domenica 16 maggio 2021

"Le 10 mappe che spiegano il mondo", Tim Marshall



Geografia, storia e matematica sono state le materie che più ho amato durante tutto il mio percorso scolastico. La matematica, che adoravo, si colloca al terzo posto, mentre ancora oggi non so decidermi se assegnare l'oro a storia o a geografia.

Ecco perchè ho comprato questo libro subito dopo averlo visto fra le novità di IBS. Poi ho fatto l'errore di aspettare quattro anni per leggerlo, quattro anni durante i quali il libro è diventato in gran parte anacronistico: se in certe zone del mondo la situazione è statica, in altre ci sono stati cambiamenti (alcuni dei quali in corso) che rendono la lettura sgradevolmente superata e/o incompleta.
Dal punto di vista geografico ho apprezzato molto l'analisi geopolitica che fa descrivendo come la configurazione fisica - clima, composizione demografica della popolazione, accesso alle risorse naturali, ecc - condizioni i rapporti internazionali fra i vari popoli, ad esempio come la mancanza di guerre fra Cina e India sia dovuta in gran parte al loro confine naturale invalicabile per gli eserciti che è l'Himalaya oppure come la geografia interna del sud America le impedisca di imitare l'esempio dell'Europa unita a livello commerciale.


Il testo si compone di dieci capitoli (le 10 mappe del titolo...) che toccano (quasi) ogni angolo del mondo.
Si parte dalla Russia (geograficamente svantaggiata, ma con una grande disponibilità di petrolio e gas naturali), per passare alla Cina (con i suoi squilibri fra coste e campagne, ma protetta dalle caratteristiche geografiche dei suoi confini), quindi agli Stati Uniti (che godono di una posizione geografica unica che li pone al sicuro da ogni possibile invasione) e, a seguire, Europa occidentale (di cui spiega come le divisioni naturali create da monti, fiumi e valli portarono alla formazione di tanti Stati privi di una lingua comune, cioè l'opposto degli Stati Uniti. Evidenzia anche come il minor numero di pianure e i maggiori problemi di siccità siano alla base del divario fra nord e sud del continente
), Africa (la culla dell'umanità, siamo tutti africani. Un continente immenso con regioni, climi e culture diverse accomunate dall'isolamento dal resto del mondo), Medio Oriente (dove i confini geografici tracciati sulle mappe dagli europei si stanno ridisegnando con il sangue), India e Pakistan (uniti dalla geografia del subcontinente indiano, ma divisi da un odio profondo), Corea e Giappone (la prima definita dall'autore un problema irrisolvibile, la seconda trattata con un occhio benevolo), America Latina (la dimostrazione di come la geografia possa limitare anche quando si hanno a disposizione conoscenza e tecnologia) e, infine, Artide (con tutto il suo peso politico che muoverà gli interessi del XXI secolo).

Manca l'Oceania e qui mi viene malignamente da osservare che anche quando si gioca a Risiko quello è il continente meno interessante!

Perchè a
Tim Marshall  - che (cito dal breve trafiletto dedicatogli nell'aletta della sovracopertina) "è stato per trent'anni corrispondente estero di BBC e Sky News, inviato di guerra in Croazia, Bosnia, Macedonia, Kosovo, Afghanistan, Iraq, Libano, Siria, Israele" e che quindi non è un giornalista, ma un Giornalista e che indubbiamente sa di cosa parla - la guerra piace un po' troppo.

Quando descrive azioni militari del passato e quando immagina futuri scenari e strategie di guerra si rianima raggiungendo vette di esaltazione per me insopportabili e assumendo toni di assoluta superiorità verso tutto ciò che non è filo americano e - pur riconoscendogli una capacità che non ho e un'esperienza che non vorrei neppure avere - posso solo biasimare la sua visione "neocolonialista" del mondo con gli Stati Uniti al centro.

"Nel XXI secolo il Messico non pone alcuna minaccia territoriale agli Stati Uniti, anche se la prossimità causa problemi all'America perchè alimenta la fame di manodopera illegale e droghe del suo ricco vicino"

Quindi per l'autore è colpa dei messicani se gli statunitensi si drogano e se non mettono in regola il personale delle pulizie?

