mercoledì 13 maggio 2026

"Un mondo perduto", Joanna Quinn

 

Dorset, estate 1942. Cristabel, Flossie e Digby sono cresciuti. Non c'è più tempo per gli spettacoli teatrali sulla spiaggia. Adesso, sotto alla carcassa della balena che fungeva da palco, ci sono gli orti da cui Flossie cerca di ricavare quanto più possibile perché l'Europa è dilaniata da un altro conflitto mondiale e anche in Inghilterra cominciano a scarseggiare i beni di prima necessità.

Questo sarebbe il secondo volume della saga dei Seagrave, di cui un anno fa avevo letto la prima parte, "Il teatro sulla spiaggia". Uso il condizionale perché in seguito ho scoperto che è stato l'editore italiano a dividere il romanzo in due uscite inventandosi la dilogia e questo spiega perché "Il teatro sulla spiaggia" mi fosse sembrato un romanzo spezzato: perché lo era!

E, come quello non aveva una chiusura, questo non ha un vero e proprio inizio. Dall'ultimo tragico evento del 1941 si passa all'anno successivo. Chilcombe non è più la tenuta fervente di attività, le originali feste di Rosalind sono ormai un ricordo amaro e i tre ragazzi Seagrave pensano solo alla guerra, a come poter dare il loro contributo contro i nazisti.

Questa seconda parte non è più il festival degli animali morti e la Seconda Guerra Mondiale diventa centrale sia nell'ambientazione (due di loro andranno a combattere in Francia al fianco dei partigiani) sia negli eventi.

Lo stile della Quinn è rimasto pesante, ma qui le tematiche lo arricchiscono di una profondità che nella "prima parte" non c'era. Gli eventi finali mi hanno fatto piangere a singhiozzi, sicuramente più in memoria dei morti della mia famiglia che per le sorti dei personaggi del romanzo, ma se mi era mancato un epilogo degno di essere ricordato questa volta l'ho avuto.

Leggendolo è difficile capacitarsi di come ci si possa essere dimenticati cosa siano stati fascismo e nazismo, votando e facendo risorgere partiti e ideologie di estrema destra.

"Stiamo festeggiando la sconfitta di un male che avrebbe decretato la fine di noi tutti"

Reading Challenge 2026, traccia Incantesimo di maggio


sabato 9 maggio 2026

"Inseguendo l'amore", Nancy Mitford

 

"Questa è la storia di Linda, non la mia"

Fanny, voce narrante del romanzo, mette subito le cose in chiaro: non è stata lei a inseguire l'amore, ma Linda Radlett, la cugina sua coetanea, figlia di zia Sadie e di zio Matthew.
Fanny era nata quando sua madre, sorella minore di zia Sadie, aveva 19 anni anni, abbandonando figlia e marito un mese dopo. Quest'ultimo si era fatto la sua vita, risposandosi ben altre quattro volte, mentre Fanny aveva avuto la fortuna di venire allevata da un'altra sorella della madre. Ormai adulta, già moglie e madre, racconta i suoi anni da bambina e da adolescente, quando viveva a Shenley nella bella casetta di zia Emily, trascorrendo le vacanze natalizie ed estive nell'Oxfordshire ad Alconleigh, la tenuta di zio Matthew, eccentrica almeno quanto lui.
Gli zii avevano sei figli, che "morivano dalla voglia di rimanere completamente orfani".
E le ragazze Radlett aspettavano soltanto due cose: il debutto in società e la proposta di matrimonio da parte di un uomo di cui si sarebbero innamorate all'istante. Sapevano di non poter contare sulla fedeltà del futuro marito, ma erano pronte e sarebbero state comprensive perdonandoli. Loro, invece, non avrebbero mai tradito.
Ma per Linda le cose non sono poi andate esattamente così...

Pubblicato nel 1945, è il quinto romanzo scritto da Nancy Mitford, scrittrice e biografa inglese (1904 - 1973), il primo a essere stato tradotto in italiano (io ho l'edizione Giunti del 1996, con un disgraziatissimo font piccolo solo in parte compensato da un'interlinea ben distanziata che agevola la lettura) e, se ho ben capito, il primo a riscuotere successo dopo i precedenti flop.

E' anche il primo di una trilogia, che penso di completare con "L'amore in un clima freddo" e "Non dirlo ad Alfred", perché la lettura di questa prima puntata, seppur molto lontana da ciò che mi piace e mi interessa, è stata simpatica. Con l'eccezione della tragica fine che spetta agli animali citati in un libro in cui quasi tutti i personaggi amano la caccia.

