lunedì 24 agosto 2020
"L'abito da sposo", Pierre Lemaitre
sabato 22 agosto 2020
"La vita è un cicles" Margherita Oggero
domenica 16 agosto 2020
"Cecità", José Saramago
In un giorno non precisato
di un anno non precisato in una città non precisata di una nazione
non precisata, un uomo – di cui non ci verrà mai detto il nome –
è fermo al semaforo rosso a bordo della sua auto. Quando scatta il verde
le macchine ai lati della sua si muovono, quelle incolonnate dietro di
lui no: l’uomo ha perso la vista, non può ripartire.
Sarà
lui il paziente zero di quell’epidemia che verrà definita “mal
bianco”, una cecità che non fa “vedere” tutto nero, ma che
cala un sipario biancastro davanti agli occhi. Una cecità
inspiegabile e inspiegabilmente contagiosa. Il paziente zero la trasmetterà all’uomo
che lo aiuterà riaccompagnandolo a casa, a sua moglie, all’oculista
da cui lei lo porterà, alla segretaria di quest’ultimo, a tutti i
pazienti in sala d’attesa e tutti quanti contageranno le persone
con cui avranno contatti. Il Governo spaventato rinchiuderà i
primi nuovi ciechi in un ex manicomio mettendo a guardia l’esercito.
E mentre all’interno la situazione diventerà via via sempre più
destabilizzante, all’esterno il mal bianco finirà per colpire
tutti. Eccetto la moglie dell’oculista.
Da anni mi riprometto di leggere “Il racconto dell’ancella” senza poi farlo perché il distopico mi disturba, sia nei libri che sullo schermo. Cedere a “Cecità” proprio nell’anno del Covid non è stata una scelta particolarmente felice. Per fortuna - nonostante la tragedia dei lutti, le difficoltà economiche di molti e il disagio generale - il mondo reale non si è fermato come quello immaginato da Saramago, ma l’idea del rischio di contagio con relative conseguenze è sufficiente a far nascere il pensiero che forse sarebbe stato meglio leggere frivolezze.
Nel caso di “Cecità” non si abusa del termine parlando di capolavoro letterario, non c’è da stupirsi se tre anni dopo averlo pubblicato è stato assegnato il Nobel all’autore.
Uno stile unico, a cominciare dalla scelta di non collocare la storia né in un luogo né in un tempo definiti. Ancora più particolare quella di non dare un nome a nessuno dei protagonisti, che impariamo a conoscere e a distinguere solo per un fattore che li contraddistingue, che sia l’occupazione (come “il dottore”), lo stato civile (“la moglie del dottore”), qualcosa di fisico (“il ragazzo strabico”) o un semplice oggetto (“la ragazza dagli occhiali scuri”). A volte mi capita di fare confusione con i personaggi minori, specialmente se hanno nomi stranieri, e di dover quindi tornare indietro per ricordare chi sono John o Jack. Con “Cecità” non mi è mai successo: Saramago delinea ogni suo innominato in modo nitido e preciso, personalizzando ognuno di loro senza avere neppure il bisogno di ricorrere a grandi descrizioni.
Un livello altissimo che in ogni frase riesce a trasmettere il dramma vissuto da queste persone, in particolare quello dell’unica che ha mantenuto la vista, quella a cui in principio si pensa come all’unica fortunata, per poi rendersi conto che forse è lei la più sfortunata di tutti. Perchè se senti urlare un disperato, se mangi del cibo marcio, se tocchi degli escrementi o se senti l’odore di un corpo in putrefazione senza vedere nulla di tutto ciò è terrificante, ma se queste cose le senti, le assapori, le tocchi e le fiuti guardandole è senz’altro ancora peggio.
E la vista - senza voler sminuire l’importanza degli altri quattro sensi – è quello più importante perché ci dà l‘indipendenza: un mondo popolato di sordi troverebbe senz’altro il modo per funzionare lo stesso, ma un mondo di ciechi si ferma, marcisce e muore.
