venerdì 19 giugno 2026

"Il tarlo", Layla Martinez

 

Spagna rurale, dagli anni della Guerra Civile Spagnola. Quella che adesso è nonna all'epoca era solo una bambina e viveva con la madre nella casa in cui ora ospita la nipote. Sua figlia, la madre della ragazza, è scomparsa molti anni prima e le due convivono in un clima avvelenato in compagnia delle loro visioni, unite dall'odio verso i Jarabo, la famiglia più ricca della zona da cui tutti dipendono.

Scritto nel 2021, è il primo romanzo di Layla Martinez, autrice madrilena classe 1987, che in precedenza aveva pubblicato una raccolta di poesie e un saggio.
Grazie a "Il tarlo" è stata premiata come miglior autrice esordiente in lingua spagnola nel 2022 e l'opera
 è stata finalista al Premio Celsius della Semana Negra de Gijón per la fantascienza e il fantasy.

Un romanzo breve, 144 pagine divise in dieci capitoli che alternano le voci narranti di nonna e nipote, mai nominate.
Una snellezza che, unita alle splendide recensioni lette in rete, mi ha spinta a proporlo come lettura condivisa alle mie compagne di casata della Challenge: ad oggi direi che tutte lo hanno odiato (cosa di cui mi sento terribilmente in colpa).

Il mio pensiero finisce nel mezzo: stento a comprendere l'esaltazione di certe recensioni, ma non mi sento neppure di bocciarlo. 

Sicuramente è lontano dal genere di storie che amo leggere, troppi santi e troppe superstizioni per una vicenda gialla che la Martinez ha colorato di tinte gotiche. Manca un degno approfondimento storico che il passato della nonna (i suoi capitoli sono di gran lunga più interessanti rispetto a quelli della nipote) avrebbe meritato, ma nell'alternanza delle voci l'autrice è stata brava adattando lo stile a una o all'altra, con errori grammaticali posti a sottolineare il basso retaggio culturale (soprattutto dell'anziana).

La punteggiatura ridotta al minimo è una di quelle scelte stilistiche che fatico a sopportare considerandola uno sfoggio di eccentricità, ma anche in questo caso va riconosciuto alla Martinez la capacità di dare un senso alle sue frasi nonostante la mancanza della maggior parte delle virgole necessarie.

Con un paio di uscite divertenti ("Nessuna delle tre sorelle si era sposata perché se te ne sposavi una era come sposartele tutte e se erano insopportabili una alla volta tutte insieme erano una condanna che nessun uomo poteva volere") e qualche aggettivo ridicolo ("Era smanioso e affamato": l'armadio), può essere una lettura veloce per chi apprezza l'originalità forzata, mentre se si cerca una storia su patriarcato e lotta di classe c'è decisamente di meglio da leggere.

Reading Challenge 2026, traccia Scopa volante di giugno: Spagna



mercoledì 17 giugno 2026

"L'unità", Ninni Holmqvist

 

Svezia, febbraio di un'epoca non lontana dalla nostra. Dorrit Weger al compimento del cinquantesimo anno è costretta a lasciare il suo cane a una famiglia fidata e ad abbandonare la sua casa di campagna. Viene portata all'Unità della Banca di Riserva che ospita quelle donne over 50 e quegli uomini over 60 definiti dispensabili perché privi di figli, di una relazione stabile e di un'occupazione utile. Dorrit è una scrittrice, ma questo non è abbastanza.
Le viene assegnato un appartamento di cui godrà gratuitamente, al pari di tutto ciò che la struttura offre, spazi comuni per ogni genere di attività sportiva e ricreativa, negozi, ristoranti, bar, oltre alla pace dei giardini lussureggianti immersi in una eterna bella stagione, perché l'Unità è costruita nel sottosuolo e lì pioggia e neve non possono arrivare.
Ma queste persone non sono dei villeggianti mantenuti dallo Stato: la legge ha fatto di loro delle cavie umane. Verranno sottoposti a test, sperimentazioni e donazioni di parti del corpo fino a quella finale, rendendosi così utili per chi ha una famiglia e dei figli.

