domenica 24 giugno 2018

"Tenebrae"


Tredicesimo capitolo della saga "Publio Aurelio, un investigatore nell'antica Roma", pubblicato nel 2005.

Quattro racconti collegati magistralmente dall'autrice in modo da dare l'impressione di leggere un unico romanzo.

Inizia con "Publio Aurelio e la finestra sul cortile": Pomponia, l'irruente matrona grande amica del senatore, è convinta di aver assistito all'omicidio di una donna mentre si trovava in un'insula di Trastevere per spiare gli intrallazzi di una conoscente. Publio Aurelio accetta di fare in modo che una squadra di vigilantes si rechi sul posto, ma non viene rilevata alcuna anomalia.  

Il giorno dopo il senatore parte per raggiungere la villa suburbana della cugina Ocellina per festeggiare il sessantesimo compleanno di lei.

Inizia, quindi, "Publio Aurelio e le sette sorelle", il racconto più lungo dei quattro. Le sette sorelle sono le figlie che Ocellina ha avuto da quattro diversi mariti, sette donne comprese fra i venti e i quarantaquattro anni, tutte molto diverse fra loro senza alcun affetto evidente a legarle, neppure fra quelle che sono sorelle e non soltanto sorellastre. Anche i rapporti con la madre non sono particolarmente stretti, per cui quando il corpo di Ocellina verrà trovato senza vita nel suo cubicolo, l'investigatore romano avrà il suo bel daffare per riuscire a ricostruire le vicende degli ultimi decenni e svelare l'identità della matricida.

Tornato a Roma, scopre che Pomponia non ha affatto gradito la repentina archiviazione del crimine di cui è stata testimone. Per farla contenta, torna quindi a Trastevere per un supplemento di indagini, che si vede costretto a interrompere al ricevimento di uno strano messaggio proveniente dalla sua villa in Etruria, dove si parla di tre vittime di altrettanti omicidi e viene auspicato un pronto intervento del padrone. Sono i suoi servi a salutarlo, come se fossero gli autori del testo, ma il latino perfetto rende evidente che sia stato scritto da un'altra mano.

Publio Aurelio, che ha profondamente a cuore la giustizia e l'equità di trattamento nei confronti di chiunque, schiavi compresi, non perde tempo e abbiamo così "Publio Aurelio in Etruria".

Il bravo vilicus che gestiva la tenuta seguendo scrupolosamente le sue direttive è morto l'anno precedente passando l'incarico a un nipote imbroglione, che ha subito drasticamente ridimensionato le condizioni di vita di braccianti e schiavi per intascarsi la differenza, fomentando così la rabbia degli oppressi. Il senatore, per essere certo di arrivare in fretta a capire cosa stia succedendo, se davvero ci sono stati degli omicidi e chi gli ha fatto pervenire il messaggio, decide di presentarsi alla tenuta come schiavo del fido Castore, che a sua volta dimostrerà la vera identità del senatore al momento opportuno. Non tutto filerà secondo i piani, Publio Aurelio correrà il rischio di finire a sua volta ammazzato e, una volta risolto il caso e aver messo un altro uomo corretto alla guida della sua tenuta, sarà ben contento di ritornare agli agi della sua vita di nobile romano.

Rientrato nella domus, però, si renderà subito conto che i servitori hanno approfittato della sua assenza per aiutare Pomponia nelle indagini sull'omicidio di Trastevere.

Risolvere il caso è divento prioritario per il suo quieto vivere! Decide quindi di mettersi a tavolino con Castore per fare con lui il punto della situazione.

Ingegnosamente l'autrice fa ricordare ai due un vecchio caso, quando non pensando all'esistenza di possibili complici Publio Aurelio aveva impiegato molto più tempo del dovuto per riuscire a capire cosa fosse successo.

In "Publio Aurelio alla fullonica" ripensa quindi a quando un anno prima uscendo dall'anfiteatro di Pozzuoli aveva istintivamente nascosto nella sua lettiga una schiava, inseguita dal suo padrone che la accusava di avergli appena ucciso la moglie. Una versione che, non si sa perchè, non convince il senatore, che in un giorno di indagini riesce a dare un'altra chiave di lettura, quella giusta, ai vari tasselli della vicenda facendoli incastrare nel modo corretto.

Il ricordo di questi fatti gli fa capire di aver trascurato una possibile pista nel presunto omicidio di Trastevere, dove tornerà giusto in tempo per salvare l'amica Pomponia, che non aveva mai smesso di cercare di dare una risposta a ciò che aveva visto.

Una lettura piacevole che, finalmente, ho potuto fare per gran parte al mare. Per quanto un personaggio come Publio Aurelio Stazio fosse utopistico ai tempi dell'Antica Roma (e per tutti i secoli a venire...), mi conquista sempre con il suo umorismo, la sua potenza e per il modo in cui viene usato dall'autrice, sempre accurata e precisa nelle descrizioni storiche, per denunciare come a distanza di duemila anni l'animo di noi esseri umani riesca a raggiungere livelli schifosamente bassi per il proprio tornaconto e/o in nome di una superiorità che, già solo per il fatto di essere convinti di avere, di sicuro non si ha.

Reading Challenge 2018: questo testo risponde al requisito "un libro di una saga italiana" (numero 22 indizi difficili)

 

mercoledì 20 giugno 2018

"Francesca"


"Spero che questo viaggio vi abbia conquistato": è così che Manuela Raffa conclude le sue note e la mia risposta è un entusiastico sì!

