sabato 1 gennaio 2022

Reading Challenge: le tracce di gennaio


Primo gruppo (un solo libro per traccia):

  • Un libro illustrato:
    "Il mio gatto mi mangerà gli occhi? E altre grandi domande sulla morte", Caitlin Doughty (2 punti)
  • Un libro che hai comprato l'anno scorso:
    "La settimana bianca", Emmanuel Carrère (1 punto)
  • Un libro pubblicato in Italia nel 2021:
    "Un ultimo pezzo di cuore", Nary Higgins Clark e Alafair Burke (3 punti)

  • Un libro con un cappello in copertina:
    "Il cappello di Mitterand", Antoine Laurain (1 punto)
  • Un libro con un legame di parentela nel titolo:
    "Una madre non sbaglia", Samantha M. Bailey (2 punti)

Secondo gruppo (un solo libro per traccia, solo se si sono letti i cinque libri delle tracce del primo gruppo):

  • Un libro di un autore morto nel 2021
    "Il diavolo nel cassetto", Paolo Maurensig (2 punti)
  • Un classico
    "La badessa di Castro", Stendhal (2 punti)
  • Un libro con delle chiavi in copertina
    "Hotel World", Ali Smith (3 punti)
  • Un libro di un autore di cui hai già letto altri libri
    "Il senso di una fine", Julian Barnes (2 punti)
  • Un libro incentrato su una famiglia
    "Una famiglia americana", Joyce Carol Oates (6 punti)


Traccia bonus (uno o più libri): 
libri ambientati in Italia
  • "La disciplina di Penelope", Gianrico Carofiglio (2 punti)

I miei punti = 26


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Casata: L'ordine della fenice

 

giovedì 30 dicembre 2021

"Lo strano caso di Maria Scartoccio. Ovvero, un brutto fatto di cronaca a Sestri Ponente", Renzo Bistolfi



Sestri Ponente (Genova), novembre 1956. Su un cavedio formato da tre palazzi all'incrocio fra via D'Andrade e via Garibaldi (l'odierna via Sestri) si affacciano le cucine dei vari appartamenti. Al primo piano ci sono la Landa, vedova Scatizzi - con quella schiena dritta del figlio Ermete - e la Brigida, vedova Durante, con la sua dentiera troppo grande che la atteggia in un sorriso perenne così atipico per una genovese; al secondo piano due zitelle, la Delaidìn - che ha sconfitto la sua invalidità imparando a muoversi per casa usando le braccia - e la Scartoccio - che ha sempre una cattiva parola per tutti; e al terzo ci sono la Rosa - vedova Calcagno, che con la figlia Pinuccia ha messo su un laboratorio di sartoria in casa - e la Filomena Della Casa, detta Nenna e anche Tre Culi, che un marito non lo ha mai avuto, ma di figli sì, almeno cinque.
Nel cortile in fondo al cavedio ci sono i tavolini dell'osteria di Pietro - detto Piero - e in faccia al palazzo di via D'Andrade c'è la friggitoria di Battista, il farinotto, che fa la farinata più buona di tutta Sestri.
Ed è lui la mattina del 6 novembre a chiamare carabinieri e Croce Verde perchè sta succedendo qualcosa di strano in casa della Scartoccio: dai due finestroni esce del vapore e viene giù acqua calda!
Non che sia preoccupato per quell'arpia, la padrona di tutti i muri che il 5 del mese passa da ogni "scito" e da ogni bottega a riscuotere la pigione, offendendo e minacciando tutti, ma dove non arriva la preoccupazione ci pensano la curiosità e la speranza: vuoi vedere che se la sono tolta dai piedi?

Renzo Bistolfi (che ambienta le sue storie nel quartiere confinante con il mio) è uno di quegli autori di cui vorrei leggere almeno un romanzo all'anno e con lui ho centrato l'obiettivo proprio per un pelo (con altri è andata peggio), cosa che mi ha permesso di chiudere in bellezza le mie letture del 2021.

Il giallo è un gialletto, ma intricato il giusto e ben sviluppato, con le indagini dei carabinieri che passano in secondo piano rispetto a quelle (divertenti) del vicinato, vicinato che nel suo insieme è il protagonista di tutto ciò che accade.

