irene, con tutta la drammaticità della sua esperienza.
C'è anche Jensen, un ghostwriter che all'epoca aveva iniziato a seguire le udienze per documentarsi sul funzionamento dei processi per una storia che gli era stata commissionata, uscendone talmente sconvolto da rinunciare per sempre all'idea di avere dei figli, e che con la scarcerazione di Irene riprende a studiare il caso con l'idea di raccontarlo in un libro firmato di suo pugno.
Poi c'è Alida Marras, vicequestore che non si ferma davanti alla superficialità del suo superiore. Una donna single di mezza età, amante della lettura e del buon vino, una figura perfetta per essere protagonista di una nuova serie! Spero davvero di tornare a leggere di lei in un secondo romanzo.
E infine c'è Genova, che qui è meno invadente rispetto alle avventure di Mariani, non ci sono parole dialettali, non c'è la focaccia, non c'è il pesto. La città - o almeno una piccola parte di lei - questa volta fornisce solo un'ambientazione discreta, ma non viene dimenticata nei ringraziamenti finali dell'autrice.
Il reinserimento di Irene parte da un monolocale in affitto nel quartiere di San Fruttuoso e da un lavoro come operaia in una fabbrica di imballaggi. Un'esistenza da automa perché la sua vita è finita quel 28 novembre insieme a quella di suo figlio. Ed era successo per colpa sua, perché quel pomeriggio si era addormentata sugli scogli e non si era accorta che Zanghi lo aveva spinto in mare tenendogli la testa sott'acqua.
Ma era stato davvero Zanghi? Le certezze di Irene iniziano a vacillare quando comincia a ricevere delle lettere anonime. Nelle prime quattro c'è scritta solo una parola, "Assassina", ed è vero, ha investito Zanghi passando sul suo corpo più volte per essere sicura che morisse, poco importa se di quella sera non ricorda nulla. Ma nelle due successive la scritta cambia: "Hai ucciso la persona sbagliata".
Se fosse vero, non vorrebbe soltanto dire che lei ha ucciso un innocente, ma che il vero assassino del piccolo Giulio è ancora in libertà.
Dopo essermi messa in pari con la serie che ha per protagonista il commissario Antonio Mariani e prima di iniziare quella con la coppia Maritano e Ardini, ho voluto dedicarmi a questo giallo autoconclusivo pubblicato lo scorso anno, anche se l'accurata datazione del romanzo, che dal 2 ottobre 2004 si sviluppa per quasi tre mesi arrivando alla vigilia di Natale, mi fa pensare che lo avesse da parecchio nel cassetto.
Per fortuna lo ha tirato fuori perché è davvero un gran bel giallo, con uno sviluppo credibile e non prevedibile (quanto meno non del tutto), con una struttura che attinge dal passato (con testimonianze e ricordi, senza i soliti salti temporali) per caricare il presente e con una buona introspezione dei personaggi, che sono il vero punto di forza del romanzo.
Non solo Irene, con tutta la drammaticità della sua esperienza.
C'è anche Jensen, un ghostwriter che all'epoca aveva iniziato a seguire le udienze per documentarsi sul funzionamento dei processi per una storia che gli era stata commissionata, uscendone talmente sconvolto da rinunciare per sempre all'idea di avere dei figli, e che con la scarcerazione di Irene riprende a studiare il caso con l'idea di raccontarlo in un libro firmato di suo pugno.
Poi c'è Alida Marras, vicequestore che non si ferma davanti alla superficialità del suo superiore. Una donna single di mezza età, amante della lettura e del buon vino, una figura perfetta per essere protagonista di una nuova serie! Spero davvero di tornare a leggere di lei in un secondo romanzo.
E infine c'è Genova, che qui è meno invadente rispetto alle avventure di Mariani, non ci sono parole dialettali, non c'è la focaccia, non c'è il pesto. La città - o almeno una piccola parte di lei - questa volta fornisce solo un'ambientazione discreta, ma non viene dimenticata nei ringraziamenti finali dell'autrice.
"Grazie alla mia Genova, con tutto il cuore"



















