domenica 7 agosto 2022

"Un caso speciale per la ghostwriter", Alice Basso

 

Torino, aprile 2015. Se sentimentalmente la vita di Vani Sarca ha preso un sentiero ricoperto di petali di rosa, sul piano lavorativo la sua strada è ostacolata da un enorme e insidioso rovo di spine: il nuovo editore è indubbiamente una persona più piacevole di Enrico Fuschi, ma il piano d'azione che ha in mente per la casa editrice L'Erica fa di lui un degno esponente della potente e spietata lobby cui appartiene.
Ma a focalizzare l'angoscia di Vani è proprio Enrico, che dopo la sorprendente decisione presa undici giorni prima nei confronti di Henry Dark è scomparso nel nulla. E Vani si sente responsabile perché, a conti fatti, lo è.
E forse è anche più buona di quanto pensasse (e di quanto pensassi anch'io).

"Le storie, bisogna prepararsi a salutarle"
Eh... già: ecco l'ultima puntata della ghostwriter, una serie carina, di puro intrattenimento senza tante pretese, secondo me di un livello leggermente superiore a quello dell'allieva di Alessia Gazzola, non fosse altro che per le citazioni letterarie, musicali e cinematografiche (questa volta sono stata in grado di apprezzarne una anch'io, che di film ne vedo due all'anno ad esagerare, ma Keyser Söze è per me il personaggio geniale per eccellenza del grande schermo).
La Basso propone anche una bella analisi (bella nel senso di realistica e che, come tale, deve essere obbligatoriamente disillusa) dell'editoria moderna, puntando il dito verso chi approfitta dell'ingenuità degli aspiranti scrittori (decisamente troppi, questo lo dico io) disposti a pagare per farsi pubblicare, ma anche contro i portali per l'autopubblicazione, che permettono a chiunque di vedere il proprio nome scritto su una copertina, anche a chi (io dico la maggior parte) non è in grado di scrivere neppure una lista della spesa decente eppure si convince di poter scrivere un libro (la Basso li chiama ingenui, io li definisco presuntuosi).

A parte questo, il libro è proprio leggerino, più ancora dei precedenti. Arrivata alla fine della serie dico che mi aspettavo, ma non ho trovato, un'evoluzione del personaggio di Vani Sarca, cosa che potrebbe anche essere stata una scelta consapevole dell'autrice, che ha sì scritto i cinque romanzi nell'arco di tre anni abbondanti, ma che ha concentrato le vicende in circa sei mesi e anche nella vita reale è raro che dall'autunno alla primavera una persona faccia chissà quali progressi. Però la ghostwriter sembra quasi regredire.

Fatico a trovare una collocazione di genere per questi libri: l'inserimento nella narrativa gialla che fanno Amazon e IBS è una bestemmia e non sono neppure abbastanza gialli né abbastanza rosa per essere definiti dei rosa crime, colore che quindi è troppo tenue anche per i rosa classici. Il solito calderone della narrativa contemporanea è un po' troppo pretenzioso, però ci finiscono opere ben peggiori di queste, ma l'etichetta che mi sembra più adatta a quest'ultimo titolo in particolare è quella di libro ironico: ogni frase di Vani gronda sarcasmo, molte battute strappano un sorrisetto, alcune fanno proprio ridere, ma nessuno nella vita si esprime perennemente come Maurizio Crozza, neppure lui!

La Basso ha esagerato e credo abbia fatto bene a chiudere il cerchio su questo suo personaggio - o forse ha esagerato proprio perché era un'uscita di scena (con finale decisamente troppo zuccheroso) -  però sarei contenta se fra un tot di anni ci raccontasse in una sesta puntata come sono cambiate le cose per una Vani Sarca ultra quarantenne.