"A volte trovavamo qualche animale che urlava imprigionato in una trappola; dovevamo ricorrere a tutto il nostro coraggio per avvicinarci a liberarlo e assistere alla sua fuga su tre zampe, spaesato e straziato dal terrore."

Per i giudizi, sempre entusiasmanti, che avevo letto o sentito su Nancy Mitford mi aspettavo qualcosa di molto diverso, di ben più profondo, non una lettura così leggera, considerando anche il periodo di ambientazione che dagli anni Trenta arriva nel pieno della Seconda Guerra Mondiale.

Il romanzo viene considerato in parte autobiografico perché la vita dell'alta società inglese descritta è quella della famiglia Milford. Per la residenza di Alconleigh l'autrice si è ispirata ad Asthall Manor, la casa dove ha trascorso l'infanzia.


Questo rende particolarmente apprezzabile l'umorismo con cui tratteggia l'aristocrazia inglese, caratterizzata da ristrettezze mentali e da bizzarrie, con osservazioni che ne alzano il livello, per esempio quando due cugini - commentando il matrimonio tardivo dell'ormai quarantenne zia Emily - si preoccupano per Fanny che per la prima volta si troverà a dover convivere con un uomo: uno dice "I vecchi vanno matti per le ragazzine" e l'altro replica "E per i ragazzini". O come quando Linda, parlando dei compagni del secondo marito comunista, dice a Fanny: "Fanno del bene e non del male, non vivono della schiavitù degli altri esseri umani, come fa Sir Leicester".

Un finale spiazzante (indubbiamente perché letto nel 2026, quando certe disgrazie non rientrano più nella normalità) ha reso la lettura ancor più particolare.

Nella mia edizione molti dialoghi in francese, anche rilevanti, non sono stati tradotti, cosa che potrebbe essere un problema per chi non ha almeno un'infarinatura della lingua.

Reading Challenge 2026, traccia Incantesimo di maggio

mercoledì 6 maggio 2026

"La condanna del silenzio", Arwin J. Seaman

 

Isola (immaginaria) di Liten, Svezia, 14 ottobre di un anno non precisato. Gli Andersson, dopo gli eventi degli ultimi due anni che hanno visto arresti e morti fra i membri del clan, si sono chiusi nella loro tenuta uscendone solo quando non possono farne a meno. Chi per andare a scuola, chi al lavoro, chi dal medico. Poi tornano a rintanarsi. Ma è a loro che il capo della polizia Owe Dahlberg si rivolge quando dall'isola scompare una ragazza, non per accusarli, ma per farsi aiutare a cercarla.

"La condanna del silenzio" (titolo che fatico a collegare alla storia che viene raccontata), pubblicato lo scorso anno, è la terza puntata (dopo "Omicidio fuori stagione" e "Un giorno di calma apparente") della serie ambientata in Svezia scritta da un noto scrittore italiano che rivelerà la sua identità solo dopo la pubblicazione del sesto e ultimo libro.

Continuo a pensare che possa essere Donato Carrisi e mi chiedo quanto questo condizioni (in negativo) il mio giudizio su questi thriller.
Il primo non mi era dispiaciuto, il secondo lo avevo trovato esagerato e poco credibile; questo - nonostante la vicenda autoconclusiva sia convincente - evidenzia una ripetitività davvero pesante. Un rischio per qualsiasi serie, stessi personaggi e stesso ambiente (e in questo caso si tratta di una piccola isola), ma qui si va oltre, nelle tre storie vengono riproposte sempre le stesse dinamiche, nei legami e nelle interazioni fra i vari personaggi (che sono troppi), nella tipologia dei crimini, nelle indagini, eccetera.

Fortunatamente Malin, la figlia del capo Dahlberg, protagonista assoluta di "Un giorno di calma apparente", torna ai margini, ma il finale aperto di quel libro qui non viene ripreso e immagino che bisognerà aspettare l'ultimo per trovare chiarimenti e spiegazioni.
Una serie che, con un'uscita all'anno, si chiuderà nel 2028 (la quarta puntata, "L'isola del passato", è già stata pubblicata) e - fra nomi difficili da memorizzare, legami intricati fra i tanti personaggi ed eventi di vario genere - penso sia indispensabile farsi dei riassunti per non perdersi. 