Scritto nel 2006 è il terzo romanzo (l'unico a essere stato tradotto in italiano) scritto da Ninni Holmqvist 
(Lund, 1958), autrice anche di due raccolte di racconti.

Da come ne ho sentito parlare è un libro che può deludere gli amanti del distopico perché troppo leggero e con troppe analogie con titoli più famosi. Quindi immagino che sia per il mio essere completamente digiuna su questo genere se mi è piaciuto davvero tanto.

Le 276 pagine - divise in quattro parti e quarantaquattro capitoli - mi hanno chiamata dalla prima all'ultima. Dorrit è una voce narrante pacata e intelligente. Al suo posto sarebbero bastati i ventotto anni di matrimonio festeggiati tre giorni fa a rendermi indispensabile (almeno per mio marito... spero ^^), ma l'essere over 50, il non avere figli, il praticare  un mestiere in via di estinzione e altro (
"Le persone che leggono hanno la tendenza a diventare dispensabili"), mi hanno fatta sentire molto in sintonia con questa donna che, fra le altre cose, descrive meravigliosamente il legame che si crea fra una persona e il proprio animale, nel suo caso il cane Jock ♥

Un libro non privo di difetti, per esempio mi chiedo come si possano conciliare test e sperimentazioni anche invasive con la successiva donazione degli organi, oltre alla poco credibile accettazione con cui questi dispensabili affrontano il loro destino, ma è una storia che porta a riflettere su certe politiche e certe mentalità (reali) miopi di fronte all'evidenza che più di 8 miliardi di persone sono troppe per questo piccolo, e abusato, pianeta.

Reading Challenge 2026, traccia annuale Carnevale: N

domenica 14 giugno 2026

"Dolce nero", Charmaine Wilkerson

 

"B e B, nel freezer c'è una piccola black cake per voi. Non buttatela via. Quando sarà ora, voglio che vi sediate insieme a mangiarla. Lo capirete da soli quando sarà il momento.
Con amore, Ma'"

California, 2018. Eleanor Bennett è morta. B e B sono i suoi figli. La black cake era la sua torta per le occasioni speciali. E questo è un piccolissimo frammento del lungo messaggio che ha registrato e affidato al suo avvocato perché lo facesse ascoltare ai suoi figli. Un testamento che porta Byron e Benny a rivedersi dopo otto anni di distacco. Un messaggio che svelerà la vera storia dei loro genitori e, di conseguenza, tutte le bugie che hanno raccontato, più una rivelazione clamorosa.

Un altro romanzo d'esordio di tutt'altro livello rispetto a "Il lago delle lingue morte".

Charmaine Wilkerson, giornalista e scrittrice newyorkese di origini giamaicane che da vent'anni vive a Roma, ha pubblicato "Black Cake" (pessima scelta editoriale quella di non lasciare il titolo in lingua originale) nel 2022.
Successivamente ha scritto altri due romanzi, "Deluge" (2023) e "Good Dirt" (2025), che non sono ancora stati tradotti e mi domando perché: se sono belli anche solo la metà di questo, vale la pena leggerli.

Mi stupisce anche che questa storia non goda di maggior fama: è ben scritta, ben raccontata, ben costruita, con una pennellata di giallo che non guasta mai.

Una saga familiare che inizia negli anni Sessanta in un'isola caraibica mai menzionata, ma ispirata alla Giamaica, per spostarsi in Inghilterra e concludersi negli Stati Uniti, toccando anche la Scozia e la nostra Italia.

Le vicende costruite attorno ai personaggi danno modo all'autrice di introdurre tematiche importanti, pregiudizi e soprusi legati al colore della pelle, all'orientamento sessuale, al ceto sociale. E' uno di quei libri che porta a riflettere su come la vita possa essere più difficile e pericolosa se si è neri, se si è omosessuali, se si ha bisogno di lavorare e qualcuno di grado superiore se ne approfitta.

Ma anche sull'importanza di parlarsi, capirsi e chiarirsi quando lo si può ancora fare.

E poi ci sono gli oceani e il benessere della Terra.

"Questo pianeta è un essere vivente da curare e proteggere e usare con attenzione, non da prosciugare e inquinare fino al punto dell’estinzione."