"L'imprevedibile piano della scrittrice senza nome"
"Scrivere è un mestiere pericoloso"
"Non ditelo allo scrittore"
"La scrittrice del mistero"

Reading Challenge, traccia di agosto: un libro di un autore che hai già letto


lunedì 1 agosto 2022

Reading Challenge: le tracce di agosto

   


Primo gruppo (un solo libro per traccia):

  • Un libro con in copertina sia foto sia disegno
  • Un libro con un mezzo di trasporto in copertina
  • Un libro di un autore che hai già letto
    "Un caso speciale per la ghostwriter", Alice Basso (3 punti)

  • Un libro con una storia d'amore
  • Un libro con meno di 300 pagine

Secondo gruppo (un solo libro per traccia, solo se si sono letti i cinque libri delle tracce del primo gruppo):

  • Un libro ambientato totalmente o in parte in una scuola, collegio o università
  • Un libro con un personaggio malato o disturbato
  • Un libro con un protagonista che ha meno di 30 anni
  • Un classico scritto prima del 1900
  • Un libro con la copertina flessibile

Traccia bonus (uno o più libri):  
libri con più di 20o pagine
 
 
I miei punti = 3


Iscrizioni sempre aperte QUI
Casata: L'ordine della fenice
 
 

domenica 31 luglio 2022

"Eileen", Ottessa Moshfegh

New England, fine dicembre 1964. Eileen Dunlop ha 24 anni e da tre lavora come segretaria in un riformatorio maschile. Orfana di madre, vive con il padre alcolizzato. Ama leggere, ma solo storie truci, reali o di fantasia, mentre non le piacciono né la musica né ballare e neppure le trasmissioni divertenti di cui tutti sembrano andare pazzi. E' una vergine puritana, magra e spigolosa, con i capelli castano chiaro, piccoli occhi verdi e la pelle pallida butterata dai segni dell'acne. E' sempre molto infelice e arrabbiata.
E' così che descrive se stessa cinquant'anni dopo, quando ormai è una vecchia signora che porta un nome diverso da Eileen, abbandonato in quel Natale del '64 insieme alla sua casa e alle sue radici. Un sogno che progettava da tempo, ma che nell'arco di una notte era diventato una necessità.
Tutto era cominciato con l'arrivo al carcere minorile della nuova direttrice pedagogica, Rebecca Saint John.

Ottessa Moshfegh, bostoniana classe 1981, è partita con il botto vincendo con questo suo primo romanzo (scritto e pubblicato nel 2015)
il PEN/Hemingway Award per l'opera prima, oltre ad essere stata finalista del National book Critics Circle Award e del Man Booker Prize. In Italia è diventata famosa per la sua seconda opera, "Il mio anno di riposo e oblio", che leggerò senz'altro, anche se aspetterò il momento giusto: dal titolo, dalla trama e dallo sguardo della ragazza in copertina - e forte dell'esperienza fatta con "Eileen" - penso ci voglia la giusta predisposizione d'animo onde evitare di spararsi un colpo alla tempia. Perché già "Eileen" è un notevole concentrato di depressione. Con uno stile elegante - nonostante contesti e situazioni che sono l'antitesi della raffinatezza (si parla più di vomitare che di sentimenti) - l'anziana voce narrante ci racconta la settimana che precede la sua fuga dalla cittadina, che lei chiama X-ville. I capitoli scandiscono proprio ogni singolo giorno e - ad eccezione del penultimo, il più lungo e dinamico - gli altri si trascinano lentamente, con la ripetizione di gesti e circostanze sempre uguali, ma dove viene descritto anche il passato di Eileen e della sua famiglia. Una storia fortemente introspettiva di degrado, di solitudine e di miseria, più a livello umano che economico, con una carenza di igiene che - se è una inevitabile conseguenza in casi di simile disagio - qui viene descritta e utilizzata in maniera ossessiva dall'autrice per trasmettere stati d'animo che non hanno mai nulla di neanche lontanamente piacevole.