E ovviamente una situazione così estrema tira fuori il meglio, ma soprattutto il peggio dalle persone: in un mondo dove non c’è modo di ritrovare le persone care – perché perderle di vista qui ha un significato letterale – si formano nuovi nuclei, persone in partenza accomunate dal caso che li porta ad essere fisicamente vicine in un dato momento, ma che poi restano accanto a quelle con cui sentono di avere un’affinità d’animo. E ai piccoli gruppi formati dagli altruisti mischiati ai bisognosi, si contrappongono i gruppi, ben più numerosi, di quelli che anche in una situazione tanto disperata mirano subito al potere, che ottengono col sopruso e la violenza.
Un libro che inquieta e che fa riflettere. E la mia conclusione è netta: non serve uno scenario apocalittico per conoscere le miserie dell’animo umano. Basta un semplice “ma”: “Non sono razzista, ma...”...
Eh già, ma...
Crediamo davvero di poterci considerare civili e civilizzati solo perché ci laviamo (e perché abbiamo la fortuna di poterlo fare)?

venerdì 14 agosto 2020
"Peglite", Filippo Rissotto
Genova – Pegli, una primavera dei primi anni del 2000. E’ triste la vita di una spia: un mestiere rischioso che, oltre a sballottarti di qua e di là, ti porta facilmente a chiudere la carriera senza avere né radici né affetti. E’ esattamente quello che sta sperimentando Antonio Vicini che, a causa di dissapori con il capo, si ritrova già pensionato a poco più di cinquant’anni. Sul dove andare a vivere definitivamente ha solo l’imbarazzo della scelta: il padre ha seguito l’abitudine fortemente radicata a Genova di investire sul mattone e, da benestante qual era, ha lasciato in eredità all’unico figlio appartamenti sparsi in tutta la Liguria. E la scelta di Antonio cade sull’appartamento di Viale Modugno bassa, a Pegli, dove ha vissuto i primi 8-9 anni della sua esistenza e di cui incredibilmente non ricorda più nulla. Ma facendo un giro delle proprietà in compagnia dell’amministratore dei suoi beni, non resiste all’attrazione di quella casa che necessita di una ristrutturazione totale e di quel bel micio bianconero che bazzica in giardino. E non sa ancora che finirà con l’innamorarsi perdutamente di Pegli!
Pegli è un quartiere sul mare del ponente genovese che ha dato i natali a Fabrizio De Andrè, a Renzo Piano e a… Filippo Rissotto. A Pegli ci lavoro da 24 anni e da 22 ci abito: pur riconoscendone la beltà, la comodità di avere la spiaggia sotto casa, la piacevolezza degli inverni miti, ecc, ecc, continuo e continuerò sempre a sentirmi una “foresta” (forestiera), perchè noi genovesi siamo attaccatissimi alla città e guai a chi ce la tocca, ma ritrovandoci fra noi scatta il campanilismo rionale e fra gli abitanti dello stesso quartiere quello zona per zona, via per via, ecc...
Io non sono e non sarò mai pegliese, ma sempre e solo sampierdarenese. Della Sampierdarena alta. Zona ospedale. Giusto per essere precisi ^^
La gente di Sampierdarena è molto diversa da quella di Pegli e i pegliesi sono simpatici a pochi. Probabilmente anche per invidia perché Pegli è l’unico quartiere del ponente cittadino che è riuscito ad arginare porto, Italsider, Fincantieri, porto petroli e VTE, conservando incredibilmente l’aspetto rivierasco.
Quindi Pegli è bella, indubbiamente, peccato che non si possa dire lo stesso di “Peglite”.
Quando uscì fu un caso editoriale senza confronti all’interno del quartiere, cosa piuttosto singolare se si pensa che anche Sara Rattaro è di Pegli e non se la fila nessuno… sicuramente perché non ha mai ambientato qui un suo romanzo!