Reading Challenge 2026, traccia annuale Carnevale, A

venerdì 1 maggio 2026

Reading Challenge 2026: tracce di maggio

     


Traccia della pozione, libri ambientati in un villaggio pittoresco


Traccia incantesimo, formare una frase con parole estrapolate dai titoli dei libri letti:
  • UN: Un mondo perduto, Joanna Quinn (3 punti)

  • AMORE: Inseguendo l'amore, Nancy Mitford (2 punti)

Traccia scopa volante, libri ambientati in California


Traccia calderone:

  • libri con un oggetto maledetto nella storia

  • libri in coppia, devono avere qualcosa in comune

Traccia famiglio, libri con una professione nel titolo:


Traccia grimorio, libri collegabili all'immagine fornita



I miei punti di maggio: 5 punti



mercoledì 29 aprile 2026

"Un animale selvaggio", Joel Dicker

 

Cologny, quattro chilometri da Ginevra, giugno 2022. Sophie e Arpad Braun, entrambi quarantenni, sono una coppia realizzata nella vita familiare e professionale: avvocato lei e bancario lui, sono sposati da otto anni, hanno due adorabili figli e da un anno si sono trasferiti nella casa dei sogni, una particolare villa con enormi affacci sul bosco che la circonda.
Anche Karine e Greg Liégean sono sulla quarantina, hanno due splendidi bambini, dei lavori a cui tengono molto e anche loro si sono trasferiti a Cologny da un anno. Certo non hanno la disponibilità economica dei Braun, casa loro non è una villa e hanno potuto comprarla solo grazie a un'eredità e a un mutuo, ma è comunque il coronamento di un sogno.
Da un mese Greg ha anche una fissazione: per Sophie. Non può fare a meno di spiarla e quella casa, con le sue immense vetrate, sembra proprio un invito per un guardone appartato nel bosco.
Ma Greg non è solo un guardone: è anche un poliziotto. E Arpad sembra avere molto da nascondere.

Due anni fa, vedendo la copertina all'uscita del libro, ho subito pensato a quello che a Genova chiamiamo "il palazzo dei televisori", un particolare edificio costruito all'inizio degli anni Settanta.


Da bambina, ogni volta che dopo la partita della Samp andavamo a cena da mia nonna paterna, passando per Corso Italia mi torcevo il collo per ammirare quanto più possibile quella strana casa che adoravo.

Un'architettura accettabile per un lungomare, mentre spero che la casa dei Braun a Cologny sia solo frutto della fantasia di Dicker e non un mostro ecologico piantato in mezzo al bosco.


Con l'autore ho un rapporto altalenante, due romanzi li ho adorati ("La verità sul caso Herry Quebert" e "Il libro dei Baltimore"), uno mi è piaciuto molto ("Il caso Alaska Sanders") e due li ho detestati ("La scomparsa di Stephanie Mailer" e "L'enigma della camera 622").

Questo va a creare la terza coppia con quello di Alaska Sanders. Una lettura viva, 448 pagine (divise in tre parti e ventun capitoli, tutti meravigliosamente datati) decisamente coinvolgenti.

Anche questa volta il punto di forza di Dicker è la costruzione, non certo i personaggi (anche qui non mancano le macchiette) né il contenuto: come con Harry Quebert e con Alaska Sanders, basta provare a ricostruire i fatti in ordine cronologico per rendersi conto che la storia è piuttosto scarna, ma Dicker sa giocare bene con i salti temporali, seminando dettagli che poi vanno a ricostruire la vicenda in un modo tutto suo, che può essere esasperante per chi in un racconto ama la struttura lineare, ma che incatena alle pagine chi, invece, apprezza i flashback.
E qui ce ne sono tantissimi in ogni capitolo.

Reading Challenge 2026, traccia Calderone di aprile: libri con un mezzo di trasporto a motore in copertina




martedì 28 aprile 2026

"Blonde", Joyce Carol Oates

 

Norma Jeane Mortenson Baker nasce (1° giugno 1926) e muore (4 agosto 1962) a Los Angeles.
Ed è sempre a Los Angeles che, nel 1946 negli studi della 20th Century Fox, il regista Ben Lyon suggerisce per lei il nome d'arte di Marilyn Monroe.

Solo l'infinita stima per la scrittura di Joyce Carol Oates poteva spingermi a leggere questo tomo infinito, 1320 pagine (il libro più lungo che abbia mai letto e probabilmente che mai leggerò), su un argomento per il quale il mio interesse è pari a zero.

Un chiaro esempio di come - quando a scrivere è uno Scrittore - la trama, che di norma incide tantissimo sulle mie scelte e sul mio gusto, possa diventare un semplice dettaglio.