Nelle parole della Wilkerson ho trovato il mio stesso amore per il mare e una frase in particolare mi ha fatto sorridere:

"C’è chi si chiede come sarebbe volare. Lei lo sa già. Così continua a volare attraverso l’acqua."

Perché è quello che ci diciamo sempre io e mio marito dopo esserci tuffati in un mare particolarmente pulito: sembra di volare ♥

Mi piacerebbe molto recuperare la serie TV tratta dal libro.

Reading Challenge 2026, traccia annuale Carnevale: C


venerdì 12 giugno 2026

"Il lago delle lingue morte", Carol Goodman

 

Corinth (stato di New York), ottobre 1997. L'Heart Lake è un collegio femminile che deve la sua esistenza alla tragica morte della dodicenne Iris, risalente al 1918. La barca con a bordo le tre figlie dei proprietari della dimora si era rovesciata e la più piccola, già cagionevole, non era sopravvissuta al freddo patito.
Jane Hudson, la nuova insegnante di latino, conosce bene la vera storia perché è proprio grazie alla borsa di studio istituita in memoria di Iris se vent'anni prima ha potuto frequentare il collegio in cui i Crevecoeur avevano trasformato la loro tenuta dopo il lutto. Sa anche che negli anni la verità è stata distorta andando a creare la leggenda secondo cui le tre sorelle erano morte insieme affogando nel lago dove, il giorno dopo, erano emersi tre scogli, uno per ciascuna. Ma nel 1977, durante l'ultimo anno di studi di Jane, tre persone erano effettivamente morte suicide in quelle acque: le sue due compagne di stanza e il fratello di una di loro, di cui lei era innamorata. E all'epoca aveva scritto tutto quello che sapeva nel suo diario, diario che aveva poi perso.
Ma adesso qualcuno lo ha ritrovato.

Opera prima, scritta nel 2002, di Carol Goodman (Philadelphia, 1959) che al momento ha pubblicato diciannove romanzi autoconclusivi più altri dodici divisi in quattro diverse serie, due delle quali firmate con pseudonimi, una di queste scritta a quattro mani con il marito, tutti di genere poliziesco e/o gotico. Solo i primi due sono stati tradotti in italiano.

Avevo comprato entrambi diversi anni fa e recentemente l'entusiasmo di una persona che seguo su Instagram verso questo mi ha spinta a leggerlo, una descrizione favolosa che ha alzato molto le mie aspettative, rimaste poi deluse.

E' un libro acerbo per stile e struttura, una scrittura a volte melensa ("Nuotavano spalla a spalla, con i corpi che si inclinavano per respirare con la stessa angolazione, come due pianeti attratti dalla medesima luna, i gomiti bianchi che danzavano sull'acqua come le ali di un gigantesco cigno") e spesso ripetitiva, a livello amatoriale.
Le dinamiche vengono forzate per mettere al centro della vicenda Jane (che è anche la voce narrante) a costo di penalizzare la verosimiglianza.
E l'ambientazione gotica, che vuol senz'altro essere il punto di forza, è esagerata, con atmosfere e situazioni che imitano troppo (e male) "Dio di illusioni".

Una migliore gestione dei piani temporali e dei capitoli più brevi avrebbero giovato al ritmo, che invece risulta sempre piuttosto pesante. Andava fatto un lavoro di alleggerimento: di situazioni, di ingranaggi, di pagine.

Soprattutto andava eliminato l'ultimo capitolo, un epilogo che pone una grossa croce sopra al genere mystery gotico per abbracciare a tradimento un insulso rosa Harmony.

Curiosità: cercando informazioni sull'autrice
 ho scoperto che dal 2001 esiste un premio letterario intitolato a Mary Higgins Clark che premia i romanzi che rispecchiano le sue linee guida, si tratta del premio Simon & Schuster Mary Higgins Clark che la Goodman ha vinto nel 2005 con un altro romanzo ("The Drowning Tree").