Nel 2008, invece, tutti volevano “Peglite” (ne ho vendute davvero tantissime copie in edicola), tutti leggevano “Peglite”, tutti parlavano di “Peglite”… un incubo!! Noi foresti ridacchiavamo alle spalle dei pegliesi (io anche in faccia) per questa loro esaltazione, peglite sembrava il nome di una malattia, non quello di una roccia…
Uno dei primi a leggerlo fu, manco a dirlo, mio marito, che ha un attaccamento al quartiere in parte immotivato (lui è nato in centro, da madre istriana e padre milanese) e spesso imbarazzante. Io per 12 anni ho fatto muro, non per principio, ma proprio per disinteresse. Ma quando Claudia ha proposto per la traccia cascata del mese di agosto della Reading Challenge “un libro ambientato nel posto in cui vivi” ho subito capito che nessuno avrebbe potuto trovare qualcosa di più calzante di questo. Perchè “Peglite” non è semplicemente ambientato a Pegli, ma proprio nella mia zona: solo una casa separa la mia da quella in cui va a vivere il protagonista del libro, che poi è quella in cui viveva la famiglia dell’autore, proprio di fianco a dove abitava mio suocero da ragazzo.
Antonio Vicini andando in giro per il quartiere passa più volte sotto casa mia, davanti alla mia edicola e cita posti e persone che fanno parte del mio quotidiano: per questo motivo è stata sicuramente una lettura particolare e divertente.
"Peglite" da molti è stata definita una guida di Pegli con un romanzo attorno: Rissotto si dilunga in descrizioni storiche e turistiche facendo toccare al suo protagonista ogni parco, museo, villa, punto panoramico, ecc, degno di nota, ma lo penalizza con una personalità a dir poco antiquata e con un’esperienza professionale inusuale, che può essere utile per certe dinamiche del racconto, ma avrebbe raggiunto lo stesso scopo con un qualunque ex poliziotto, più banale, ma anche più credibile.
Certo è che nella trama di credibile c’è ben poco: in principio sembra un giallo scritto per avere come protagonisti il commissario Basettoni e la Banda Bassotti, poi vira verso una sorta di fantascienza comicamente (o presumo fastidiosamente, se appassionati del genere) surreale e si conclude con un lunghissimo pippone religioso in quello che è l’ultimo capitolo più brutto che abbia mai letto.
Così, dopo averlo faticosamente finito, ho capito perché mio marito mi aveva più volte consigliato l’improponibile, cioè di interrompere la lettura al penultimo capitolo!
Reading Challenge 2020: questo testo risponde alla traccia cascata di agosto "un libro ambientato nel posto in cui vivi"

giovedì 13 agosto 2020
"Le signore in nero", Madeleine St John
Sidney, dicembre
1959. Patty Williams ha 31 anni e da dieci ha anche un marito, Frank;
quello che non ha – e che tanto vorrebbe – è un figlio. Fay
Baines ha 28 anni e vorrebbe sia un marito che dei figli, ma non ha né
l’uno né gli altri. Magda Szombathelyi è sulla quarantina, ha un
marito e una vita glamour che non necessita di figli. Tre donne molto
diverse tra loro che hanno in comune il luogo di lavoro: i grandi
magazzini Goode’s. Reparto abiti da cocktail le prime due, modelli
esclusivi per la terza.
E
poi, in previsione del Natale e dei successivi saldi, viene assunta
come assistente commessa (temporanea) anche Lesley Miles. Fresca di
diploma e ancora giovane per pensare a marito e figli, sa bene cosa
vuole: innanzi tutto un nome diverso da quello ambiguo che ha, ad
esempio Lisa, così inequivocabilmente femminile. E poi poter
proseguire gli studi andando all’università. Serviranno voti
eccellenti per poter accedere alla borsa di studio e, soprattutto,
per convincere il padre a darle il permesso di continuare a studiare
anche se è una femmina…
Il libro è preceduto da un’approfondita prefazione di Helena Janeczek che sarebbe meglio leggere alla fine perché - riportando interi passaggi del libro - per i miei gusti spoilera un po’ troppo, ma contemporaneamente fornisce un’interessante biografia dell’autrice che aiuta nella comprensione del testo. Trattandosi, come dice la Janeczek, di una commedia brillante (e io aggiungo: molto, molto carina, davvero una lettura piacevole e rilassante) teoricamente non dovrebbe esserci molto da interpretare: abbiamo queste quattro figure femminili di cui seguiamo il presente per circa sei settimane scoprendone anche il passato e i sogni per il futuro. Quattro personaggi molto diversi tra loro e molto ben delineati dall’autrice.