I romanzi di Bistolfi sono per me un tuffo nei ricordi: nel '56 mancava ancora parecchio alla mia nascita, ma il gergo e i ragionamenti dei suoi personaggi sono comunque quelli in mezzo a cui sono cresciuta.

Quel modo di esprimersi per paragoni, che ha fatto la fortuna di molti comici genovesi (Villaggio, Grillo, Crozza...), era (vorrei poter dire è, ma purtroppo è una delle abitudini che le nuove leve stanno perdendo) il nostro normale modo di comunicare, usato non per fare ridere, ma per rendere l'idea.

"Le confidenze voi ve le tenete come il colino si tiene l'acqua dei corzétti"

Nelle note dell'autore Bistolfi racconta che il cavedio descritto nel libro è quello dove affacciava la cucina dell'appartamento di sua nonna e condivide con il lettore i ricordi di quando andava a trovarla ritrovandosi catapultato in quel microcosmo dove la vicinanza delle finestre portava a una forzata conoscenza e alla condivisione della quotidianità, nel male... e nel bene, "perchè oggi, spesso, ciò che chiamiamo discrezione è solo indifferenza, che ci consente di ignorare i guai altrui".

Perchè si sa, "un buon vicino vale più di cento parenti".

Erano così tanti anni che non sentivo che due ragazzi "si parlano" da aver dimenticato che un tempo si diceva così per indicare una coppia non ancora ufficialmente fidanzata!
Le letture di Bistolfi sono piacevoli e leggere, ma chi non è genovese si perde tutto il gusto a noi danno espressioni come "tempo mollo" o "ohi me mi"...

Il libro si chiude in un finale più adatto a una commedia anni '50 che non a un giallo, ma a Bistolfi vorrei tanto chiedere una cosa: che fine fa il cagnetto di Maria Scartoccio???

Reading Challenge 2021: questo testo risponde all'undicesima traccia annuale, "tre libri scritti da autori che non hanno rivelato la loro data di nascita"
 


 

lunedì 27 dicembre 2021

"Fiore di roccia", Ilaria Tuti



24 maggio 1915: l'Italia entra in Guerra a fianco dell'Intesa.

Già dal mese successivo gli Alpini dislocati sulle Alpi Carniche chiedono aiuto alle donne di Timau (ultimo paese prima del confine) e delle zone limitrofe: calzando gli scarpetz e conoscendo quelle montagne come nessuna pratica militare può insegnare, possono risalire per trasportare a spalla nelle loro gerle le medicine, il cibo e le munizioni necessarie a chi combatte al fronte.
Nessuno può obbligarle a mettere a repentaglio le loro vite nel mirino dei cecchini austriaci, ma accettano diventando eroine di guerra presto dimenticate.

Con questo romanzo scritto lo scorso anno e vincitore, poco più di dieci giorni fa, della 37ma edizione del Premio Letterario Nazionale di Rapallo per la Donna Scrittrice, Ilaria Tuti ha riportato alla memoria le donne della sua terra, le Portatrici carniche che lo Stato non ha ripagato come avrebbe dovuto per il sacrificio che ha loro chiesto.

La storia è molto romanzata, nelle note finali l'autrice riconosce di aver condensato in pochi mesi fatti storici in realtà accaduti nell'arco di due anni (questo avrei preferito leggerlo prima di affrontare il romanzo perchè, non sapendo che la cosa era voluta, nel corso della lettura mi sono innervosita non poco scambiando per errori quelle che in realtà erano "licenze poetiche" consapevoli) e che la protagonista - la ventenne Agata Primus - è un personaggio di fantasia ispirato a Maria Plozner Mentil, simbolo delle Portatrici.

Un saggio con questo tema lo avrebbe letto solo un numero limitato di persone interessate all'argomento, appassionati di storia, ma anche di guerra, strategie militari, ecc...

La firma di Ilaria Tuti, invece, ha fatto qualcosa di bellissimo, portatadolo nelle librerie dei consumatori di narrativa e facendo sicuramente scoprire a molti come gli episodi storici possano essere anche più appaganti, e sicuramente più interessanti, della fiction.