Ho iniziato la lettura il 25 febbraio portandola a termine soltanto ieri sera. Ne ho letto non più di trenta pagine al giorno, a volte anche soltanto cinque o sei: spalmarlo era per me l'unico modo per affrontarlo ed è stato un ottimo esperimento che metterò in pratica con altri "mattoni".

Della Monroe non ho mai visto un film né un trailer, non ho mai letto un'intervista né un articolo che la riguardasse. Prima di leggere "Blonde" ne conoscevo l'aspetto dalle fotografie e sapevo che era morta suicida quando era ancora giovane.

Tante cose si sono dette sul suo conto, che era timida e audace, infantile e responsabile, perfezionista e inaffidabile, frigida e ninfomane, tutto e il contrario di tutto: non so quanto questa biografia romanzata sia fedele alle verità accertate che la riguardano, ma la Oates è riuscita a farmi provare dei sentimenti, un mix di passione e frustrazione.

E, inaspettatamente, tanta pena, per la Norma Jeane bambina e per la Marilyn suicida, o forse uccisa dai poteri forti. Nella mia ignoranza pensavo che l'unico contatto fra lei e Kennedy fosse la canzoncina cantata per il compleanno del Presidente. Non sapevo che avessero avuto una relazione e non avevo mai sentito parlare delle possibili implicazioni dei Kennedy con la morte dell'attrice.

Come non sapevo che venisse pagata poco dagli Studio (in riferimento a "
Gli uomini preferiscono le bionde": "Il film aveva fatto guadagnare allo Studio milioni di dollari, e avrebbe continuato a fargliene guadagnare, mentre a lei ne avevano dati sì e no ventimila"), che fosse finita nel mirino dell'HUAC, che avesse appoggiato la causa dei diritti civili.

La Oates ne ripercorre l'intera esistenza, da un certo punto in poi scandita da film e matrimoni.

Il libro è troppo lungo? Ovviamente sì, 1320 pagine sarebbero troppe per chiunque, a maggior ragione per raccontare la vita di una persona vissuta soltanto 36 anni, ma ci sono tutte le (ampie) digressioni tanto amate dall'autrice (e da me).

Che non fa sconti agli USA ("Gli Stati Uniti d'America sono uno stato fascista post-bellico e il Comitato Nazionale contro le Attività Antiamericane è la loro Gestapo."), che sottolinea le disuguaglianze di genere ("C’erano donne perfettamente in grado di pilotare aerei e che tuttavia non ne ottenevano il permesso. Donne che morivano sotto le armi e che tuttavia non avevano diritto al funerale con gli onori militari come per gli uomini.") e che non dimentica gli animali ("G
li animali sono umani! Non sanno parlare come noi, però comunicano, altroché se comunicano. Hanno emozioni come le nostre, dolore, speranza, paura, amore.").

Reading Challenge 2026, traccia annuale Oujia

lunedì 27 aprile 2026

"Jack", A.M. Homes

 

Periferia americana, 1989. Per Jack il padre era un idolo, uno specie di Superman. La sofferenza più grande della sua giovane vita l'ha provata il giorno in cui lo ha visto girare per casa riempiendo dei sacchi della spazzatura con le sue cose. Era un sabato e all'improvviso suo padre non viveva più con loro. La madre non gli permetteva nemmeno di vederlo, potevano sentirsi per telefono solo una volta alla settimana. Una separazione difficile e inaspettata, ma Jack era riuscito a superarla, a scuola erano in tanti ad averla sperimentata.
Il dramma vero per lui arriva nel presente, alla vigilia dei suoi 16 anni, quando il padre aspetta di essere in mezzo a un lago a bordo della barchetta presa a noleggio per rivelargli il vero motivo della fine del matrimonio: si è innamorato di un'altra persona e quella persona è Bob, l'amico con cui convive, che non è solo un amico, né tantomeno solo un coinquilino.
E Jack dice: "Mi viene da vomitare"

Titolo di esordio scritto nel 1989 da Amy Michael Homes, nata a Washington nel 1961, autrice di altri sei romanzi e di quattro raccolte di racconti.

Una piccola perla che ho pescato per caso al Libraccio di Savona un paio d'anni fa.

Un breve (228 pagine) romanzo di formazione privo di capitoli (ma con numerosi stacchi che ne fanno le veci), un monologo di Jack che racconta esperienze e stati d'animo di fronte a una realtà difficile, che sa di non poter evitare e che lo porterà a maturare in fretta. 

