
Era stato grazie all'impegno di attivisti come Justine e Ian Challagan se nella totalità degli Stati Uniti era stata abolita la pena di morte. Ma poi c'era stato il processo a Tony Barrett, condannato a dieci ergastoli, uno per ogni bambino che aveva ucciso. Alla lettura della sentenza l'uomo aveva deriso tutti, il giudice, gli avvocati, la giuria e i detrattori della pena capitale. Una reazione che aveva inasprito gli animi di troppe persone. Così nel 2016 era entrata in vigore la Remedies Act: i procuratori avevano diritto di chiedere la pena di morte, ma se dopo l'esecuzione della condanna fossero emerse le prove dell'innocenza dell'imputato per pareggiare i torti anche il procuratore sarebbe stato giustiziato.
Un freno non indifferente, tanto che nei sette anni successivi soltanto due processi si erano chiusi con la richiesta della massima pena, il primo in Florida e il secondo in Virginia, dove era stata proprio Justine Challagan a mandare sulla sedia elettrica Jake Milford, accusato di aver torturato e ucciso un bambino di sette anni, Caleb Curch. L'uomo non aveva fornito nessun alibi dichiarandosi colpevole.
Ma nel 2023, due giorni dopo l'esecuzione della condanna, Justine viene contattata dalla vedova Milford: "Ho trovato un pezzo di carta in uno scatolone con le vecchie cose di mio marito. Non ho deciso cosa farne. Non ancora".
E Justine Challagan precipita nel terrore.
Thriller distopico scritto da Christina Dalcher, docente universitaria nativa del New Jersey che attualmente si divide fra il Sud degli Stati Uniti e Napoli (ha anche una specializzazione sulla fonetica dei dialetti italiani e britannici).
Pubblicato nel 2023, è il suo quarto e, al momento, ultimo romanzo, nonché l'unico a non essere di fantascienza, genere che non leggo, motivo che mi ha portata a saltare i precedenti.
Avrei potuto risparmiarmi anche questo.
Un libro con un grande potenziale che all'inizio cattura e incuriosisce, ma che ben presto si rivela confuso nella parte distopica, insensato nelle motivazioni di quella thriller e caratterizzato da un'infinità di brutte frasi a effetto ("In camera di Jonathan c’è una montagna di biancheria sporca. Se non me ne occupo oggi, qualche alpinista in cerca di un record da battere potrebbe tentare di scalarla.").
L'aspetto peggiore, però, è la mancata valorizzazione di una tematica importante come la pena di morte: l'opposizione dei personaggi è limitata al solo timore di uccidere un innocente, quando l'essere contrari va ben oltre a questo.
Non ho trovato le argomentazioni che mi aspettavo, solo in un punto la Dalcher fa riportare a un suo personaggio qualche dato ("Ogni anno, in media, vengono prosciolti quattro detenuti nel braccio della morte. Le esecuzioni non c’entrano niente con la diminuzione del tasso di omicidi" e a seguire "Ogni caso di condanna a morte in Texas costa più di due milioni di dollari: il triplo di quanto costerebbe rinchiudere la stessa persona in una cella singola per quarant’anni."), davvero poco, senza contare che considerare l'esecuzione di un procuratore distrettuale il modo "per garantire una giusta e piena riparazione del danno" è raccapricciante anche se si tratta di distopia.
Ma l'aspetto più deludente è stata la mancanza di una seria nota dell'autrice sull'argomento: a fine testo solo una manciata di righe in cui ringrazia la sua direttrice editoriale, il marito e tutte le persone che le sono state vicine. Ma nessuna considerazione personale sulla pena di morte.
Un freno non indifferente, tanto che nei sette anni successivi soltanto due processi si erano chiusi con la richiesta della massima pena, il primo in Florida e il secondo in Virginia, dove era stata proprio Justine Challagan a mandare sulla sedia elettrica Jake Milford, accusato di aver torturato e ucciso un bambino di sette anni, Caleb Curch. L'uomo non aveva fornito nessun alibi dichiarandosi colpevole.
Ma nel 2023, due giorni dopo l'esecuzione della condanna, Justine viene contattata dalla vedova Milford: "Ho trovato un pezzo di carta in uno scatolone con le vecchie cose di mio marito. Non ho deciso cosa farne. Non ancora".
E Justine Challagan precipita nel terrore.
Thriller distopico scritto da Christina Dalcher, docente universitaria nativa del New Jersey che attualmente si divide fra il Sud degli Stati Uniti e Napoli (ha anche una specializzazione sulla fonetica dei dialetti italiani e britannici).
Pubblicato nel 2023, è il suo quarto e, al momento, ultimo romanzo, nonché l'unico a non essere di fantascienza, genere che non leggo, motivo che mi ha portata a saltare i precedenti.
Avrei potuto risparmiarmi anche questo.
Un libro con un grande potenziale che all'inizio cattura e incuriosisce, ma che ben presto si rivela confuso nella parte distopica, insensato nelle motivazioni di quella thriller e caratterizzato da un'infinità di brutte frasi a effetto ("In camera di Jonathan c’è una montagna di biancheria sporca. Se non me ne occupo oggi, qualche alpinista in cerca di un record da battere potrebbe tentare di scalarla.").
L'aspetto peggiore, però, è la mancata valorizzazione di una tematica importante come la pena di morte: l'opposizione dei personaggi è limitata al solo timore di uccidere un innocente, quando l'essere contrari va ben oltre a questo.
Non ho trovato le argomentazioni che mi aspettavo, solo in un punto la Dalcher fa riportare a un suo personaggio qualche dato ("Ogni anno, in media, vengono prosciolti quattro detenuti nel braccio della morte. Le esecuzioni non c’entrano niente con la diminuzione del tasso di omicidi" e a seguire "Ogni caso di condanna a morte in Texas costa più di due milioni di dollari: il triplo di quanto costerebbe rinchiudere la stessa persona in una cella singola per quarant’anni."), davvero poco, senza contare che considerare l'esecuzione di un procuratore distrettuale il modo "per garantire una giusta e piena riparazione del danno" è raccapricciante anche se si tratta di distopia.
Ma l'aspetto più deludente è stata la mancanza di una seria nota dell'autrice sull'argomento: a fine testo solo una manciata di righe in cui ringrazia la sua direttrice editoriale, il marito e tutte le persone che le sono state vicine. Ma nessuna considerazione personale sulla pena di morte.
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