Il bisogno di interpretazione in me nasce dal non aver ritrovato nel libro quel femminismo che, stando a quanto scritto nella sinossi, sarebbe il fil-rouge comune a tutti quelli scritti dalla St John. Vale a dire questo romanzo più quelli della trilogia Notting Hill, di cui per ora è stato tradotto in italiano soltanto il primo e che leggerò senz’altro.
"Le signore in nero” descrive gli anni ‘50 australiani del tutto simili a quelli europei: gli studi per la maggior parte delle donne si interrompevano precocemente. e l’esperienza lavorativa successiva era vista come una parentesi in attesa di trovare marito, parentesi che si sarebbe chiusa con l’inizio della prima gravidanza. Non erano scelte, non erano nemmeno imposizioni, era così per tutte, è stato così anche per mia madre. Se poi a qualcuna il destino negava il matrimonio e l’arrivo dei figli, bè, si trattava di situazioni innaturali da compatire.
E’
così per Patty, è così per Fay. Se Magda rappresenta la donna
emancipata che non sente il bisogno di avere figli, allora non lo è
per me: niente del suo personaggio esprime questo, anzi, la vediamo
molto concentrata nel ruolo di “accoppiatrice” di amici per far
sì che quelli involontariamente single possano accasarsi e solerte
nel migliorare l’aspetto della dimessa Lesley-Lisa, in modo che
anch’essa possa conquistare il cuore di un ragazzo.
E
lei, Lesley-Lisa, che ha ben chiaro il suo obiettivo, quello di
continuare a studiare – cosa che potrebbe essere un esempio di emancipazione femminile – in realtà non manifesta mai un desiderio di
indipendenza né rivendica la parità di diritti.
E se è corretto non trovare un femminismo conclamato in una storia ambientata sul finire degli anni ‘50, quando la lotta delle donne non aveva ancora raggiunto i livelli del decennio successivo, mi sarei aspettata di trovare ben altro in un libro che comunque è stato scritto nel 1993. Forse quel fil-rouge riguarda soprattutto la trilogia?
Quello che, invece, secondo me emerge dal libro è l’ostilità dell’autrice nei confronti della sua natia Australia (che poi finì col ripudiare) e degli australiani. Leggendo i punti salienti della sua biografia, ben riportati nella prefazione, non c’è da stupirsi che andasse fiera delle sue origini europee (la madre era francese), ma dal modo in cui descrive le differenze fra gli immigrati dall’Europa dopo la seconda guerra mondiale e gli australiani (cioè quelli che lo avevano fatto prima) forse ha dimenticato che il nuovissimo continente già alla fine del settecento era stato usato dall’Inghilterra per liberarsi degli ergastolani più pericolosi e anche in seguito, per un lunghissimo periodo, dall’Europa non era certo sbarcato il fior fiore della società, Italia compresa, a cominciare da mio cugino Michele.

sabato 8 agosto 2020
"La piccola erboristeria di Montmartre", Donatella Rizzati
venerdì 7 agosto 2020
"I giustizieri della rete", Jon Ronson
In generale non amo i libri dal taglio giornalistico, cosa che però mi aspettavo dato che la professione dell’autore è quella, ma lo stile di Ronson non mi è sembrato quello di una grande firma e la ripetitività di quello che racconta mi ha reso pesante e noiosa la lettura, che infatti ho trascinato per più di due settimane. Ma non è per questo che il suo libro non mi è piaciuto.
Questo saggio era entrato nella mia wish list appena pubblicato, nel 2015, grazie (diciamo a causa…) di una invitante recensione letta su una rivista femminile. La giornalista ne consigliava la lettura a chiunque, in particolare ai giovani per metterli in guardia dai rischi che si corrono quando si pubblica sui social.
Dalla sinossi sapevo che il libro raccontava casi di persone reali le cui vite erano state rovinate dopo essere state prese di mira in rete.
Così, fra il trafiletto sulla rivista e la descrizione del libro, avevo inteso che parlasse di innocenti vittime del bullismo virtuale. Invece no.