Reading Challenge 2026, traccia annuale 7x9, settembre: libri ambientati a scuola, all'università o sul posto di lavoro

sabato 6 giugno 2026

"La pazienza del diavolo", Maxime Chattam

 

Parigi, lunedì 5 maggio 2014. Quando Silas e Pierre salgono sul TGV diretto a Hendaye sono euforici. Due ragazzini che da tempo aspettano con trepidazione l'arrivo di quel giorno, ma non per andare in vacanza sull'oceano: quel treno non arriverà mai a destinazione perché alle 9 in punto i due estrarranno i fucili a canne mozze uccidendo cinquantatré persone e ferendone un'altra ventina prima di spararsi a loro volta. Sei morti e otto feriti saranno, invece, il risultato di un altro attentato suicida perpetrato due giorni dopo all'interno di un ristorante parigino. E questi saranno solo i primi due casi su cui si troverà a indagare Ludivine Vanker che per l'occasione darà alla sua squadra il nome di Cella 666: perché dietro al male che sta travolgendo la Francia sembra esserci il diavolo.

"La pazienza del diavolo è la sua arma migliore contro di noi"

Da questa frase prende il titolo il secondo thriller (scritto nel 2014) 
della serie che ha per protagonista la gendarme Ludivine Vanker di cui lo scorso anno avevo letto il primo, "Loro".

Purtroppo Salani, anziché proseguire con gli altri due titoli che la completano, a marzo di quest'anno ha inspiegabilmente dato la precedenza a "Il segnale", un horror autoconclusivo pubblicato in Francia nel 2018. Non riuscirò mai a capire la mancanza di raziocinio che spesso sembra colpire gli editori italiani, mi rassegno a detestarli per queste scelte illogiche, con la speranza che Salani non abbia deciso di abbandonare la serie che, senza essere memorabile, è sicuramente piacevole per gli amanti del genere.

I fatti di questa puntata si svolgono esattamente un anno e mezzo dopo quelli raccontanti in "Loro". Ritroviamo quasi tutti i personaggi, con Ludivine arrivata alla soglia dei 33 anni senza che l'età né l'esperienza precedente le abbiano insegnato a imbrigliare l'impulsività, anche se naturalmente spesso sono le esigenze di "copione" a farle compiere scelte assurde, come quella di spegnere il cellulare in un momento cruciale... ma in quel momento doveva essere irraggiungibile per gli altri.

Chattam anche questa volta non risparmia al lettore diverse scene e descrizioni splatter, ma la trama - pur avendo ben poco di originale - è ricca di elementi (del resto è un tomo di 544 pagine e non ne toglierei nessuna) e gli ingranaggi funzionano, con un ritmo che si fa via via sempre più sostenuto con una tensione costante.
Potrebbe uscirne un bel film.

Reading Challenge 2026, traccia Incantesimo di giugno

mercoledì 3 giugno 2026

"Santa", Rosanna Turone

 

"Quando sono nata io, si aspettavano tutti che nascesse un maschio e avevano deciso di chiamarlo Santo. Poi però sono nata io, e siccome i miei non avevano pensato a nomi da femmina mi hanno chiamata Santa."

Pontecagnano Calabro, giorni nostri. Santa ha 30 anni e da otto si è trasferita in Piemonte seguendo Gianni, non tanto per amore, quanto perché lui rappresentava il biglietto per andarsene da quel paese dove non succedeva mai niente, da quella famiglia che le aveva sempre preferito la sorella maggiore, dalla mentalità generale così opprimente. Con Gianni avevano avuto un figlio, poi lui si era messo a tirare oggetti, contro il muro e contro di lei. Lo aveva lasciato diventando l'amante di un uomo sposato che per lei aveva lasciato la moglie. Anche Mauro ha un figlio, proprio dell'età di Tommaso, e non ne vuole altri, per lo meno non in quel momento. Ma lei resta incinta.

Fino a poche settimane fa non sapevo che esistesse un filone di romanzi in cui la giovane protagonista si trasferisce al Nord dal Sud in cerca di emancipazione, e poi mi sono ritrovata a leggere questo e "L'animale femmina" quasi contemporaneamente.
Fra i due non saprei dire quale mi sia piaciuto meno, forse è il genere a essermi indigesto, vuoi per l'età, vuoi perché aspiro a una migrazione opposta alla loro per quando andrò in pensione.