Il viaggio in questione è la storia della bellissima Francesca da Polenta, ben più nota come Francesca da Rimini,  che a 16 anni si vide imporre dal padre il matrimonio con Giovanni Malatesta, detto Gianciotto, o anche Gianne lo Sciancato, di 15 o 20 anni più vecchio di lei. Brutto e rozzo, completamente diverso dai baldi cavalieri protagonisti dei libri che pare lei amasse tanto leggere, cosa eccezionale per una ragazza nel Medioevo.
Invece era Paolo (detto il Bello), fratello minore di Gianciotto, a rispecchiare il suo ideale di uomo ed è di lui che si innamorò perdutamente.

Un amore corrisposto, ma impossibile, in un'epoca in cui l'adulterio da parte dell'uomo era la norma, mentre quello della donna veniva punito severamente, anche con la morte sul rogo. Gianciotto comunque non perse tempo uccidendo all'istante moglie e fratello.

Fu poi Dante (che con ogni probabilità conobbe Paolo in gioventù quando questi ricopriva la carica di Capitano del Popolo a Firenze e in seguito, durante l'esilio a Ravenna, anche il padre di Francesca, Giudo da Polenta) a renderli immortali inserendoli nel V canto dell'Inferno. E' grazie ai suoi versi che tutto il mondo, a distanza di più di 700 anni, conosce Paolo e Francesca.

In realtà le notizie certe sono scarse, soprattutto riguardo a Francesca. Quella della Raffa è una storia molto (ben) romanzata, la storia di un grande amore, raccontanta in modo così intenso che viene quasi da sperare nell'impossibile lieto fine. 

L'autrice riesce a far empatizzare il lettore anche con Gianciotto, l'unico a parlare in prima persona nel primo capitolo di ciascuna delle tredici parti in cui è suddiviso il libro. E' il 1304, anno della sua morte, che lui probabilmente sente vicina e ciò lo porta a ripercorrere gli anni più felici della sua vita, quelli durante i quali Francesca era sua moglie. La moglie che ha ucciso, come "era mio diritto e l'ho esercitato fino in fondo", ma che non ha mai smesso di amare.

Un'immagine molto lontana da quello che erano gli uomini di potere nel Medioevo, ma suppongo che - consapevoli della fine ormai prossima - anche loro potesserero ritrovarsi a fare i conti con rimpianti e rimorsi.

Forse.

Difficile capire cosa abbia nella testa un uomo convinto di avere diritto assoluto su un'altra persona, tanto da vedere nell'omicidio l'unico rimedio a un tradimento, incapace di accettare la fine di un rapporto. E questa è ancora storia di tutti i giorni, lo leggiamo sui giornali.

Il Medioevo non è ancora abbastanza lontano...

Reading Challenge 2018: questo testo risponde al requisito "un libro con un nome proprio nel titolo" (numero 27 indizi facili).    

sabato 16 giugno 2018

"Il bambino bugiardo"


I Kerthen hanno fatto la loro fortuna sfruttando le miniere della Cornovaglia e Carnhallow, immensa e antichissima tenuta, rappresenta al meglio la loro storia millenaria. David e suo figlio sono gli ultimi discendenti. Nina, la prima moglie di David e madre di Jamie, è morta da circa un anno e mezzo quando lui sposa Rachel, una trentenne proveniente dai bassifondi di Londra, che cerca di fare del suo meglio per riuscire a gestire il matrimonio con un uomo che conosce pochissimo, il triste e taciturno figliastro di otto anni, l'anziana suocera affetta da un principio di Alzheimer e l'immensa proprietà, costruita sopra alle miniere sotterranee di Morvellan. 

Ed è proprio a Morvellan che Nina ha perso la vita, precipitando in un pozzo che dà direttamente sull'oceano. Quella caduta è stata davvero accidentale? Chi c'era con lei? Qual è il segreto che Jamie non deve rivelare a nessuno? Ma Nina è morta davvero? In fondo il suo corpo non è mai stato ritrovato...

Tremayne, come ne "La gemella silenziosa", è bravissimo nella parte descrittiva dei luoghi, del clima, ecc, talmente tanto che un paio di sere fa mentre leggevo di una piovosa giornata di novembre con il mare  in burrasca, mi è venuto freddo nonostante i 25° di Genova!

Bellissime anche le parti riguardanti la storia di miniere e minatori, uno dei massimi esempi dell'avidità e dello sfruttamento del genere umano, per me il più angosciante. 
Delle tante miniere di cui l'autore parla, solo Morvellan è frutto della sua fantasia, mentre è stato interessantissimo cercare su Google immagini e notizie su quelle reali.

Però questa volta il mio apprezzamento per il libro si ferma a questo aspetto. 

Ci sono troppe similitudini con il romanzo precedente: un altro posto impervio della Gran Bretagna, la stessa inquietante potenza del mare, ancora una famiglia a fare i conti con un recente e pesante lutto e di nuovo il mistero su chi sia affetto da problemi psichiatrici, se i bambini o gli adulti, se tutti o nessuno.

Ma questa volta la storia non sta in piedi e la spiegazione finale non è credibile, cosa che fa di questo thriller un brutto thriller, peccato.

Reading Challenge 2018: questo testo risponde al requisito "un libro con un bambino protagonista" (numero 1 indizi difficili).