Se non posso dare torto a Ronson quando afferma: “Questo libro parla di persone che non hanno fatto granchè di sbagliato”, perché effettivamente nessuno di loro è reo di azioni violente o di reati gravi, non posso nemmeno condividere il modo in cui minimizza le loro azioni, anche in nome di quella libertà di espressione a cui invece ognuno di noi dovrebbe porre dei sani limiti dettati per lo meno dal buon gusto.
Per Ronson il truffatore, la razzista, il nazista, ecc, di cui parla sono state vittime dei social. Per me se sono finite sotto attacco è stato a causa delle cose condannabili che hanno scritto o fatto, diventando al limite vittime della loro ignoranza e/o arroganza.
Justine Sacco lavorava come PR e nel 2013 venne licenziata dopo gli oltre centomila commenti negativi arrivati nell’arco di poche ore in risposta a un suo Tweet razzista postato mentre stava per partire per una vacanza in Sud Africa: “Going to Africa. Hope I don’t get Aids. Just kidding. I’m White!” (“Sto andando in Africa. Spero di non prendere l’AIDS. Sto scherzando. Sono bianca!”).
L’anno prima anche Lindsey Stone venne licenziata a causa dell’inferno che si scatenò dopo che ebbe postato questa fotografia scattata accanto a una tomba nel Cimitero Nazionale di Arlington:
Ronson di entrambe dice: “Non hanno fatto nulla di male”. Certo non hanno ammazzato nessuno, ma per me già è difficile comprendere come possa venire in mente di fare una foto del genere trovandola divertente, ancora meno come si possa esserne così compiaciuti da volerla condividere sui social. Se però si è così imbecilli poi non ci si può stupire se c’è chi si indigna, datori di lavoro o utenti dei social che siano.
Ammetto che in certi casi ci sia stata una sproporzione fra quello che gli imbecilli hanno fatto e la portata degli attacchi subiti, ma questa è l’era di internet e chi fruisce dei social sa benissimo come funziona. Nessuno dei casi raccontati nel libro tratta di persone stritolate dalla gogna mediatica senza aver fatto nulla (come quelle che vengono derise per il proprio aspetto o per il proprio orientamento sessuale, tipiche vittime di bullismo, virtuale e non), ma sempre e solo di persone adulte finite nel mirino per aver oltraggiato, deriso o truffato qualcun altro, vivo o morto.
Sul finale Ronson arriva a mettere sullo stesso piano gli episodi raccontati fino a quel momento con l’umiliazione patita da una sedicenne sul banco dei testimoni durante il processo contro il ragazzo che l’aveva violentata (nel libro è riportato uno stralcio del dibattito, inqualificabile che all’avvocato della difesa sia stata permessa una simile libertà!). La ragazza si suicidò due settimane dopo l’udienza. Non mi è chiaro perché l’autore abbia inserito la sua storia in un libro che parla di umiliazione patita in rete, ma lei per me è l’unica vera vittima di cui il libro parla.
giovedì 30 luglio 2020
"Non dimenticare", B.A. Paris
Fonches (Francia), 15 marzo 2006. Finn McQuaid, nonostante abbia solo 29 anni, ha già accumulato una piccola fortuna grazie al suo lavoro di consulente finanziario. Anche sul piano personale le cose non potrebbero andare meglio per lui da quando, la notte di capodanno di quindici mesi prima, ha conosciuto la giovanissima Layla, appena arrivata a Londra da una sperduta isola scozzese. Dopo un mese già convivevano e adesso stanno tornando da una vacanza trascorsa sulle piste innevate francesi. Dopo una sosta ai bagni di una piazzola lungo l’autostrada, Finn torna alla macchina senza trovarci Layla. Le ricerche della polizia non danno riscontri, la ragazza sembra essere sparita nel nulla. Passano dodici anni e Finn ha appena chiesto alla sua nuova compagna di sposarlo. Ellen è tranquilla, accomodante, sempre sorridente… ed è la sorella maggiore di Layla! Layla che all’improvviso sembra emergere dal passato sconvolgendo l’esistenza di Finn che forse non l’ha mai dimenticata e che non ha raccontato tutta la verità riguardo al momento in cui lei era scomparsa.
