
Colline del Monferrato, aprile 1935. Emma Bonelli è una ragazzona di campagna, forte e obbediente. Una remissività che l'ha portata a sposare Genio, non per amore, ma per volere del padre. Un matrimonio che ha generato due figli, Mario e dopo nove anni Luciana. Anche lei si sposerà senza amore, ma almeno con un po' d'affetto. E il marito, Franco Cermelli, porterà lei ed Emma a vivere in città per realizzare il suo sogno, quello di avere un ristorante tutto suo. Ed è in città che crescerà Anna, la loro unica figlia.
Emma, Luciana e Anna sono nonna, madre e nipote, ma tutte sono state masnà (bambine) e tutte hanno amato la casa dei Francesi, sognando di poterci tornare e restare.
Di Raffaella Romagnolo quattro anni fa avevo letto il romanzo d'esordio, "L'amante di città. Mistero in Monferrato", un gialletto piacevole. Questo lo ha scritto cinque anni dopo, nel 2012, altrettanto gradevole, una saga familiare al femminile piuttosto breve (320 pagine) divisa in tre parti (più prologo ed epilogo), dai titoli che rimandano al ruolo centrale che ha la cascina del Monferrato (purtroppo anche questa volta l'autrice non ha dato un nome ai luoghi in cui ha ambientato il romanzo): l'arrivo, l'esilio e il ritorno.
La casa appartiene alla famiglia del marito di Emma, di cui non viene mai detto il cognome: vengono semplicemente chiamati i Francesi perché all'inizio del secolo scorso due di loro erano andati a lavorare in Francia.
E' lì che Emma va a vivere dopo il matrimonio; è lì che Luciana nasce e rimane fino a quando è lei a sposarsi; ed è lì che Anna trascorre le estati con la nonna sognando la campagna nei restanti mesi dell'anno.
Il romanzo inizia nel presente, che è il 1995, dove torna per la conclusione. In mezzo sessant'anni e tre generazioni: con un bel gioco di salti temporali la Romagnolo ricostruisce e racconta le vite di queste tre donne, esistenze condizionate dagli uomini - che sono i padri, i mariti, i figli, i fratelli, i suoceri, gli zii - e nessuno è un bel personaggio, chi per prepotenza, chi per viltà.
E con quella delle tre donne scorre anche la storia dell'Italia, da eventi epocali (la guerra e la lotta partigiana, gli anni di piombo, il rapimento Moro, eccetera) a cambiamenti di importanza minore, a volte anche futili, ma che hanno segnato delle svolte, dall'introduzione dei registratori di cassa all'uso delle creme depilatorie all'apertura delle paninoteche.
Sono solo accenni che fanno da contorno e questa superficialità penalizza il libro: un approfondimento dei temi importanti (in stile Ferrante) gli avrebbe dato un valore maggiore di quello da lettura di intrattenimento.
E forse la Romagnolo se n'è accorta. Questo è ciò che ha scritto nelle note:
Emma, Luciana e Anna sono nonna, madre e nipote, ma tutte sono state masnà (bambine) e tutte hanno amato la casa dei Francesi, sognando di poterci tornare e restare.
Di Raffaella Romagnolo quattro anni fa avevo letto il romanzo d'esordio, "L'amante di città. Mistero in Monferrato", un gialletto piacevole. Questo lo ha scritto cinque anni dopo, nel 2012, altrettanto gradevole, una saga familiare al femminile piuttosto breve (320 pagine) divisa in tre parti (più prologo ed epilogo), dai titoli che rimandano al ruolo centrale che ha la cascina del Monferrato (purtroppo anche questa volta l'autrice non ha dato un nome ai luoghi in cui ha ambientato il romanzo): l'arrivo, l'esilio e il ritorno.
La casa appartiene alla famiglia del marito di Emma, di cui non viene mai detto il cognome: vengono semplicemente chiamati i Francesi perché all'inizio del secolo scorso due di loro erano andati a lavorare in Francia.
E' lì che Emma va a vivere dopo il matrimonio; è lì che Luciana nasce e rimane fino a quando è lei a sposarsi; ed è lì che Anna trascorre le estati con la nonna sognando la campagna nei restanti mesi dell'anno.
Il romanzo inizia nel presente, che è il 1995, dove torna per la conclusione. In mezzo sessant'anni e tre generazioni: con un bel gioco di salti temporali la Romagnolo ricostruisce e racconta le vite di queste tre donne, esistenze condizionate dagli uomini - che sono i padri, i mariti, i figli, i fratelli, i suoceri, gli zii - e nessuno è un bel personaggio, chi per prepotenza, chi per viltà.
E con quella delle tre donne scorre anche la storia dell'Italia, da eventi epocali (la guerra e la lotta partigiana, gli anni di piombo, il rapimento Moro, eccetera) a cambiamenti di importanza minore, a volte anche futili, ma che hanno segnato delle svolte, dall'introduzione dei registratori di cassa all'uso delle creme depilatorie all'apertura delle paninoteche.
Sono solo accenni che fanno da contorno e questa superficialità penalizza il libro: un approfondimento dei temi importanti (in stile Ferrante) gli avrebbe dato un valore maggiore di quello da lettura di intrattenimento.
E forse la Romagnolo se n'è accorta. Questo è ciò che ha scritto nelle note:
"Ho inventato di sana pianta anche Carlin dla Moisa, e in queste righe cerco di rimediare al disagio che avverto per non essere stata minuziosamente fedele agli accadimenti. La vera storia è quella della Banda Lenti, ventisette ragazzi trucidati dai nazifascisti il 12 settembre 1944. Nel romanzo li ho evocati di fretta, del loro comandante Agostino Lenti ho riportato solo il nome di battesimo, non ho scritto il nome del paese dal quale in maggioranza provenivano, Camagna Monferrato. Un piccolo borgo della campagna piemontese, quattro case intorno a una chiesa con un’enorme cupola, che un giorno s’è trovato a seppellire una generazione. Non ho raccontato la folla che partecipò ai funerali. Mi sono inventata un partigiano che non è mai esistito, e l’ho costruito apposta come mi serviva. Gli altri, quelli veri, li ho cancellati."



