La Tuti sa scrivere e questo libro è straziante per quello che racconta. Credo si sia lasciata prendere un po' troppo dal personaggio di Agata, dubito fortemente che un civile (per di più donna) potesse (e possa) rivolgersi come fa lei a un militare (per di più capitano), ma sa descrivere la fame e il freddo patiti da civili e militari, la paura e gli orrori della guerra con una capacità descrittiva che arriva a far sentire in colpa chi legge perchè vive in un luogo e in un tempo di pace.

Le pagine più commoventi sono proprio quelle delle note da cui emerge il profondo attaccamento dell'autrice alle sue radici, ma tutto il romanzo prende il cuore perchè sono cose accadute davvero, a prescindere dai nomi.

"Chi può fare questo a un uomo?"

"Chi? Un altro uomo
"

Merita una visita (approfondita) il sito del Museo della Grande Guerra di Timau, citato anch'esso nelle note.

Reading Challenge 2021: questo testo risponde alla traccia cascata di dicembre (un libro con della neve in copertina)

 

venerdì 24 dicembre 2021

"Sex in the city... e adesso?", Candace Bushnell



The Village, Hamptons, 2018. E' l'anno in cui Candace Bushnell ne compirà 60 e lei (come me) odia i compleanni delle decine! Perchè quando cambia il primo numero dell'età è impossibile non cedere alla tentazione di fare un bilancio della propria vita. E, per quanto questa possa essere serena e appagante, man mano che le decine avanzano tutto il bello che abbiamo viene offuscato da una certezza assoluta: siamo sempre più vecchi.
Se poi stai arrivando al traguardo dei sessant'anni da single perchè non hai ancora trovato (o perchè hai perso) l'uomo giusto che cosa puoi fare? La Bushnell ha scritto questo libro.

Libro che mi sono precipitata a leggere quando ho saputo che su Sky stava per iniziare il sequel di "Sex and the city", serie TV che ho amato alla follia, di cui avevo collezionato tutti i DVD e che non mi dispiacerebbe affatto rivedere di nuovo.

Fretta sprecata la mia perchè appena ho iniziato la lettura mi sono resa conto che il libro non aveva come protagoniste Carrie, Samantha, Miranda e Charlotte, bensì l'autrice, ed era ovvio che fosse così perchè lo era anche nel primo libro (che per altro non ho letto, come non ho letto il prequel
"Il diario di Carrie", anche di questo ho solo visto la serie TV).

Per i pochissimi che non lo sapessero, nel 1994 il "New York Observer" affida a Candace Bushnell una rubrica fissa dove la futura scrittrice racconta della sua vita newyorkese, rubrica che viene chiamata "Sex and the city". Il successo è così grande che due anni più tardi la Bushnell scrive il libro omonimo. Nel 1995 era uscito "Il diario di Bridget Jones" e i due romanzi danno vita a un nuovo genere, i chick lit (che non disdegno affatto).

Nel 1998 HBO lancia la prima (e l'unica a ispirarsi fedelmente alla rubrica del periodico) delle sei stagioni della serie TV, dove Candice Bushnell viene sostituita dal suo alter ego, Carrie Bradshaw.

Dell'autrice avevo letto altri due romanzi, "Bionde a pezzi" e "Lipstick Jungle" e non li ricordo come dei capolavori, ci sono chick lit decisamente migliori.

"Sex in the city... e adesso?", scritto nel 2019, non può rientrare nella categoria per via dell'età dei vari personaggi, ma lo stile di scrittura resta quello, cosa che rende ancora più deprimenti gli argomenti che tratta.

Inizia con una botta di tristezza definendo di mezza età le persone attorno ai 50, cosa tecnicamente vera, anche se io (cinquantaduenne) di mezza età ancora non mi ci sento!

E poi comincia a raccontare la sua vita, dalla morte del suo cane al marito che dopo tre mesi le chiede il divorzio con il conseguente trasferimento nel Village dove ritrova cinque vecchie amiche, Sassy, Marilyn, Queenie, Kitty e Tidla Tia. Ma, pur parlando parecchio delle amiche, non c'è nulla del cameratismo delle quattro della serie TV e non perchè queste hanno vent'anni in più, anzi. Non è un romanzo corale, solo una serie di episodi raccontati dall'autrice.