Una trama che casualmente in principio ricorda molto quella di “Nulla resta nell’ombra”: un’altra coppia che si conosce la notte di capodanno e che brucia le tappe andando subito a vivere insieme. Soprattutto uno dei due che sparisce durante una vacanza all’estero. Questa volta però tocca alla donna e comunque dalla sparizione in poi i due romanzi sono molto diversi, ma non mi sono piaciuti allo stesso modo.
La Paris, dopo l’apprezzamento per “La moglie imperfetta”, torna a deludermi.
Di questo libro mi è piaciuta la struttura: diviso in tre parti, nella prima si alternano i capitoli fra il passato e il presente di Finn, nella seconda si alternano fra due voci narranti e nella terza torna da sola quella del protagonista. I capitoli, inoltre, si alternano fra medio-brevi e brevissimi, con indizi e dettagli ben sistemati nell’ultima frase, uno stratagemma che spinge ad andare avanti.
Quello che non mi ha convinta è lo sviluppo della storia: dopo una bella partenza, ricca di suspense, quasi subito si perde ripetendo per troppe volte il meccanismo ritrovamento matrioska/ricevimento mail, con pochissime varianti e pochissimi cambiamenti nelle reazioni dei (pochissimi) personaggi coinvolti diventando noioso.
E purtroppo a immaginare quale fosse il colpo di scena finale, che sapevo essere il punto di forza del romanzo, ci sono arrivata poco oltre la metà del libro: Joel Dicker viene criticato perché inserisce troppi personaggi nelle sue storie, ma se un autore di thriller ne mette solo cinque deve essere davvero bravo per riuscire a sorprendere e l’idea della Paris non è stata così originale.
mercoledì 29 luglio 2020
"Le tre del mattino", Gianrico Carofiglio
Marsiglia, giugno 1983. Antonio non ha mai smesso di pensare a quei due giorni lontani trascorsi nella città francese, ma quest'anno - il 2016 del presente - il ricordo è più struggente perchè si ritrova ad avere 51 anni, vale a dire l'età che aveva suo padre quando hanno condiviso quell'esperienza, quelle 48 ore in cui non hanno potuto dormire, quella condivisione che li ha portati a smettere di essere due estranei.
Farei fatica a fare una classifica di gradimento perché amo Carofiglio, il suo stile e le storie che racconta, ma questo è forse il suo lavoro migliore. Un Carofiglio introspettivo, una storia molto diversa dalle altre, senza neppure un accenno a un tribunale. Un romanzo di formazione, un genere che per piacermi deve coinvolgermi e parecchio.
Nonostante io sia stata figlia di una coppia unita e felice, la coronazione perfetta del “finchè morte non vi separi”, e nonostante non mi sia riprodotta, Carofiglio c’è riuscito – a coinvolgermi - narrando la storia di questo ragazzo con cui non condivido nulla, figlio di una coppia separata, due genitori accademici che – soprattutto il padre – hanno avuto un ruolo marginale nella vita del bambino prima e del ragazzo poi, fino ai suoi 18 anni, quando una certa situazione obbliga padre e figlio a vivere due giorni in simbiosi privandoli del sonno, in una città che non è la loro e di cui hanno un po’ paura.
Una città che ricorda non poco la mia Genova e non solo perché si affacciano sullo stesso mare. Una città ben più malfamata della mia, ma con una struttura verticale simile, con le stesse mescolanze di colori, odori, suoni e rumori. Una città che forse in origine non è riuscita ad essere accogliente facendosi rispettare come ha fatto Genova e ha finito un po’ col perdersi.
Ma Marsiglia è soltanto la cornice per questa storia di sentimenti familiari in cui la bravura dell’autore rende facile immedesimarsi rendendo tangibile il momento della crescita del suo protagonista e quell’attimo in cui chiunque abbia avuto la fortuna di aver avuto i genitori accanto durante la fase di passaggio all’età adulta si rende conto che mamma e papà sono anche due persone con una vita propria, con pregi e difetti, forza o fragilità, che – a seconda dei casi - non sono invincibili oppure condannabili.
Come d’abitudine non mancano le citazioni (c’è anche un’autocitazione, questa evitabile, secondo me), tutte bellissime, a cominciare da quella del titolo.
Reading Challenge 2020: questo testo risponde alla traccia autore di luglio

