Questo è un esempio che può anche far sorridere (a patto di non essere un messicano obbligato dalla fame ad accettare qualunque condizione lavorativa), ma sono tanti i temi in cui mi sono trovata in disaccordo con Marshall: come non ha evidenziato il potere che Washington si è presa sulla NATO (e quindi sul mondo), come ha liquidato in quattro righe la guerra in Vietnam, come ha giustificato l'intromissione degli USA nel cambio di Governo in Ucraina, come ha minimizzato il ruolo di "polizia internazionale" assunto dagli Stati Uniti in America Latina...
Ma anche la superficialità con cui ha descritto
i danni fatti nel mondo da noi europei quando i colonialisti hanno tracciato confini geografici sulla carta senza tenere in nessuna considerazione la topografia e le culture delle varie regioni, in Africa, nel Medio Oriente, in Corea e in Sud America o il modo in cui noi europei e gli arabi (e adesso anche i cinesi) abbiamo saccheggiato l'Africa delle sue risorse e delle sue genti. Fatti che per noi appartengono alla storia, ma che condizionano ancora il presente di milioni di persone e che un libro che vuole spiegare il mondo attraverso le mappe avrebbe dovuto approfondire come, invece, non fa.

Marshall preferisce biasimare l'Europa per la (secondo lui) minima spesa che destina alla difesa, ammirando per contro gli Stati Uniti che investono sulla ricerca e sullo sviluppo delle forze armate una somma che lui quantifica superiore al bilancio militare di tutti gli altri paesi della NATO messi insieme.
E quasi deride noi europei perchè dopo le due guerre mondiali e il tracollo dell'Unione Sovietica ci sentiamo al sicuro da futuri conflitti, mentre per l'autore non è così e qui arriva a immaginare eserciti russi ed europei fronteggiarsi nel corridoio fra la costa baltica e l'inizio dei Carpazi (non spiccando per originalità, tra l'altro, come la storia bene insegna...).

Ma è nell'ultimo capitolo che la distanza di vedute fra me e Marshall è diventata incolmabile: se già ero arrivata a quel punto  molto delusa dal non aver trovato nemmeno un accenno alle energie rinnovabili e disgustata dal modo in cui aveva parlato positivamente della produzione di soia che starebbe facendo del Brasile un colosso dell'agricoltura, senza toccare il tema della devastazione della foresta amazzonica nè specificare che tipo di soia producono (OGM) ed esportano (destinata quasi esclusivamente agli allevamenti, quindi ve la mangiate voi), con le 14 pagine dedicate all'Artide la mia costernazione è diventata totale.

E' riuscito a parlare del riscaldamento globale (cioè l'unico motivo per cui esiste questo capitolo) senza mai usare la parola "danni", preferendole "effetti", che solo agli stolti e agli illusi può fare meno paura. Ma è andato oltre presentando lo scioglimento dei ghiacci come un fattore positivo che renderà più agibile l'accesso alla regione e quindi ai giacimenti di petrolio e alle riserve di gas naturale, arrivando ad affermare che la fusione della calotta polare - riducendo la tratta percorsa dalle navi che vi transitano - fa abbassare le emissioni di gas serra! Mi ha dato un'idea: quasi quasi per dimagrire domani mi faccio amputare un arto!

Nelle ultime righe arriva la "sorpresa": auspica che si possa superare l'avidità intrinseca nel genere umano gestendo le riserve artiche a beneficio di tutti! Finalmente una cosa su cui siamo d'accordo, ma dubito che lui lo avrebbe pensato e scritto se ad avere 32 rompighiaccio, di cui 6 a propulsione nucleare, fossero gli americani invece  dei russi...