"Adoravo vedere un uomo piangere, un debole che mi ha trascinato in infinite storie con tipi depressi e lamentosi"
Una buona lettura, a patto di essere preparati ad affrontare 224 pagine di pura decadenza, dove la sola cosa bella sono i grandi occhi neri di un cervo e l'immagine di lui che si riprende dallo spavento e corre via sparendo nel bosco.
"La caccia era una cosa per gente primitiva, brutale, ottusa e insensibile"

Reading Challenge 2022, traccia di luglio: un libro con solo il nome e/o il cognome di una persona nel titolo

sabato 30 luglio 2022

"Vicine di casa", Caroline Corcoran

Londra, dicembre 2018 (o giù di lì). Harriet e Lexie hanno rispettivamente 32 e 33 anni, fanno lavori creativi e appaganti, vivono in una bella zona di Londra e condividono le pareti di casa.
Con una curiosità degna di mia nonna, che arrivava a distendersi sul pavimento usando un bicchiere come cassa acustica per sentire meglio, le due origliano reciprocamente quello che avviene nell'altro appartamento e si spiano sui social. Non hanno mai condiviso neppure un viaggio in ascensore, ma sono convinte di sapere tutto l'una dell'altra, covando un'invidia sempre più profonda e malata.
Ma una delle due malata lo è per davvero...

Un thriller psicologico senza tante pretese che sarebbe stato molto più originale se la Corcoran avesse avuto l'idea che era venuta a me durante la lettura ripensando al suo prologo e mi dispiace non poterla spiegare, ma per farlo dovrei raccontare il vero finale.

Quello che posso dire tranquillamente è che proprio nel prologo la Corcoran informa subito il lettore che quello che ha in mano non è un testo di alta letteratura. Riferendosi a una coppia, infatti, scrive: 
"Sono sempre in due, come le barrette di un KitKat".
E' stata onesta.

Lo stile di scrittura è semplice e la storia parecchio scontata, può conquistare giusto chi di thriller non ne ha collezionati troppi, ma comunque si lascia leggere, non è certo il peggiore che mi sia capitato e, considerando che si tratta di un'opera prima, darò volentieri un'altra chance all'autrice se tradurranno anche i suoi prossimi titoli.

Questo lo sconsiglierei a due categorie di persone: a chi sta lottando contro la dipendenza dall'alcool (a occhio le due protagoniste sono ubriache o parlano di alcoolici in due terzi delle scene in cui compaiono. Il mix amaretto e Coca-Cola viene citato così tante volte che mi viene la nausea anche adesso che ne scrivo, e io non sono assolutamente astemia!) e a chi sta cercando (o ha cercato in passato) di avere un figlio senza riuscirci (io ho vissuto direttamente tutta la trafila di Lexie e la Corcoran descrive fin troppo bene quella continua altalena fra speranze e delusioni con cui ho convissuto per alcuni anni. Non mi ha fatto bene ripensarci).

Per contro è un libro che spinge a rivalutare positivamente i propri vicini di casa (anche quelli rumorosi o poco simpatici, l'importante è che non siano degli squilibrati) e che spinge a riflettere sul potere che oggigiorno i social hanno sulle persone.

"In fondo di questi tempi l'apparenza è tutto. Dietro le porte chiuse possiamo essere imperfetti, l'importante è che sembriamo felici su Facebook"

Reading Challenge 2022, traccia di luglio: un libro con una scena notturna in copertina


mercoledì 27 luglio 2022

"Il banditore", Joan Samson

 