Come per la Canepa, anche "Santa" è un romanzo di esordio, al momento l'unico pubblicato (nel 2024) da Rosanna Turone, calabrese (di Gioia Tauro) classe 1981 trapiantata a Biella dove insegna pianoforte.

Se la protagonista fosse stata la nonna materna di Santa credo che avrei addirittura amato il libro (nonostante lo stile ancora molto acerbo) perché Bruna è una gran donna: forte, determinata, caparbia e simpaticissima.

Santa, invece, è un'altra lagna incontentabile, solo un pelo più sveglia e scafata della Rosita di Emanuela Canepa.

Aver fatto di lei la voce narrante fornisce una visione dei fatti a senso unico e se certi ricordi d'infanzia seminano più di un dubbio sull'imparzialità della madre nei confronti delle due figlie, basta un unico dialogo con la sorella per far capire quanto Santa sia vittimista ed egocentrica. Dialogo che arriva solo nel finale (finale che, oltre tutto, non sono sicura di aver capito), ma nelle 208 pagine ci sono molti spunti in grado di svelare quanto questa donna sia raggelante.

"Mi ha telefonato mia madre per dirmi che è morto Alfredo. E io sono rimasta in silenzio e poi ho cambiato discorso."

Il problema è che non è stata concepita come personaggio negativo, tutt'altro. Lo si capisce dalla sinossi e dalle recensioni entusiaste on-line che ho letto con molta perplessità perché Santa, incapace prima di far valere la sua volontà (e si parla di una grossa tematica) e poi di assumersi la responsabilità della sua decisione, non può essere un simbolo di riscatto proprio per nessuno.

PS: anche quando sono nata io tutti si aspettavano il maschio per via di quelle scemenze sulla forma della pancione di mia madre. Per fortuna i miei genitori non sono stati pigri chiamandomi Marca, ma hanno pensato a un nome femminile e hanno scelto il più bello ♥

Reading Challenge 2026, traccia Incantesimo di giugno

lunedì 1 giugno 2026

Reading Challenge 2026: tracce di giugno

       


Traccia della pozione, libri Locked-Room Mistery


Traccia incantesimo, formare una frase con parole estrapolate dai titoli dei libri letti:
  • SANTA: Santa, Rosanna Turone (2 punti)
  • PAZIENZA: La pazienza del diavolo, Maxime Chattam (5 punti)

Traccia scopa volante, libri ambientati in Spagna
  • Il tarlo, Layla Martinez (1 punto)

Traccia calderone:

  • libri collegabili a uno dei nostri nonni

  • libri con stelle in copertina
    Ascension, Nicholas Binge (3 punti)

Traccia famiglio, libri in cui ci siano delle nozze


Traccia grimorio, libri collegabili all'immagine fornita



I miei punti di giugno: 11


sabato 30 maggio 2026

"I tre che videro il re", Magnus Mills

 

Inizio inverno di un anno non precisato. Il suo sogno era quello di vivere in una casa di latta all'interno di un canyon. Lo diceva a chiunque avesse la pazienza di ascoltarlo. Finché si era imbattuto in una solida casetta di latta a due piani abbandonata da chi l'aveva costruita. Tetto, porta di accesso, finestre, grondaie e comignolo: non mancava nulla, eccetto il canyon, ma si era adattato in fretta a quella vasta pianura deserta, dove le tre case più vicine (anch'esse di latta) erano distanti qualche chilometro, quanto bastava per non essere completamente isolati, ma sufficienti a scoraggiare le visite frequenti. Finché un giorno una donna di cui a malapena si ricordava aveva bussato alla sua porta con una notizia: un certo Michael Hawkins, con l'aiuto di molti volontari, stava costruendo un canyon che avrebbe ospitato un'intera città di case di latta.

Romanzo fortemente allegorico dove non viene spiegato come i personaggi si procurino cibo e altro (per la prima volta non c'è neppure un pub!), con un altro protagonista di cui non viene mai detto il nome, un uomo placido, abitudinario, metodico, con la vocazione del silenzio.