Reading Challenge 2021: questo testo risponde alla traccia compleanno di maggio (l'autore  è nat0 il 1° maggio 1959)



venerdì 14 maggio 2021

"Il silenzio dell'onda", Gianrico Carofiglio



Roma, aprile, 2010 o giù di lì. Roberto Marìas ha 45 anni e da sette mesi è in cura da uno psichiatra. Ogni lunedì e ogni giovedì per cinquanta minuti si mette a sedere davanti al medico e parla del suo passato: dei suoi primi 16 anni di vita trascorsi in California, dell'arrivo in Italia con la madre italiana, della Scuola Allievi Sottufficiali e via via della sua carriera che lo ha portato a diventare agente sotto copertura. Senza però mai toccare i motivi per cui ora ha bisogno di quei colloqui.
Giacomo di anni ne ha solo 11 e, a differenza di Roberto, non ha nessuno a cui raccontare le sue esperienze, le sue paure...
Alla fine, chi sarà dei due ad aiutare l'altro?

Dopo la grande esperienza fatta con Philip Roth, è stata un'enorme fortuna che la traccia compleanno autore della Reading Challenge mi permettesse di dedicarmi a due scrittori fidati: prima Robin Cook - con cui non rischiavo brutte sorprese - e ora con Gianrico Caroflglio, che è una garanzia.

Scritto nel 2011, "Il silenzio dell'onda" si colloca nella generica narrativa contemporanea ed è quindi un pò diverso dagli altri suoi romanzi. Nonostante la professione di Marìas, nemmeno sfiora le vicende processuali e lambisce appena la fase dell'istruttoria negli aneddoti che il protagonista racconta al suo terapeuta. Un mezzo che permette a Carofiglio di sottolineare i suoi valori e di spiegare come funzionano indagini,  arresti, procedure varie, non risparmiando la giusta critica a quelli che, fra le forze dell'ordine, eccedono ("La verità è che le botte le danno soprattutto quelli che non sanno fare bene gli investigatori") e con questi piccoli gialli accresce il piacere della lettura agli amanti del genere.

Ma il romanzo è la storia (una bella storia: è un peccato che Roberto Marìas non sia diventato un altro personaggio ricorrente nei libri di Carofiglio) di un uomo con trascorsi non comuni e un passato vecchio di trent'anni mai superato.

Una storia ricca, nonostante i pochissimi personaggi che vi compaiono, raccontata alternando i capitoli del protagonista assoluto con quelli di Giacomo: qui Carofiglio risulta meno convincente, facendolo parlare in prima persona avrebbe dovuto sforzarsi di adattare lo stile e, soprattutto, ridimensionare di parecchio i ragionamenti che gli ha attribuito, ma questo dettaglio non mi ha reso meno piacevole la lettura.

Reading Challenge 2021: questo testo risponde alla traccia compleanno di maggio (l'autore è nato il 30 maggio 1961)



martedì 11 maggio 2021

"In caso di morte", Robin Cook



New York, 28 febbraio 2011. La vita non è stata una passeggiata per Afrodita Pia Grazdani: dopo aver perso la madre quando era ancora molto piccola e con padre e zio in galera, dai sei anni ha sperimentato senza fortuna prima le famiglie affidatarie mosse solo dall'avidità e poi i centri minorili per ragazzi difficili, dove riescono a resistere solo i più scaltri e i più cattivi. Ma in qualche modo ce l'ha fatta: grazie alle suore, alle borse di studio, al suo impegno totale e alla sua brillante intelligenza, è arrivata al quarto anno alla Columbia University Medical Center.
E ora, a 25 anni, Tobias Rothman - già Premio Nobel per la Medicina - la sta coinvolgendo nei suoi studi di ricerca destinati a salvare milioni di vite e che sicuramente gli varranno un secondo Premio.
Ma in meno di un mese tutto cessa: quello che viene superficialmente archiviato come un tragico incidente mette fine agli studi di Rothman e non solo a quelli. Solo Pia non vuole credere che si sia trattato di una fatalità e si trova a indagare da sola, non sapendo di stare andando a sbattere contro a un muro di potere invalicabile perchè mischia l'alta finanza con la criminalità organizzata.

Ed è arrivato per me il triste momento di dire addio a questo autore che leggo da quando ero ragazzina. Cook, per fortuna, è ancora vivo e vegeto, ma questo - scritto nel 2013 - è l'ultimo romanzo tradotto in italiano.

