
Cieli d'Europa, luglio di un anno non precisato. Un uomo è troppo alto e massiccio per il sedile della classe economica: spalle e braccia invadono lateralmente mentre le gambe pigiate contro il sedile di fronte fanno traballare tutto ogni volta che si muove. Faye, seduta al suo fianco, gli offre di scambiarsi i posti, un sollievo per gli arti inferiori del viaggiatore, ma un'invasione del corridoio inaccettabile per la hostess.
Scritto nel 2020, è il capitolo conclusivo della Trilogia dell'ascolto - dopo "Resoconto" e "Transiti" - che sono contenta di aver letto, ma anche di aver finito: la mancanza di trama che caratterizza questi volumi costituisce un grosso limite al mio gusto personale.
Apprezzo l'originalità, la scrittura e la fluidità con cui la Cusk passa da un narratore/interlocutore a un altro, ma le micro storie personali che questi personaggi fugaci raccontano a lei, e quindi a noi, sotto forma di monologhi le ho trovate solo parzialmente interessanti: ad esempio mi ha toccata il dolore dell'uomo alto, reduce dalla soppressione dell'amato cane malato, viceversa mi hanno lasciata indifferente le cure per il corpo adottate da un collega di Faye.
Lei, dopo il ruolo centrale avuto in "Transiti", qui torna a quello di ascoltatrice, come in "Resoconto".
Il volo iniziale la sta portando verso un Paese dell'Europa del Sud non specificato (ma da alcune descrizioni mi ha fatto pensare al Portogallo) in un anno incerto (ma successivo al 2016 perché c'è già stato il referendum sulla Brexit) per partecipare a un convegno letterario.
Questa volta gli incontri ruotano tutti attorno alla sua professione - il nuovo direttore editoriale della casa editrice che pubblica i suoi libri, la sua editor, un giornalista e altri quattro scrittori - cosa che porta a considerazioni (più o meno condivisibili) sulla letteratura, sugli scrittori e sulla crisi dell'editoria, ma tanto (troppo) spazio viene dato a diverse situazioni di coppia in difficoltà, voci che rendono il libro femminista, a tratti un po' forzatamente.
Scritto nel 2020, è il capitolo conclusivo della Trilogia dell'ascolto - dopo "Resoconto" e "Transiti" - che sono contenta di aver letto, ma anche di aver finito: la mancanza di trama che caratterizza questi volumi costituisce un grosso limite al mio gusto personale.
Apprezzo l'originalità, la scrittura e la fluidità con cui la Cusk passa da un narratore/interlocutore a un altro, ma le micro storie personali che questi personaggi fugaci raccontano a lei, e quindi a noi, sotto forma di monologhi le ho trovate solo parzialmente interessanti: ad esempio mi ha toccata il dolore dell'uomo alto, reduce dalla soppressione dell'amato cane malato, viceversa mi hanno lasciata indifferente le cure per il corpo adottate da un collega di Faye.
Lei, dopo il ruolo centrale avuto in "Transiti", qui torna a quello di ascoltatrice, come in "Resoconto".
Il volo iniziale la sta portando verso un Paese dell'Europa del Sud non specificato (ma da alcune descrizioni mi ha fatto pensare al Portogallo) in un anno incerto (ma successivo al 2016 perché c'è già stato il referendum sulla Brexit) per partecipare a un convegno letterario.
Questa volta gli incontri ruotano tutti attorno alla sua professione - il nuovo direttore editoriale della casa editrice che pubblica i suoi libri, la sua editor, un giornalista e altri quattro scrittori - cosa che porta a considerazioni (più o meno condivisibili) sulla letteratura, sugli scrittori e sulla crisi dell'editoria, ma tanto (troppo) spazio viene dato a diverse situazioni di coppia in difficoltà, voci che rendono il libro femminista, a tratti un po' forzatamente.
