Dal momento in cui le viene commissionato un pezzo di analisi di Tinder entrano in ballo gli uomini, o meglio, i discorsi sugli uomini, sul loro egocentrismo, sul loro narcisismo, sul loro infantilismo. Fa un'analisi degli uomini liberi over 50 (o più): c'è il figo sulla piazza, l'anziano ancora in gioco, il marito-bambino e poi il MNB (mio nuovo boyfriend) che a volte può diventare il MNM (mio nuovo marito).

Gli acronimi (che tendo a detestare) non risparmiano neppure le donne e per noi la Bushnell crea l'FME: la follia di mezza età. E lì si va su milf, coguar, catnip, cubbing, ecc, ecc... ma quello che racconta, probabilmente per la forzatura nel voler essere divertente, a me ha alternativamente immalinconita o annoiata, tanto che un pomeriggio mi sono risvegliata di botto quando il Kindle mi è caduto dalle mani: in questo periodo sono particolarmente stanca, ok, ma io non dormo mai di pomeriggio, mai mai, neppure quando ci provo!

Reading Challenge 2021: questo testo risponde alla traccia compleanno di dicembre (l'autrice è nata il 1° dicembre 1958)
 

martedì 21 dicembre 2021

"Il quaderno dell'amore perduto", Valérie Perrin


Milly (Borgogna), 2013. Justine Neige ha 21 anni e da tre lavora come aiuto infermiera alla casa di riposo "Le ortensie". A differenza dei suoi coetanei, lei non sogna di andarsene da questo piccolo villaggio di appena 349 abitanti e, soprattutto, a differenza della maggior parte di loro, lei ama le persone anziane.
Una l'ha conquistata in modo particolare, l'ospite della camera 19: Hélène Hel, classe 1917, una donnina dagli occhi azzurri convinta che ogni persona abbia il proprio uccello che la accompagna nel corso di tutta la vita vegliando su di lei e il suo è un gabbiano.
La sua di vita è stata lunga, ha 96 anni e tante cose da raccontare a questa bizzarra ragazza a cui a un certo punto non basta più solo ascoltarla: allora compra un quaderno azzurro e inizia a scrivere la storia di Hélène.

Valérie Perrin ha pubblicato questo suo primo romanzo nel 2015, vale a dire tre anni prima di "Cambiare l'acqua ai fiori", che avevo letto l'anno scorso: è difficile per me stabilire quale mi sia piaciuto di più e dovendo per forza scegliere allora penalizzo questo perchè nel secondo l'autrice ha perfezionato la tecnica dei salti temporali, ma si tratta del voler cercare il pelo nell'uovo perchè le (non la: le) storie raccontate ne "Il quaderno dell'amore perduto" sono davvero belle.

Le vicende dei due romanzi sono completamente diverse, ma ci sono similitudini di altro genere, partendo dall'ambientazione. Ma la caratteristica più evidente che li accomuna è la tristezza: chi cerca letture di svago deve stare alla larga da questa autrice. La tragedia, più o meno grande, non risparmia quasi nessuno dei suoi personaggi e se questa volta non è riuscita a farmi versare neppure una lacrima, mi ha comunque trasmesso un certo grado di malinconia.

Ma non ho vissuto questa sensazione in maniera negativa: è un gran bel libro e parte della sua bellezza la deve proprio al fatto di essere triste.

Data la mia predilezione per la concretezza avrei forse evitato l'immagine del gabbiano "angelo custode", senza il libro sarebbe stato altrettanto bello, ma sono sicura che la maggior parte dei lettori abbia apprezzato questo particolare.

Bello il modo in cui la Perrin racconta gli anni della guerra e le sue atrocità: certo neppure lei è la Allende, la storia rimane lo scenario senza diventare la protagonista, però le sue parole mi sono piaciute.

Quello in cui è davvero bravissima è il modo che ha di piazzare i "colpi di scena", espressione che avevo già usato per "Cambiare l'acqua ai fiori" anche se si adatta poco a questo genere di narrazione, ma che rende l'idea perchè in entrambi i libri a un certo punto vengono svelati dei fatti che danno veramente un colpo forte a chi legge e quando i piani temporali da due diventano tre è davvero difficile staccarsi dalle pagine.