Una scelta editoriale che mi rattrista tantissimo: se da un lato mi rendo conto che non sia un autore modernissimo (e penso che anche il genere medical thriller non spinga più come un tempo) e seppur anch'io negli anni abbia smesso di considerarlo il mio scrittore preferito, mi spiace infinitamente sapere che non potrò mai più leggerlo e che non avrò modo di completare la sua bibliografia. E pensando a quello che vedo quando scorro le novità editoriali su IBS mi arrabbio anche un po' pensando alle emerite boiate che importiamo, ma che - evidentemente - hanno più mercato.

Di Cook ho sempre apprezzato l'uso che fa dei suoi romanzi: medico di professione (e già questo lo pone su un piano di interesse diverso rispetto a tanti altri autori del genere), non si è mai limitato a inventare una storia. Ogni libro è un grido di allarme e/o una denuncia. E' anche per questo che avrei voluto leggere le sue opere più recenti, quanto meno gli ultimi due titoli scritti con Trump presidente degli Stati Uniti...

Anche con "In caso di morte" Cook evidenzia come la medicina non possa essere un business.
Quando a decidere se un farmaco salvavita debba essere prodotto o meno sono gli interessi economici di pochissime persone vuol dire che qualcosa non funziona come dovrebbe.

Non risparmia le immancabili critiche al sistema sanitario statunitense, ma il libro non parla di farmaci salvavita, bensì di organogenesi: la biologia è un'altra materia in cui sono completamente ignorante, non ho mai studiato cose come blastociti, fibroblasti o teratomi, ma Cook è molto bravo a spiegare anche a quelli come me la differenza fra cellule staminali embrionali e cellule staminali pluripotenti.

Peccato che anche questa volta, come ne "La cura" e altri libri precedenti, ricorra alla criminalità organizzata (qui albanese e russa) per far funzionare la vicenda thriller, cosa che personalmente non apprezzo, ma che sicuramente rende il ritmo incalzante e (per me) fin troppo ansiogeno.

Ci sono anche due piccole stonature, una cosa che verso il finale del libro la protagonista sa e che in quel momento non ha ancora modo di sapere e un personaggio corrotto all'interno del sistema ospedaliero di cui non viene svelata l'identità. Dettagli, ma per me un po' disturbanti.

Molto piacevole, invece, il piccolo cameo con cui Cook ci fa ritrovare i protagonisti di tanti suoi romanzi, Jack Stapleton e Laurie Montgomery. Vedo su Wikipedia che, dopo "La cura", nel 2018 ha scritto un altro romanzo appartenente alla loro serie (più altri quattro singoli, quindi sono cinque quelli non tradotti in italiano) e mi incuriosisce non poco il titolo: "Pandemic"... due anni prima del Covid!

Reading Challenge 2021: questo testo risponde alla traccia compleanno di maggio (l'autore  è nato il 4 maggio 1940)



domenica 9 maggio 2021

"La macchia umana", Philip Roth



Monti del Berkshire (Massachusetts), estate 1998. Nathan Zuckerman e Coleman Silk sono vicini di casa da cinque anni, cioè da quando Nathan ha comprato quella casetta per poter scrivere i suoi libri immerso nella tranquillità offerta dal posto. Anche il suo vicino si presta al suo bisogno di quiete, Coleman ha sempre ignorato Nathan...
Finchè un giorno gli chiede di raccontare la sua storia in un romanzo, quella storia che a suo dire ha causato la morte della moglie Iris e coperto lui e la famiglia di ignominia.
E questo perchè all'Athena College - dove era sia insegnante che preside - non hanno capito (o non hanno voluto capire) che lui quella parola l'aveva usata nel suo senso letterale, non in quello dispregiativo, e che lui quei due ragazzi non li aveva neppure mai visti!
Ma Coleman avrebbe un'altra storia da raccontare, una storia iniziata cinquant'anni prima a East Orange, dove viveva con la famiglia di origine. Una storia che non ha mai raccontato nè alla moglie nè ai loro figli e che non sarà lui a raccontare a Nathan, ma Nathan la racconta a noi.