Harlowe (New Hampshire), 1975. Il lungo e rigido inverno sta lentamente lasciando spazio alla primavera, che da sempre segna il ritorno alla vita per gli abitanti del piccolo centro rurale. Ma questa volta il cambiamento radicale viene portato da un uomo, Perky Dunsmore. Originario di una cittadina poco distante, racconta di aver girato le Americhe in lungo e in largo per oltre vent'anni prima di scegliere Harlowe come sua residenza definitiva. Ha comprato la vecchia casa dei Fawkes e si è messo a fare il suo lavoro: il banditore d'aste.
Con l'aiuto dello sceriffo Bob Gore gira di fattoria in fattoria facendosi dare vecchi mobili e carabattole di ogni genere riuscendo poi, grazie al suo indiscutibile carisma, a piazzare fino all'ultimo chiodo arrugginito durante le aste del sabato.
In principio sono tutti contenti: i locali nel veder sparire tutti quegli oggetti inutili accumulati nel corso di decenni, ricevendo in cambio anche qualche dollaro; e i forestieri, innamorati del brocantage.
Ma quando cantine e soffitte sono ormai svuotate Dunsmore non si ferma e continua a chiedere pretendere, sempre di più...

Opera prima e ultima di questa autrice statunitense morta ad appena 39 anni nel 1976, poche settimane dopo la pubblicazione del suo romanzo negli Stati Uniti. In Italia è stato scelto nel settembre dello scorso anno da Sperling & Kupfer come una delle due prime uscite per la loro nuova collana Macabre, dedicata alla letteratura horror.
L'edizione cartacea de "Il banditore" è davvero molto bella, con il taglio delle pagine di un rosso cupo che riprende il colore principale della copertina: in libreria mi aveva tanto colpita, anche se poi ho comprato la versione digitale per risparmiare.

La classificazione nel genere horror e, soprattutto, gli stralci delle recensioni apparse nei giornali americani elencate come prefazione al romanzo (in aggiunta a quella vera e propria di Paola Barbato), mi avrebbero fatto pensare a un libro impressionante se mia sorella (che lo ha letto mesi fa) non mi avesse avvisata del contrario: uno "spoiler" positivo perché lei - aspettandosi un libro "da paura" (genere che ama tanto) - era rimasta delusa, mentre a me è piaciuto, probabilmente proprio perché avevo aspettative diverse.

In quegli stralci viene detto che la storia ricorda quelle di Shirley Jackson: io, che della Jackson ho letto solo "La lotteria", ho ben poco su cui basare il confronto, ma da quel poco posso dire che, sì, lo stile è analogo, mentre non concordo con chi (Newsday) ha definito il finale come "il più violento e avvincente con cui abbiamo avuto a che fare da molto tempo a questa parte". Dopo aver letto questo giudizio, e forte del riferimento alla Jackson, mi aspettavo una conclusione degna di quella de "La lotteria", mentre non ci si avvicina neppure.

Non l'ho trovato neppure un libro "terrificante", né "spaventoso": ma è un gran bel horror psicologico, senza nessun rimando al paranormale (cosa che temevo).
Il lettore vive la vicenda dalla parte della famiglia Moore, subito presa di mira da Dunsmore. Dopo un inizio placido e rilassante - che porta a pensare a quanto sarebbe bello trovare un banditore capace di liberarci degli oggetti inutili facendoci anche guadagnare qualcosa senza doverci sbattere su Ebay o su Vinted - subentra presto una forte inquietudine e una grandissima rabbia sia verso quest'uomo (che chiaramente non è un benefattore), sia verso l'incapacità di reagire dei Moore e degli altri.

Nella postfazione, datata 2018, Warren Carberg (vedovo della Samson) racconta come la moglie per la sua storia si fosse ispirata a un incubo che aveva fatto e, sottolineandone l'attualità, traccia giuste analogie con il presidente degli Stati Uniti di quattro anni fa, Donald Trump, che - inneggiando ai presunti valori che hanno reso grande l'America e a quella libertà che certi americani giudicano inviolabile per loro arrogandosi anche il diritto di poter decidere di quella altrui - ha raccolto grandi consensi in quel tipo di elettorato di cui tutto il mondo ha avuto una degna visione il 6 gennaio 2021 con l'assalto al Campidoglio.