PS: avrebbero dovuto usare la traduzione del titolo originale, "Les oubliés du dimanche", "I dimenticati della domenica", assolutamente perfetto! Mi domando se gli editori italiani quando decidono di cambiare pecchino più di arroganza o di stupidità...

Reading Challenge 2021: questo testo risponde alla nona traccia annuale, "cinque libri svuota wish list"
 

giovedì 16 dicembre 2021

"Tre cadaveri", Raffaele Malavasi

Genova, inizio autunno 2016. C'è un serial killer in città? E' quello che l'ispettore capo Gabriele Manzi si trova a pensare alla vista del primo cadavere. Perchè chi ha ucciso quella donna ci ha perso del tempo, non si è limitato a spararle o ad accoltellarla: ha cercato il posto adatto, si è procurato il necessario e ha preparato la scena. Poi l'ha portata lì e ha messo in pratica la sua macabra rappresentazione. I vari CSI hanno insegnato a tutti che chi agisce in questo modo segue una sua logica malata e che si ferma solo quando viene catturato.
La sezione omicidi della Squadra Mobile di Genova non ha più quello che fra i suoi elementi assomigliava di più ai famosi profiler dell'FBI, ma Manzi sa che vale la pena cercare di convincere Goffredo "Red" Spada a collaborare ancora con loro, almeno per questa volta.

Mi ero ripromessa di stare alla larga dai libri che la Newton Compton etichetta in copertina come "un grande thriller" (praticamente tutti) e se non fosse stato per la segnalazione di una compagna di casata mi sarei persa anche questo che bello lo è davvero.

Opera prima scritta da Raffaele Malavasi - mio concittadino e palesemente tifoso blucerchiato come me - nel 2018, meriterebbe una serie TV tutta sua, più di "Petra" e di "Blanca", tratte da romanzi che non hanno nulla a che fare con Genova.

Malavasi non si sposta mai dalla nostra città e sicuramente conoscere e riconoscere ogni singolo luogo citato, ritrovare il nostro modo di parlare (alla fine c'è un brevissimo dizionario italiano-genovese per i foresti), di ragionare e di relazionarci con gli altri ("I genovesi, persone diffidenti, abituate a sospettare di tutto e di tutti, anche della propria madre. Cosa poteva aspettarsi da una città popolata da gente simile?"), oltre a buon 80% di cognomi genovesi (incredibilmente manca Parodi!), mi ha reso ancora più piacevole e intrigante la lettura, ma sarebbe stato un buon thriller anche se fosse stato ambientato in un'altra città (io però apprezzo sempre quegli autori che non snobbano le proprie origini).

La storia può essere giudicata da discretamente a molto originale (dipende da quanti thriller si sono letti nella vita...) ed è molto ben costruita. Le varie situazioni man mano che si procede con la lettura si spiegano e/o si incastrano tutte, qualcosa è intuibile (direi volutamente), ma si arriva a un finale convincente che ha nella sua completezza l'effetto sorpresa.

Lo stile è veloce, fluido, i tanti capitoli sono uno stimolo a procedere ed è particolare la scelta di collegarli fra loro usando la stessa parola o una simile per chiuderne uno e per iniziare quello successivo (da "...superarla del tutto." a "Tutto ciò che Manzi...", da "...davanti agli occhi." a "Dai un'occhiata qua...", ecc).

Mi ha fatto sorridere il personaggio davvero poco credibile della giornalista d'assalto de "Il Secolo XIX" (quotidiano storico di Genova che ormai non viene neppure più stampato qui, bensì a Torino), mentre mi ha intristita la piccola parte ambientata all'ospedale Galliera, quello dove è morta mia madre.

E una frase messa in bocca a un personaggio che fa l'architetto mi ha fatto venire la pelle d'oca, soprattutto per la sua tempistica:

"Se io progetto male un edificio o un ponte e quello crolla, vado in galera"

Il libro è stato pubblicato il 19 luglio 2018: 26 giorni dopo è crollato il ponte Morandi.