E dopo il solito abbozzo di trama, ora devo passare alle considerazioni personali, cosa che faccio con la consapevolezza di non avere la preparazione necessaria per poter parlare di questo Capolavoro come vorrei saper fare.

Inizio con le banalità, ad esempio dicendo che avevo inserito "La macchia umana" nella mia wish list dopo averne ascoltato la recensione fatta da Marco Cantoni su You Tube. Come mi è già capitato di dire, ho smesso di seguire Cantoni perchè - dopo aver letto diversi libri di cui lui era entusiasta - ho capito che abbiamo opinioni diverse (soprattutto riguardo all'importanza della trama in un romanzo), ma dopo questa lettura è probabile che torni a iscrivermi al suo canale.

Roth mi fa capire che le letture di livello esistono e che dovrei cercarle, anzichè starne alla larga come ho la tendenza a fare. Roth mi faceva paura, pensavo fosse ben oltre le mie capacità. E l'ho affrontato con questa paura e anche con un certo scoraggiamento a causa dei cinque macrocapitoli che mi sono trovata davanti.

Il primo giorno di lettura non è stato facile, ma poi mi sono resa conto che il suo stile è caratterizzato da quei periodi lunghissimi che ho sempre amato, così lunghi da necessitare di molta concentrazione per non rischiare di arrivare al punto e dover tornare indietro per riprendere il filo da cui si era partiti. Ma con la giusta attenzione e dedicandogli il tempo necessario ho potuto godere della storia che questo libro racconta e del modo incredibile in cui viene raccontata.

Anzi, delle storie: perchè al protagonista Roth affianca altri personaggi (non molti) ripercorrendo la vita di ognuno, spesso partendo dall'infanzia, e costruendo delle personalità approfondite in maniera magistrale. Figure caratterizzate da aspetti sia positivi che negativi, come siamo noi esseri umani nella realtà. E, là dove c'è del male, il male è stato causato dal sistema: abbiamo vittime del razzismo, vittime del degrado sociale, vittime politiche.

Fra tutti, è
Lester Farley ad avermi colpita di più e non poteva essere altrimenti perchè - reduce del Vietnam - è personaggio di fantasia fino a un certo punto. Gli Stati Uniti hanno generato migliaia di Lester Farley, carne da macello nelle mani dei potenti.

"Lo senti piangere, il Muro"

E Roth ci fa entrare nella testa di uno di loro in modo sconvolgente:

"Un giorno è là che mitraglia nel Vietnam, e vede gli elicotteri che esplodono, e vede esplodere i compagni a mezz’aria, così basso da sentire l’odore della carne che frigge, da sentire le grida, da vedere interi villaggi andare in fumo, e il giorno dopo è di nuovo sui Berkshire. E ora sì che si sente veramente fuori posto, e per giunta gli fanno un po’ paura certe cose che gli fischiano sopra la testa. Non ha voglia di stare in compagnia, non è capace di ridere o scherzare, sente di non fare più parte di quel mondo, sente di avere visto e fatto cose così estranee ai pensieri di quella gente che lui non riesce a intendersi con loro e loro non riescono a intendersi con lui."

Non meno straziante è l'esistenza di Faunia e anche qui Roth mette sapientemente in luce come il decantato sistema americano a volte si inceppi non curandosi come dovrebbe (e con l'aggravante che potrebbe, un lusso che poche nazioni hanno) dei suoi figli meno fortunati.

Scritto nel 2000, Roth non gira attorno alla vicenda Clinton-Lewinsky ("L'estate in cui il pene di un presidente invase la testa di tutti"), un altro spunto per attaccare il perbenismo americano, l'ipocrisia, di cui purtroppo non hanno l'esclusiva.

Roth non mi fa più paura come prima, ma ancora mi intimorisce. Non so se sarò in grado di recuperare tutti i suoi romanzi e mi faccio rabbia da sola per non essermi documentata prima di iniziare questo: solo a metà percorso ho scoperto che è l'ultimo di quella che viene definita la "Trilogia Americana", al seguito di "Pastorale americana" e di "Ho sposato un comunista", tre storie distinte che hanno però la stessa voce narrante, quel Nathan Zuckerman alter ego di Philip Roth. Un peccato per chiunque non leggerli in ordine cronologico, ma un'assurdità per me che mi impegno a rispettare quell'ordine anche con gli autorini...

