
"Vele e cannoni": ma è dai cannoni che Carlo Maria Cipolla inizia questo saggio, pubblicato nel 2003.
E' la sua sesta opera che leggo, un'altra analisi storica accurata e mai noiosa, grazie anche all'umorismo che contraddistingue il modo che aveva di trattare argomenti non comuni.
Si parte dai primi anni del XIV secolo, quando gli europei iniziarono a far uso di armi da fuoco e la costruzione dei cannoni divenne in breve tempo una delle più lucrose attività dell'epoca.
Dapprima venivano costruiti in ferro, successivamente affiancati da quelli in bronzo, più sicuri e affidabili, ma ben più costosi.
E' la sua sesta opera che leggo, un'altra analisi storica accurata e mai noiosa, grazie anche all'umorismo che contraddistingue il modo che aveva di trattare argomenti non comuni.
Si parte dai primi anni del XIV secolo, quando gli europei iniziarono a far uso di armi da fuoco e la costruzione dei cannoni divenne in breve tempo una delle più lucrose attività dell'epoca.
Dapprima venivano costruiti in ferro, successivamente affiancati da quelli in bronzo, più sicuri e affidabili, ma ben più costosi.
Cipolla presenta quindi una concisa, ma esaustiva situazione stato per stato, Portogallo, Spagna, Olanda, Germania, Russia, Francia, eccetera, concentrandosi maggiormente sull'Inghilterra, dove nei secoli quattordicesimo e quindicesimo l'industria degli armamenti non riusciva a tenere il passo con il continente.
"Nei primi anni del sedicesimo secolo l'Inghilterra appariva agli occhi degli europei come un paese sottosviluppato"
Finché non arrivò Enrico VIII a cambiare tutto.
La situazione europea era caotica: c'erano nazioni che avevano un gran bisogno di artiglieria pesante per le guerre e per l'espansione oltremare (Olanda e Spagna), ma mancavano delle materie prime; altre che ne avevano in abbondanza, ma erano carenti di manodopera specializzata (Germania e Russia).
E mentre a un certo punto gli inglesi furono costretti a comprare cannoni dagli svedesi a causa del disboscamento dovuto alle costruzioni navali ed edili e al consumo dell'industria metallurgica (la crisi del combustibile esplose nel 1630), gli olandesi risolsero il problema del loro grande bisogno di artiglieria pesante imparando a produrre da sé le armi.
Con molta precisione, a metà delle 174 pagine del saggio sono le vele a diventare protagoniste.
Il loro evolversi, e quindi quello delle imbarcazioni, creò uno sviluppo che non tutti riuscirono a seguire. In particolare la rivoluzione navale compiuta dalle potenze atlantiche segnò il declino di musulmani e veneziani.
La navigazione allarga i confini e nel saggio compaiono anche Africa e, soprattutto, Asia.
Cipolla sapeva come raccontare la storia, analizzando e spiegando le rivoluzioni sociali e culturali che caratterizzavano i popoli.
Se cinesi, turchi e indiani, ancorati alle loro tradizioni, capirono in ritardo l'importanza di dotarsi di artiglieria pesante e di imbarcazioni adatte non solo a speronamento e abbordaggio (i limiti delle giunche cinesi al pari delle galee mediterranee), ai giapponesi, che non disdegnavano di apprendere e mettere in pratica gli sviluppi di altre culture, andò meglio, anche se non riuscirono a eliminare il divario tecnologico che li separava dagli europei.
La sorpresa è stata quella di trovare solo rari e vaghi accenni all'Italia, ma un aneddoto mi ha fatto ridere di gusto: mentre in Europa si costruivano cannoni preoccupandosi della loro efficienza e non certo del design, noi italiani ci preoccupavamo dell'estetica facendo cesellare non solo i cannoni, ma anche le palle, e pazienza se i costi lievitavano!
La situazione europea era caotica: c'erano nazioni che avevano un gran bisogno di artiglieria pesante per le guerre e per l'espansione oltremare (Olanda e Spagna), ma mancavano delle materie prime; altre che ne avevano in abbondanza, ma erano carenti di manodopera specializzata (Germania e Russia).
E mentre a un certo punto gli inglesi furono costretti a comprare cannoni dagli svedesi a causa del disboscamento dovuto alle costruzioni navali ed edili e al consumo dell'industria metallurgica (la crisi del combustibile esplose nel 1630), gli olandesi risolsero il problema del loro grande bisogno di artiglieria pesante imparando a produrre da sé le armi.
Con molta precisione, a metà delle 174 pagine del saggio sono le vele a diventare protagoniste.
Il loro evolversi, e quindi quello delle imbarcazioni, creò uno sviluppo che non tutti riuscirono a seguire. In particolare la rivoluzione navale compiuta dalle potenze atlantiche segnò il declino di musulmani e veneziani.
"Rimasero medievali quando l'età moderna era già iniziata"
La navigazione allarga i confini e nel saggio compaiono anche Africa e, soprattutto, Asia.
Cipolla sapeva come raccontare la storia, analizzando e spiegando le rivoluzioni sociali e culturali che caratterizzavano i popoli.
Se cinesi, turchi e indiani, ancorati alle loro tradizioni, capirono in ritardo l'importanza di dotarsi di artiglieria pesante e di imbarcazioni adatte non solo a speronamento e abbordaggio (i limiti delle giunche cinesi al pari delle galee mediterranee), ai giapponesi, che non disdegnavano di apprendere e mettere in pratica gli sviluppi di altre culture, andò meglio, anche se non riuscirono a eliminare il divario tecnologico che li separava dagli europei.
La sorpresa è stata quella di trovare solo rari e vaghi accenni all'Italia, ma un aneddoto mi ha fatto ridere di gusto: mentre in Europa si costruivano cannoni preoccupandosi della loro efficienza e non certo del design, noi italiani ci preoccupavamo dell'estetica facendo cesellare non solo i cannoni, ma anche le palle, e pazienza se i costi lievitavano!
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