Reading Challenge 2021: questo testo risponde all'undicesima traccia annuale, "tre libri scritti da autori che non hanno rivelato la loro data di nascita"
 

martedì 14 dicembre 2021

"Mia madre mi odia", Leyla Ziliotto



Ho un unico, nitidissimo ricordo di Leyla neonata in braccio a suo padre. Era il 1995 o giù di lì e stavamo aspettando l'ascensore nell'atrio del palazzo dove ho abitato fino al '98 e dove aveva vissuto anche lui fino a quando si era sposato e trasferito nella parte bassa di Sampierdarena. Siamo quindi stati vicini di casa per molti anni, perdendoci completamente di vista quando - nel '98, appunto - mi sono a mia volta sposata e trasferita in un altro quartiere, Pegli.
Molti anni dopo era stata una sorpresa scoprire che quella neonata da adulta aveva sposato il giornalista sportivo più famoso delle emittenti televisive genovesi, quel Maurizio Michieli, sampdoriano come me, che ho letto l'anno scorso.

Il libro di Leyla lo avrei comprato a prescindere dall'argomento, ma il titolo ha indubbiamente accresciuto la mia curiosità. Amazon lo classifica come narrativa contemporanea e, infatti, la protagonista si chiama Sephora, non Leyla, così come sono diversi i nomi di tutti gli altri personaggi, ma è fortemente autobiografico, al punto che leggerlo mi ha creato molto disagio, mi sono sentita un'intrusa nella vita non tanto dell'autrice, che non ho mai conosciuto davvero, quanto del mio ex vicino di casa e dei genitori di lui. E non mi è piaciuto.

Come non mi è piaciuto il libro, il peggiore degli ormai più di cento letti quest'anno. Su Amazon ha 36 votazioni e cinque stelline piene, cosa a cui arrivano solo gli autori minori. Quelli grandi, anche quelli immensi, nel mucchio ricevono sempre qualche stroncatura dai lettori. Gli esordienti, invece, vengono incensati e non ci vuole molto a intuire che il merito va a recensioni amiche, che sono anche quelle che si distinguono per l'eccessivo entusiasmo.

Io l'ho trovato penosamente negativo. La storia di Sephora è quella di una figlia nata da una coppia mista che dichiara di essere odiata dalla propria madre. In poco più di cento pagine (per fortuna è un libro breve) descrive più volte le stesse situazioni con questa cattiva madre, priva di affetto verso figlia, figlio e marito, ma capace di abbindolare l'intero vicinato e i giudici (anzi, le giudici) che dalla separazione e fino all'età adulta dei due figli si trovano a dover decidere le sorti della famiglia nelle aule di tribunale.

Quanto ci sia di vero in questo non lo so, ma il libro - scritto in maniera confusa, paradossalmente antiquata, pesante, inutilmente volgare e con un uso assurdo e mal riuscito di sei o sette frasi tratte da celebri canzoni di Fabrizio De Andrè - trasuda odio in ogni paragrafo diventando subito fortemente disturbante.

Per quanto Sephora si indigni nel sentirsi considerare razzista e misogina, è questa l'immagine che dà di sè. Il messaggio che questo libro vuole trasmettere è che non tutte le madri del mondo sono amorevoli e che non tutte le donne sono vittime, ma se questo è vero, non si può ignorare che si tratta di una sparuta minoranza e che una donna arrivi ad attaccare le mogli e madri separate definendole "assatanate di stabilità economica gratuita" mi fa parecchio schifo.

Citando un manifesto contro la violenza sulle donne ne parla in questi termini: "Non era altro che l'ultima trovata nazifemminista allo scopo di screditare gli uomini da una parte e dall'altra aumentare il credito dell'ultra-iper-estra vittimizzato genere femminile"!

Il libro è pieno di deliri di questo tipo, un insulto verso le tante, troppe donne vittime di abusi e violenze. Ma questa ragazza ha mai sentito parlare dei femminicidi? Io non so quanto sia stata brutale sua madre e, avendolo conosciuto, non stento a credere che il padre sia la persona meravigliosa che descrive, così come i nonni paterni, ma arrivare ad accusare la società italiana del XXI secolo di disparità di trattamento fra uomo e donna a favore delle donne significa vivere fuori dal mondo.