Ormai è fatta, per fortuna ho un'ottima memoria e, se anche non la avessi, "La macchia umana" è un libro impossibile da dimenticare.

Reading Challenge 2021: questo testo risponde alla prima traccia annuale, "dieci libri a scelta da leggere entro la fine dell'anno"
 

giovedì 29 aprile 2021

"La madre segreta", Shalini Boland



Friern Barnet (nord di Londra), dicembre 2017. Si sta facendo sera, fa freddo e Tessa Markham, 36 anni, rientra a casa dopo aver passato il pomeriggio della domenica al cimitero, cosa che ormai fa da più di due anni. Ma questa volta c'è qualcuno ad aspettarla: un bambino di cinque o sei anni è seduto al tavolo della sua cucina, sta facendo un disegno e quando Tess entra le rivolge una domanda che la impietrisce: "Sei tu la mia nuova mamma?".
La donna telefona al marito, è vero che lui se n'è andato, ma il loro matrimonio non è finito e lei non ha nessun altro a cui rivolgersi. Insieme avvisano la polizia, ma sia Scott che gli agenti non le credono e sospettano che lei quel bambino lo abbia rapito.
Un incubo che diventa ancora più insopportabile quando la notizia arriva alla stampa e Tess si ritrova orde di giornalisti ad aspettarla notte e giorno sul vialetto di casa e fuori dai cancelli del centro di giardinaggio dove lavora.
Deve risolvere da sola il mistero del bambino comparso dal nulla nella sua cucina, è chiaro che qualcuno sta mentendo, ma chi e perchè?

Thriller psicologico che si legge molto velocemente non solo perchè è piuttosto breve (217 pagine a cui l'autrice è arrivata allungando un po' la broda), ma anche per la semplicità: della storia e della maniera in cui è scritto, un'accoppiata che - insieme all'astuzia di porre dei piccoli (ma proprio piccoli) acme quasi alla fine di ogni capitolo - dà l'impressione di essere un libro che prende.

Ma in realtà non riesce mai a diventare incalzante perchè è davvero povero di tutto: sfrutta il filone madre-figlio senza inventare nulla di originale e chi è abituato ai thriller (ma secondo me chiunque) capisce subito dove si andrà a parare e non si sbaglia. Gli amanti delle letture di genere sanno di rischiare il "già letto", cosa che a me disturba, ma solo fino a un certo punto (altrimenti non amerei tanto Mary Higgins Clark e non solo lei...).
In questo caso mi ha dato più fastidio la debolezza dei personaggi (che seguono tutti i possibili cliquè), la pochezza di contenuti sia nei dialoghi (molti veramente imbarazzanti per la loro stupidità)
che nei pensieri interiori della protagonista (è lei che racconta in prima persona, per cui non ce ne viene risparmiato mezzo) - che invece avrebbe potuto e dovuto essere molto profonda e approfondita - e la mancanza di impegno nel trovare meccanismi più verosimili per far quadrare gli eventi.

Credo che l'intenzione dell'autrice fosse quella di evidenziare i danni che può fare la gogna mediatica, ma la storia che ci ha costruito attorno non è abbastanza forte da giustificare tutto il cancan che descrive, per altro in maniera troppo superficiale.

Alla fin fine la frase che mi ha colpita di più dell'intero libro sono stati gli 8° definiti "temperatura tiepida": raggelante, direi.