"Non sarebbe stato male dare un taglio a questo turbinio di socialità che ultimamente era diventato endemico in casa mia e cominciava a sfuggirmi di mano"

Il turbinio della socialità si riferisce al paio di visite (relativamente) ravvicinate che riceve da Philip e Steve, i suoi "vicini" di casa che di norma è abituato a non vedere per mesi: fantastico ^^

Magnus Mills - che dopo la pubblicazione dei suoi due primi romanzi, ma ancora operaio, scrisse questo per capire se poteva diventare scrittore a tempo pieno (fu un grande successo) - dal 1966 a oggi ha scritto una trilogia, tredici romanzi autoconclusivi e tre raccolte di racconti. Ma questo, del 2001, è il terzo e ultimo suo romanzo a essere stato tradotto in italiano e con il mio inglese scolastico non sono in grado di recuperare il resto della sua bibliografia in lingua originale.

Mi rendo conto che le storie di Mills non siano commerciali, come il mercato richiede, ma quando l'originalità diventa geniale andrebbe salvaguardata e diffusa quanto più possibile.

Di banale qui c'è solo la metafora finale ("Non conta dove vivi, ma con chi vivi"), ma - dopo i pali da recinzione al centro di 
"Bestie" e la riverniciatura delle barche di "Niente di nuovo sull'Orient Express" - ci si arriva leggendo 166 pagine che descrivono le case di latta e la vita solitaria all'interno di esse. Una quotidianità scandita dalla continua lotta contro la sabbia trasportata dal vento che si accumula attorno alle pareti esterne e dove l'apertura delle imposte rappresenta un lungo rituale quotidiano.

E sono 166 pagine magnifiche! Come si fa a smettere di tradurre un autore così?

Reading Challenge 2026, traccia annuale Articoli: I


venerdì 29 maggio 2026

"L'animale femmina", Emanuela Canepa

 

Padova, 24 dicembre 2015. Rosita Mulè, 27 anni, da sette si è trasferita a Padova lasciando il piccolo paese di origine nel casertano, scappando dalla mentalità ristretta, ma soprattutto da una madre invadente e oppressiva. Gli studi in medicina vanno a rilento: una volta persa la borsa di studio e l'alloggio presso un collegio, per potersi mantenere ha iniziato a lavorare in un supermercato, malpagata e con meno tempo da poter dedicare agli esami.
Una personalità chiusa, che non riesce a fare amicizia neppure con le coinquiline. Un'avvilente relazione con un uomo sposato che la cerca solo quando gli fa comodo passare un'ora con lei nel modo più ovvio.
Qualcosa cambia alla vigilia di Natale, quando la strada di Rosita si incrocia con quella dell'anziano avvocato Ludovico Lepore: un mese dopo lascia il lavoro al supermercato diventando la sua segretaria.

Romanzo di esordio, scritto nel 2018, dell'autrice romana di cui quattro anni fa avevo già letto "Insegnami la tempesta", libro che non mi aveva convinta per niente e questa volta non è andata meglio. Una buona scrittura (sorvolando su alcune sviste nell'editing, come l'ascensore preso da Rosita che soltanto due frasi prima risultava fuori servizio) non basta a farmi sopportare la caratterizzazione della protagonista e degli altri personaggi femminili. Donne prive di nerbo che si piegano al volere maschile (che si tratti dell'amante o del datore di lavoro è indifferente) accettando la loro volontà come un fattore incontestabile e, per il mio modo di essere, il riscatto preannunciato nella sinossi ("Non sa quanto quel rapporto la stia trasformando. Non sa che è proprio dentro una gabbia che, paradossalmente, si impara a essere liberi.") è talmente minimo da risultare mortificante per le donne.

Non sono migliori i tre personaggi maschili - l'amante, l'avvocato e un amico di quest'ultimo - ma l'attenzione si concentra su Rosita, protagonista assoluta e voce narrante - che, nonostante la distanza e il passaggio all'età adulta, continua a sentirsi soffocare dalla madre. Quindi un altro rapporto conflittuale madre-figlia, come in "Insegnami la tempesta".