"Odiavo mio padre, ma gli volevo anche un gran bene, cosa che peggiorava la situazione."

Una profondità inaspettata per una penna così giovane (la Homes aveva soltanto diciannove anni quando ha scritto il libro), con un bel protagonista e dei bei personaggi di contorno, la descrizione di una quotidianità fatta di piccole gioie e grandi drammi che emoziona e diverte senza mai deprimere.

Tematiche importanti (al plurale perché anche la famiglia di Max, il migliore amico di Jack, dovrà fare i conti con una situazione veramente grave) trattate con attenzione, senza cadere in un'introspezione pesante che non sarebbe di nessun aiuto a un lettore adolescente alle prese con le stesse apprensioni sperimentate da Jack, con la voglia e la paura di crescere tipiche di quell'età.

"I miei sedici anni me li sentivo tutti. A volte me ne sentivo quaranta."

Un buon romanzo (per tutti) sulle discriminazioni, meriterebbe più fama.

"Tuo padre non è una cosa di cui vergognarsi."

Reading Challenge, traccia Famiglio di aprile: libri con il titolo di una sola parola


sabato 25 aprile 2026

"Storia di Milo, il gatto che salvò Plutone", Costanza Rizzacasa D'Orsogna

 

Località non precisata degli Stati Uniti. Dalla sonda New Horizons un segnale arriva in un piccolo laboratorio della Nasa: un "Ping... Ping" che lascia tutti sbalorditi. Il messaggio, firmato Falkor 39, è un SOS. Plutone ha un grave problema, una perdita di azoto, una tragedia per il pianeta nano che potrebbe avere ricadute sull’equilibrio dell’intero Sistema Solare!
Bisogna assolutamente fare qualcosa! Bisogna mandare qualcuno!
E la scelta cade su Milo, il gattino diventato famoso nel mondo per essere andato fino al Polo Sud riportando ai genitori il piccolo pinguino Hielito, che era stato rapito dai bracconieri.
Un viaggio spaziale non lo spaventerà di certo e se su Plutone ci sono forme di vita chi meglio di un gatto può riuscire a comunicare con loro?


Terzo racconto, pubblicato nel 2023, dopo "Storia di Milo, il gatto che non sapeva saltare" (letto nel 2020) e "Storia di Milo, il gatto che andò al Polo Sud" (letto nel 2022).

Un'altra bella storia con protagonista il gattino disabile dell'autrice, Milo, purtroppo morto nel 2024.

Una trilogia che molte scuole hanno inserito nella propria didattica e dovrebberlo farlo tutte. Perché l'esempio di Milo non incita soltanto al rispetto delle disabilità e all'abbattimento delle barriere. Le sue avventure sono un inno alla causa animalista ed ecologista.

La situazione di Plutone è un pretesto per parlare della devastazione che stiamo facendo ai danni della Terra ("che è tutto quello che abbiamo") e una spinta verso le energie rinnovabili.

C'è spazio per la cagnetta Laika e la micina Félicette, di cui vengono raccontate le tristi storie.


E poi ci sono i Paffy, gli abitanti di Plutone, così disegnati da Giacomo Bagnara, esseri da cui noi terrestri avremmo tutto da imparare:


"Un intero popolo che non mangia animali è segno di una civiltà superiore"

E c'è tanto altro, 124 pagine appena, ma ricche di insegnamenti (compreso un doveroso piccolo ABC sull'astronomia), buoni sentimenti e tristi verità.

"Se un leone uccide una gazzella è per nutrirsi. Solo l’uomo uccide per il piacere di farlo."

Reading Challenge 2026, traccia Grimorio di aprile: gatto nero in copertina

giovedì 23 aprile 2026

"Non dire una bugia", Alafair Burke


New York, un lunedì del marzo 2012. Julia Whitmire, 16 anni, viene trovata morta nella vasca da bagno della sua lussuosissima casa nel West Village. Le vene dei polsi tagliati e una lettera di addio non lasciano dubbi che si tratti di suicidio, ma la madre - moglie di un potente discografico - è riuscita a far pesare tutto il potere del suo nome ottenendo l'intervento di una squadra della omicidi. A rispondere alla chiamata sono Ellie Hatcher e JJ Rogan, trovandosi subito in bilico fra la dolorosa non accettazione di una donna che ha appena perso la figlia e la sua arroganza.
Ma, obbligati dai superiori a trattare il caso come un omicidio, si troveranno costretti a indagare scoprendo che forse la signora Whitmire non aveva torto.