Reading Challenge 2021: questo testo risponde alla traccia normale di aprile (un libro in cui vi è un segreto)

 

mercoledì 28 aprile 2021

"Alta fedeltà", Nick Hornby

Londra, anni '90. Rob Fleming ha una grandissima passione: la musica. Musica che ascolta (o che consuma, come dice il mio amico Filippo), non che suona. E assolutamente non musica commerciale.
Dopo aver lavorato per un po' come commesso in un negozio di dischi ed essersi divertito a fare il DJ al Groucho Club, da qualche anno è proprietario del Championship Vinyl. La vendita di dischi di nicchia non è quel tipo di lavoro che ti rende ricchi e sia la madre che la sua compagna sembrano considerarlo un mestiere di transizione prima dell'approdo a una professione "adulta". Ma Rob adulto lo è, ha 35 anni e - se anche non è soddisfatto dell'andamento del suo negozio - non sta pensando di cambiare. Non riesce nemmeno a stilare la classifica dei cinque lavori che gli piacerebbe fare! Mentre lui ama fare questo genere di classifiche: i cinque migliori libri, i cinque migliori film americani, i cinque migliori piatti...
Ed è da qui che si comincia, quando Laura lo lascia: ma rientrerà nella classifica delle cinque donne che lo hanno ferito di più?

Da qualche anno mi sono abituata a leggere sempre due libri contemporaneamente, a volte sono tre e raramente sono stati quattro. Ma non mi era mai successo di leggere insieme due libri dello stesso autore ed è stata un'esperienza particolare e piacevole.

Questo Nick Hornby lo ha scritto nel 1995, cioè tre anni dopo "Febbre a 90°", quindi quando aveva 38 anni. Un libro generazionale che può essere apprezzato al massimo da chi gli anni '90 li ha vissuti in un'età più o meno simile a quella dell'autore e del protagonista. Io ho dodici anni meno di Hornby, ma ho adorato questo romanzo, pur non ritrovandomici affatto perchè la musica - a differenza del calcio - non è una mia passione. A me piacciono De Andrè,  Fossati, Guccini, Bennato, "gente" così, e nel libro non viene citato nessuno dei grandi cantautori italiani. La mia ignoranza circa la musica straniera è abissale e nel libro ho riconosciuto solo una metà dei cantanti o gruppi citati (quelli notissimi) e giusto due o tre brani (idem).

Non mi ci sono ritrovata direttamente anche perchè non sono un uomo/eterno ragazzo inglese, insicuro, lagnosetto e un po' opportunista, ma indirettamente ci ho ritrovato tanti dei miei amici di quegli anni, marito (all'epoca fidanzato) compreso, quando andando in centro (e spesso ci si andava tutti i giorni) era obbligatorio fare tappa da Disco Club, a due passi dalla stazione Brignole, negozio storico di Genova che continua a esistere e a resistere tuttora grazie al suo carismatico proprietario.

Anche a Fabio piaceva creare delle cassette personalizzate. Per me ne aveva fatte quattro e solo quando ci siamo messi insieme, dopo due anni e mezzo di amicizia, mi aveva svelato la mole di studio che c'era dietro alla scelta dei brani, che nelle sue intenzioni sarebbero state dichiarazioni d'amore, cosa che io non avevo minimamente capito.
Una cassetta l'avevo addirittura battezzata "il sonno": la ascoltavo quando tornavamo a Genova dopo aver seguito la Samp in trasferta in giro per l'Italia o per l'Europa. Aveva scelto dei brani talmente lenti che non sono mai arrivata a sentire il quarto, immancabilmente mi addormentavo a metà della terza canzone, "Il portiere di notte" cantata da Ruggeri, bellissimo pezzo e splendida interpretazione, ma l'effetto era sempre letargico! Povero Fabio ^^

Anche se non conosco le canzoni citate, ho idea che le cassette ideate da Rob siano più briose, cosa che anche il libro riesce a essere nonostante sia anche particolarmente malinconico e Rob, pur essendo l'incarnazione della pigrizia fisica, mentale e affettiva, riesce a essere un bel personaggio, anche se credo che mi sia piaciuto così tanto perchè già dopo poche pagine - complici lo humor inglese e il mestiere analogo - me lo sono immaginato come l'adorabile Hugh Grant di "Notting Hill".

Adesso mi sembra incredibile di essere arrivata a 51 anni senza aver mai letto Hornby: devo assolutamente recuperare tutti gli altri suoi titoli!

Reading Challenge 2021: questo testo risponde alla traccia compleanno di aprile (l'autore  è nat0 il 17 aprile 1957)