Perky Dunsmore, con le dovute proporzioni, è un imbonitore al pari di Trump e il romanzo è una chiara denuncia contro l'abuso di potere e una condanna alla sottomissione.
Io, da italiana, leggendo il libro non ho potuto fare a meno di pensare alla mafia perché quello che Dunsmore mette in atto è un'azione criminale di stampo mafioso: corrompe lo sceriffo, si circonda di picciotti e va in giro di fattoria in fattoria a chiedere il pizzo. Chi si oppone viene gambizzato o peggio. E non mancano lo strozzinaggio e la corruzione edilizia.

Circostanze effettivamente ben più horror di una casa infestata dai fantasmi.

Reading Challenge 2020, traccia di luglio: un libro di un genere che non leggi da molto (horror)



lunedì 25 luglio 2022

"Tre", Valérie Perrin

 

La Comelle (Borgogna, Francia), 3 settembre 1986. E' il primo giorno di scuola: Nina Beau, Etienne Beaulieu e Adrien Bobin stanno per iniziare la quinta elementare. L'unica cosa che hanno in comune è l'anno di nascita, il 1976, ma quando Nina si mette in mezzo agli altri due bambini prendendo ciascuno per mano nascono "i tre", un piccolo clan impenetrabile per chiunque, ma non indissolubile perché nel presente della storia - in quel dicembre 2017 dove comincia il libro - ci viene subito detto che due di loro non si vedono da diciassette anni e altri due non si parlano da quattordici.
A raccontarci tutti i perché è Virginie, la voce narrante del romanzo, anche lei nata nel 1976...

"Grazie a tutti i miei animali passati, presenti e futuri: mi fate crescere"

Questa è la frase con cui Valérie Perrin conclude i ringraziamenti al termine del libro ed è da lì che voglio iniziare a buttare giù le mie impressioni perché in questa storia emergono più che mai l'amore e il rispetto che l'autrice ha per gli animali. Dare alla sua protagonista principale, cioè a Nina adulta, il ruolo di direttrice di un rifugio per animali abbandonati è stata chiaramente una scelta dettata dal bisogno di dare voce a quei poveri esseri viventi che non possono raccontarci le loro pene. E la Perrin è una portavoce eccezionale.

Con passione e intelligenza porta il lettore a ragionare su come i bisogni degli animali non siano poi tanto diversi dai nostri:

"Nina entra nel gattile, dove è tutto uno stiracchiarsi, sbadigliare e pazientare. Le bestiole aspettano braccia che le accolgano, un appartamento, una casa, un balcone, un giardino, una vista, abitudini diverse da lì, un vecchio scapolo o una famiglia numerosa, ricca o povera non importa, quel che conta è l’attenzione e l’affetto."
Rivela e condanna tutta l'ignoranza e la viltà di certi comportamenti:
"Non c’è cosa peggiore di quelli che li riportano indietro: «Alla fine non va bene, ha paura di tutto, guaisce sempre», «È aggressivo, sembra che non gli piacciamo», «Forse era meglio un gatto di un cane», «Sto divorziando e mia moglie non lo vuole», «Puzza, perde peli, è brutto, ha le flatulenze», «Mantenerlo mi costa troppo...»."
Sbatte in faccia la realtà che molti si ostinano a non voler considerare: che gli animali non sono oggetti da sfruttare per il nostro divertimento e per la nostra curiosità negli zoo, nei parchi a tema, negli acquari, nei circhi. Io, genovese, dovrei morire senza aver visto un pinguino - salvo un improbabile viaggio in Patagonia - e invece a mezz'ora da casa mia ne potrei vedere almeno una dozzina, quelli rinchiusi nella minuscola vasca dell'acquario di Genova. Quando il nonno porta Nina bambina al Paa (Parco d'attrazione animalista) e alla fine della giornata le chiede se si è divertita e cosa le sia piaciuto di più, la piccola risponde "Il trenino", perché è libero, a differenza degli animali.