Tre giorni dopo aver terminato "La città del terrore", seconda puntata della serie con protagonista la detective Hatcher (serie di cui non sono stati tradotti in italiano il primo e il terzo volume), ho iniziato questo, che è quindi il quarto episodio (titolo originale "Never Tell"), molto più avvincente, anche se esageratamente ingarbugliato.

La morte di Julia risulterà presto solo un ingranaggio di un meccanismo che non la riguarda che si allarga a due diverse vicende, una delle quali porta la Burke a cavalcare la critica verso "big pharma" in perfetto stile Robin Cook:

"L’American Psychiatric Association aveva iniziato a rifiutare i finanziamenti delle case farmaceutiche alle sue convention per evitare conflitti di interesse. La decisione faceva seguito a un’inchiesta del «New York Times» che aveva attirato l’attenzione dei lettori sul giro di benefit (e si parlava di milioni di dollari) destinato agli stessi medici responsabili delle prescrizioni che alimentava il business in espansione degli psicofarmaci."

Evidenziando poi come siano proprio le aziende farmaceutiche a controllare la sperimentazione dei loro prodotti!

Il libro ha 368 pagine divise in quattro parti e cinquantanove capitoli brevi che lo rendono scorrevole e godibile, ma lo avrei apprezzato di più se gli intervalli di tempo fossero stati corretti: "La città del terrore" si svolge nel marzo 2008 e all'inizio di "Non dire una bugia" viene specificato che (
Ellie e JJ) "erano (sono) partner da più di un anno", quindi l'anno di ambientazione di questo dovrebbe essere il 2009, invece no perché in seguito viene detto che un'amica di Julia, anch'essa sedicenne, è nata nel gennaio 1996. E 1996 + 16 fa 2012!

E, al solito, trovo incredibile come certi autori di libri seriali li ambientino nel loro presente (questo è stato 
pubblicato proprio nel 2012) senza tenere conto di quello che hanno scritto in precedenza.

Reading Challenge 2026, traccia annuale Ouija

martedì 21 aprile 2026

"Paura", Stefan Zweig


Vienna, primi anni del Novecento. Irene, moglie dell'avvocato penalista Fritz Wagner, ha una trentina d'anni, due figli, una bella casa e un amante. Eduard è un giovane pianista e abita in una zona ben diversa da quella borghese di lei. Una distanza che, pensa, basti a metterla al sicuro dall'essere scoperta, convinzione che si sbriciola il pomeriggio in cui le si para davanti una donna rozza che la insulta, muove il pugno davanti al suo volto, minaccia di rivelare la tresca. E Irene, senza che le venga chiesto alcunché, dà alla donna le banconote che ha nel portafoglio. Che quella avesse già in mente di ricattarla o che sia stata Irene a darle l'idea, con la convinzione borghese che tutto abbia un prezzo, è irrilevante. Fatto sta' che non sarà un esborso una tantum e la vita dell'adultera diventerà un incubo di paura.

Un altro romanzo breve (120 pagine) di Stefan Zweig, scritto nel 1910, ma pubblicato nel 1920. Due anni fa avevo letto, e amato, "Lettera di una sconosciuta", una storia profonda e tristissima, di quelle che rimangono dentro.

"Paura", pur piacendomi, non mi ha altrettanto coinvolta, in parte per la pesantezza dello stile che a tratti lo rende noioso, ma la vera differenza la fanno le due protagoniste: l'autrice della lettera anonima suscita compassione per tutte le traversie che l'hanno colpita, mentre Irene è una donna egoista e boriosa, insensatamente vittimista e affetta da quel genere di ignoranza tipica di chi non capisce di essere un privilegiato.

"In quelle ore di tormento segreto invidiava gli ammalati. Che bello starsene in ospedale, in un letto lindo, tra le bianche pareti, circondati dai fiori e dalla commiserazione."

Un essere a cui non basta l'autoassoluzione: se ha sbagliato, la colpa non è sua.

"Sarebbe stato capace, il marito, di comprendere che lei non aveva amato un uomo, bensì l'avventura? Che anche lui era colpevole per la sua troppa bontà, per averle offerto una vita senza affanni, nella quale il carattere le si era infiacchito?"

Deludente il finale, annunciato come un coup de théâtre nella sinossi: insolito sì, ma mi aspettavo qualcosa di completamente diverso.

Reading Challenge 2026, traccia Scopa volante di aprile: libri ambientati in Austria