
Scritto nel 1947, è il secondo e ultimo romanzo di Philip Larkin (1922- 1985) che in seguito, ancora giovanissimo, abbandonò la narrativa per dedicarsi esclusivamente alla poesia.
A giugno dell'anno scorso avevo letto il primo, "Jill", e anche questa volta a colpirmi è stata la bella scrittura, così come sono rimasta di nuovo delusa dal modo in cui la guerra sia soltanto un debole contorno.
Mentre "Jill" era privo di capitoli, questo li ha (diciannove) e sono anche divisi in tre parti. Soltanto la prima e la terza sono ambientate nel glaciale sabato del presente, mentre in quella centrale Katherine racconta alla signorina Green le tre settimane di vacanza trascorse in Inghilterra sei anni prima quando, sedicenne, era stata ospitata dalla famiglia di Robin Fennel, l'amico di penna con cui aveva intrattenuto una banale corrispondenza grazie a un programma organizzato dalle scuole per fare esercitare i ragazzi con le lingue straniere.
Un'esperienza che ho vissuto anch'io ai tempi delle medie quando venni abbinata a una coetanea francese. Io e lei (non ricordo né il nome né la città in cui viveva) non andammo oltre alle tre o quattro lettere (brevissime), mentre Larkin fra Katherine e Robin fa succedere abbastanza cose da occupare la maggior parte delle 276 pagine del suo libro.
Molto descrittivo e particolareggiato, con una trama e dei personaggi poco interessanti, è stato comunque una lettura piacevole perché rilassante, nonostante il gelo e il mal di denti.
Non mi sarebbe dispiaciuto se avesse pubblicato dell'altra narrativa.
Reading Challenge 2026, traccia Incantesimo di febbraio



