"Viviamo in un mondo in cui al Salone dell’agricoltura i bovini vengono filmati come star del cinema, accarezzati, ammirati e pochi giorni dopo sgozzati nell’ombra, a porte chiuse."
Uno degli ultimi capitoli è un manifesto animalista in piena regola: crudo - come serve che sia per combattere l'ignoranza e l'ipocrisia di molti - e commovente per chi contro quell'ignoranza e quell'ipocrisia ci fa i conti quotidianamente.
Così tante persone avrebbero bisogno che qualcuno si occupasse di loro
Ma ne avessi mai trovato uno fra quelli che sminuiscono e deridono gli animalisti accusandoli di non fare niente per gli esseri umani che fosse impegnato in una qualsiasi attività meritevole!! Uno! Mai successo. Sicuramente chi è attivista per una causa benefica è capace di rispettare le scelte altrui mentre chi non fa niente non fa niente e basta, né per il gattino né per il mendicante. Non sacrificherebbe mai né un euro né un minuto del suo tempo. E invece di vergognarsi e tacere, critica e sfotte.

Queste considerazioni sono "solo" pietre preziose incastonate nel gioiello che è questo romanzo. Se dopo aver letto "Cambiare l'acqua ai fiori" e "Il quaderno dell'amore perduto" mi era stato difficile stabilire quale mi fosse piaciuto di più, questa volta non ho dubbi: "Tre" è il mio preferito.

Anche qui vengono sfruttati i salti temporali che ci portano a seguire le vicende dei tre (e dei personaggi di contorno) dai loro 10 ai 41 anni, con annate particolarmente rilevanti, naturalmente il 1986/87 e poi il 1990, il 1994, il 2000, il 2003 e il 2017. La Perrin volteggia nel trentennio compreso fra il momento in cui si conoscono e il presente del libro con capacità e precisione, non avendo paura di datare gli eventi (e non sbagliando mai un riferimento temporale), costruendo nell'arco delle 624 pagine le esistenze di ciascuno, intrecciandole in una concatenazione di causa-effetto che va via via a comporre il quadro completo mentre si procede verso il finale.

C'è un risvolto giallo nella storia - secondo me non tale da giustificare l'inserimento nella categoria "gialli con investigatori privati/amatoriali" da parte Amazon e addirittura nella "narrativa gialla" su IBS, semplicemente perché la sparizione misteriosa che ci viene raccontata non costituisce mai una vera fonte di investigazione - ma è comunque un aspetto molto importante del romanzo, gestito anch'esso benissimo dall'autrice.

Ma lei è proprio brava nel coinvolgere riuscendo a creare interesse per ogni cosa successa e che succederà, su ogni particolare introdotto, anche se minimo, dal motivo per cui il maestro Antoine Py nel marzo 1987 prende di mira proprio Adrien al sapere se Badi, l'ultimo vecchio del rifugio, riuscirà a trovare una famiglia in grado di regalargli il tempo che gli resta con un po' (magari un po' tanto) di quell'affetto che ogni essere animale merita (noi esseri umani siamo sempre più lontani dall'averne diritto per il solo fatto di esistere).

