
Il 13 novembre 2015 l'ISIS attacca la Francia con sparatorie in sei diversi luoghi della capitale e facendo esplodere tre ordigni nei pressi dello Stade de France, uccidendo 130 persone e ferendone 413.
Dopo sei anni di istruttoria, l'8 settembre 2021, ha inizio il processo che Emmanuel Carrére segue quotidianamente per i nove mesi successivi per conto del settimanale francese L'Obs. Gli stessi articoli vennero pubblicati in Italia su Robinsons e sono stati raccolti, con altre integrazioni, in "V13" (venerdì 13).
Prima di parlare delle udienze, Carrère fornisce una succinta, ma esaustiva cronologia dello jihadismo a partire dal dicembre 2010 (inizio della primavera araba), proseguendo con il conflitto fra l’Esercito siriano libero e al-Qaida e arrivando all'estate 2013 quando l'ISIS soppiantò al-Qaida diventando l’organizzazione jihadista dominante.
Traccia le differenze fra le due organizzazioni, la prima basata su un reclutamento elitistico ("ingegneri, intellettuali, teologi") e la seconda che accoglie chiunque ("adolescenti impacciati, idealisti, pagliacci, pazzi scatenati, tutti sono i benvenuti, a tutti viene promesso l’Eldorado: alloggio, donne, armi, ostaggi da torturare per chi lo gradisce, e molti gradiscono").
Si arriva quindi al processo.
Lo strazio delle prime cinque settimane in cui vengono raccolte le testimonianze dei sopravvissuti agli attentati, circa duecentocinquanta persone. E quelle dei parenti stretti di chi non ce l'ha fatta.
I veri martiri sono loro, non gli assassini che si attribuiscono questo titolo: è quello che un poliziotto de Il Cairo dice a Nadia Mondeguer quando nel 2018 torna nella capitale egiziana in cui è nata e dov'era stata nel 2014 con la figlia. Quattro anni dopo Lamia non è con lei perché è stata una delle novanta vittime del Bataclan.
Ma Carrère fa il giornalista e dà spazio anche ai venti imputati, ricostruendo il percorso che li ha portati a sedere in quell'aula, mentre sarà il processo ad appurare il grado di complicità dei singoli, quindi capire se sapevano di stare contribuendo a un massacro. Se lo sapevano l'accusa per associazione a delinquere diventa associazione a delinquere con finalità di terrorismo.
Carrère che descrive un processo mi ha ricordato moltissimo Carofiglio, nello stile e nel modo pacato e intelligente di esporre i dati di fatto e le opinioni personali. Dispiacere e rabbia restano, ma questo è un testo che aiuta a capire ciò che sembra - e sostanzialmente è - incomprensibile.
Dopo sei anni di istruttoria, l'8 settembre 2021, ha inizio il processo che Emmanuel Carrére segue quotidianamente per i nove mesi successivi per conto del settimanale francese L'Obs. Gli stessi articoli vennero pubblicati in Italia su Robinsons e sono stati raccolti, con altre integrazioni, in "V13" (venerdì 13).
"Io non sono rimasto coinvolto negli attentati, e nessuno dei miei cari lo è stato. Però mi interessa la giustizia. In un libro ho descritto lo scenario di una Corte d’assise, in un altro l’oscuro lavoro di un tribunale di istanza. Il processo che si apre oggi non sarà, come a volte si dice, la Norimberga del terrorismo: a Norimberga gli imputati erano alti dignitari nazisti, qui sono figure di secondo piano, dato che quelli che hanno ucciso sono morti."
Prima di parlare delle udienze, Carrère fornisce una succinta, ma esaustiva cronologia dello jihadismo a partire dal dicembre 2010 (inizio della primavera araba), proseguendo con il conflitto fra l’Esercito siriano libero e al-Qaida e arrivando all'estate 2013 quando l'ISIS soppiantò al-Qaida diventando l’organizzazione jihadista dominante.
Traccia le differenze fra le due organizzazioni, la prima basata su un reclutamento elitistico ("ingegneri, intellettuali, teologi") e la seconda che accoglie chiunque ("adolescenti impacciati, idealisti, pagliacci, pazzi scatenati, tutti sono i benvenuti, a tutti viene promesso l’Eldorado: alloggio, donne, armi, ostaggi da torturare per chi lo gradisce, e molti gradiscono").
Si arriva quindi al processo.
"Imparare a sostituire la legge del taglione con il diritto, la vendetta con la giustizia: questo è ciò che chiamiamo civiltà"
Lo strazio delle prime cinque settimane in cui vengono raccolte le testimonianze dei sopravvissuti agli attentati, circa duecentocinquanta persone. E quelle dei parenti stretti di chi non ce l'ha fatta.
I veri martiri sono loro, non gli assassini che si attribuiscono questo titolo: è quello che un poliziotto de Il Cairo dice a Nadia Mondeguer quando nel 2018 torna nella capitale egiziana in cui è nata e dov'era stata nel 2014 con la figlia. Quattro anni dopo Lamia non è con lei perché è stata una delle novanta vittime del Bataclan.
Ma Carrère fa il giornalista e dà spazio anche ai venti imputati, ricostruendo il percorso che li ha portati a sedere in quell'aula, mentre sarà il processo ad appurare il grado di complicità dei singoli, quindi capire se sapevano di stare contribuendo a un massacro. Se lo sapevano l'accusa per associazione a delinquere diventa associazione a delinquere con finalità di terrorismo.
Carrère che descrive un processo mi ha ricordato moltissimo Carofiglio, nello stile e nel modo pacato e intelligente di esporre i dati di fatto e le opinioni personali. Dispiacere e rabbia restano, ma questo è un testo che aiuta a capire ciò che sembra - e sostanzialmente è - incomprensibile.
Reading Challenge 2026, traccia annuale Carnevale: E


