"Da bambina non facevo altro che aspettare di vederla puntare gli occhi su di me. Non è che mi trascurasse, al contrario. Non mi ha mai fatto mancare niente. Ma non mi guardava mai. Ogni atto di cura veniva messo in pratica con la stessa meticolosità di tutto il resto, la mente già proiettata verso l’incombenza successiva. Infilarmi una maglietta o preparare la base del soffritto erano attività con lo stesso grado di coinvolgimento. Io non facevo mai la differenza."

Un trasferimento agognato dall'adolescenza che di fatto non ha risolto nulla perché Rosita si è portata dietro tutta la sua autocommiserazione senza riuscire a trovare un riscatto personale, aggiungendo soltanto il problema del sostentamento economico (per poi macerare  inspiegabilmente nel dubbio se accettare o meno il lavoro da segretaria offertole dall'avvocato quando il binomio stipendio maggiore e meno ore di lavoro - quindi più tempo da poter dedicare allo studio - renderebbe sensata un'unica risposta per chiunque).

"Le femmine sono animali interessanti"

La frase che dà il titolo al libro esce dalla bocca di Lepore, che in breve si rivela misogino e manipolatore, caratteristiche che lo rendono odioso, evidenziando quelle altrettanto detestabili di Rosita, e se i flashback fanno capire (senza giustificare) l'acrimonia di lui nei confronti delle donne, per lei non c'è speranza: un irritante esserino lagnoso, titubante, indeciso, insicuro ed esasperatamente accomodante.

Reading Challenge 2026, traccia annuale Carnevale: E

mercoledì 27 maggio 2026

"Laguna calda", Jefferson Parker

 

Laguna Beach, contea di Orange (California), lunedì 25 agosto, anni Ottanta. Il cadavere di Tim Algernon, 64 anni, viene trovato carbonizzato nello spiazzo davanti alle sue scuderie. L'assassino lo ha ucciso colpendolo così forte che la grossa pietra usata gli è rimasta conficcata nel cranio. E prima della morte ha cercato di fargli ingoiare piccoli rotoli di banconote. Un omicidio brutale, soprattutto per quel paradiso turistico dove non succede mai niente di criminale.
A doversene occupare è 
Tom Shepard, 32 anni, unico detective della Squadra Omicidi di Laguna Beach, appena tornato a vivere nella cittadina in cui è nato dopo dodici anni di assenza, reduce da un divorzio non voluto e da un caso con un brutto epilogo avvenuto a Los Angeles l'anno precedente. E quando pochi giorni dopo sarà lui stesso a trovare il corpo di Speranza Creeley, 63 anni, carbonizzato nella vasca della grande villa della donna, Shepard non potrà fare a meno di chiedersi se possa esserci un collegamento fra quei due omicidi e quello di sua madre, avvenuto trent'anni prima, pochi mesi dopo la sua nascita.

Scrittore e giornalista nato a Los Angeles nel 1953, Jefferson Parker ha scritto quasi una ventina di gialli autoconclusivi e altri tredici divisi in tre serie. In italiano ne sono stati tradotti soltanto dieci (l'ultimo nel 2009), di nessuno esiste la versione digitale e i cartacei sono tutti fuori catalogo, come questo, che ho trovato nel BookCrossing del mio quartiere. Mi ha fatto piacere che fosse proprio il suo romanzo di esordio (del 1985), ma è chiaramente un autore che l'Italia ha dimenticato e tutto sommato possiamo farne a meno.

Un poliziesco che dimostra tutti i suoi quarant'anni e non solo per i tanti dettagli obsoleti (un esempio fra tanti: elenchi e cabine del telefono). Leggendolo avevo l'impressione di tornare ai libri e ai telefilm che leggevo/guardavo da ragazzina (non a caso cita "Quincy", uno dei miei preferiti) per dinamiche, ritmo e caratterizzazione dei personaggi, ma non è stata una sorpresa.

Quello che invece non mi aspettavo era di leggere quasi un rose-crime: lo stile molto descrittivo, gli sviluppi della vicenda, la vita privata del protagonista e l'uso di certi aggettivi (la luce è sfacciata, il sole spietato, eccetera) mi hanno ricordato tantissimo i (tre) romanzi di Nora Roberts che ho letto.
Pregio o difetto? Dipende dal gusto personale.

Reading Challenge 2026, traccia Scopa volante di maggio: California