Reading Challenge 2022, traccia di luglio: un libro con un numero nel titolo



sabato 23 luglio 2022

"Siracusa", Delia Ephron

Siracusa, giugno 2014. Un'idea di vacanza nata da quel genere di convivialità favorita dal tasso alcoolico quando, l'anno precedente, due coppie di americani si erano ritrovate nello stesso periodo a Londra. Era stato durante l'ultima cena che Lizzie aveva proposto di fare un viaggio tutti e quattro insieme, quattro che poi erano diventati subito cinque perché per Taylor era imprescindibile portare anche Snow, la bellissima e timidissima figlia sua e di Finn. Sposati da dodici anni, vivevano a Portland, nel Maine, mentre Lizzie e Michael lo erano da otto e facevano parte del mondo letterario newyorkese.
Lizzie - che non aveva gradito l'inserimento della bambina in quello che per lei avrebbe dovuto essere un gruppo di soli adulti - non aveva neppure provato a protestare, ben sapendo che sarebbe stato inutile scontrarsi con quella madre opprimente.
Era comunque felice di poter partire, di prendersi una pausa da quella fase di stallo in cui era precipitata la sua vita sia dal punto di vista lavorativo, sia da quello coniugale. E poi c'era Finn, con cui aveva avuto una relazione breve, ma intensa (leggasi: sesso a palate), nell'estate dei suoi ventinove anni, trasformata successivamente in quel genere di amicizia che si riesce a instaurare solo con le persone con cui si è condiviso molto di più.
Almeno era riuscita a imporre a Taylor il suo programma di viaggio, prima Roma e poi Siracusa: quanti americani potevano dire di esserci stati? Pochi, sicuramente, per cui è davvero un'incredibile coincidenza trovare nello stesso albergo Kathy Bicks, la direttrice di sala di Tino's, uno dei ristoranti preferiti di lei e di Michael!
Ma quanto durerà la stupidità di Lizzie nel credere alle coincidenze?

Limitandomi ai brevi cenni biografici riportati sulla pagina di Wikipedia dedicata all'autrice, quasi sicuramente non avrei pensato di leggere "Siracusa": sorella minore della famosa (non per me, film e cinema non mi appassionano)  regista e sceneggiatrice Nora, ha collaborato con lei alla sceneggiatura di "4 amiche e un paio di jeans", "Vita da strega", "C'è posta per te" e altre commedie, fra cui "Avviso di chiamata", tratto proprio da un romanzo di Delia (uno dei pochi, fra i sedici scritti in totale, tradotti in italiano), un genere che su carta non mi attrae più di tanto.

Ma lo avevo inserito in wish list dopo aver letto la bella recensione di Viviana (Viv, te lo scrivo anche qua: torna a recensire con la frequenza di un tempo, sei troppo brava ed è crudele privare gli altri del piacere di leggere il tuo punto di vista!), sapendo quindi che sarebbe stata una lettura piacevole e di buon livello.

Un romanzo - che classificherei come noir perché il calderone della narrativa contemporanea lo penalizza - reso particolare dalla struttura originale: ognuno dei quattro personaggi protagonisti è la voce narrante dei capitoli non numerati, ma titolati con il nome di ciascuno. Tutti parlano in prima persona rivolgendosi ai lettori, per cui ogni episodio rilevante degli otto giorni di vacanza viene raccontato dal punto di vista delle persona coinvolte, direttamente e non.

Un gruppo vacanze veramente mal assortito - fra antipatie, rancori, mancanza di stima e sensi di superiorità - come mal assortite sono le due coppie, seppur per motivi diversi.
E in mezzo agli adulti c'è Snow, questa bambina di 10 anni affetta da timidezza patologica, così
 taciturna e riservata da risultare inquietante, da compatire perché vittima delle ossessioni materne o forse detestabile perché già irrimediabilmente compromessa da lei.

E naturalmente c'è l'Italia, a cui l'autrice non fa sconti. Le critiche dei tre giorni romani non mi hanno disturbata più di tanto, in parte perché disordinati e insistenti lo siamo sul serio e non ci possiamo offendere se qualcuno ce lo fa notare, ma principalmente perché, mettendole in bocca soprattutto a Taylor, mi hanno dato l'impressione che la Ephron se ne sia servita per sottolineare lo snobismo del personaggio.

Ma su Siracusa ha infierito troppo e non mi è sembrato che portare Taylor a definire Ortigia fatiscente o far dire a Finn che Siracusa è in decomposizione fosse un modo per evidenziare l'incapacità di apprezzare l'arte e la storia da parte di chi di arte e di storia ne ha ben poca. Per fortuna almeno Lizzie se ne innamora.

Reading Challenge 2022, traccia di luglio: un libro dove i personaggi vanno in vacanza