"Che brutta razza, le donne"

No, Leyla, non è brutta la razza: sono brutte certe donne. Ed è brutto il tuo libro.

Reading Challenge 2021: questo testo risponde all'undicesima traccia annuale, "tre libri scritti da autori che non hanno rivelato la loro data di nascita



lunedì 13 dicembre 2021

"Ritratto in seppia", Isabel Allende


Santiago (Cile), 1910. Aurora del Valle ha trent'anni ed è una donna decisamente atipica  per l'epoca e per la cultura a cui appartiene. Un matrimonio senza figli alle spalle, un nuovo appagante amore e un lavoro particolare, quello di fotografa.
Voce narrante del romanzo, ci racconta la storia della sua vita. Nata a San Francisco nel 1880, si è ritrovata a fare il percorso inverso della nonna materna: come Eliza Sommer era partita dal Cile inseguendo l'amore della sua gioventù e finendo col costruire la sua vita in California, Aurora ha lasciato il luogo natio per seguire a Santiago l'altra nonna, quella paterna, Paulina del Valle, altro personaggio già noto ai lettori della Allende che attraverso Aurora riprende i fili de "La figlia della fortuna" e partendo dal 1862 ci racconta com'è proseguita la vita dei suoi tanti personaggi.

E io mica lo sapevo che "Ritratto in seppia" fosse il seguito
de "La figlia della fortuna"! Scoprirlo durante la lettura è stata una magnifica sorpresa, i libri della Allende sono quelli che ti dispiace di finire, per cui per me è stato quasi commovente ritrovare Eliza, Tao Chi'en, i Sommers e anche quella Paulina che nel precedente romanzo aveva un ruolo più marginale e non troppo simpatico, mentre in questo è quasi una coprotagonista e - pur mantenendo tutta la sua arroganza - riesce a conquistare grazie all'approfondimento del personaggio che ne rivela i punti deboli mitigandone l'intemperanza.

Diviso (come l'altro) in tre parti, la Allende non si limita (come sempre) a raccontare le storie dei suoi personaggi, ma fa della storia (in questo caso principalmente quella cilena) la reale protagonista, uno dei motivi che mi fanno amare tanto i suoi libri.

Dalla guerra del Pacifico del 1879 alla guerra civile del 1891 (durata pochi mesi, ma dove "morirono più cileni di quanti avessero perso la vita durante i quattro anni della guerra del Pacifico"), la Allende non fa sconti alla sua nazione.

"Noi cileni sembriamo inoffensivi e godiamo della reputazione di timidi, parliamo persino a suon di diminutivi (un piacerino, mi dia un bicchierino d'acquetta) ma alla prima occasione ci trasformiamo in cannibali. Per comprendere la nostra predisposizione alla brutalità, era necessario sapere da chi discendevamo, disse: i nostri avi erano stati i più crudeli e agguerriti conquistatori spagnoli, gli unici che avessero osato arrivare a piedi fino in Cile, con le armature arroventate dal sole del deserto, vincendo i peggiori ostacoli della natura. Si erano mescolati con gli araucani, selvaggi quanto loro, l'unico popolo del continente che non era mai stato soggiogato. Gli indios si mangiavano i prigionieri e i loro capi, i toquis, usavano maschere da cerimonia fatte con la pelle seccata dei loro oppressori, preferibilmente di quelli con barba e baffi, essendo loro imberbi; questo era il loro modo di vendicarsi dei bianchi, che a loro volta li bruciavano vivi, li impalavano, tagliavano loro le braccia e gli strappavano gli occhi"

Racconta il massacro di Iquique del 21 dicembre 1907 (di cui non sapevo nulla) quando, per reprimere lo sciopero dei minatori contro il loro sfruttamento, il Governo ordinò ai militari di uccidere i lavoratori e le loro famiglie e loro eseguirono ammazzando fra le 2.200 e le 3.600 persone.

"Il Cile è un Paese dalla memoria corta..."

Vero: una pronipote di Pinochet, che ha sempre espresso il suo appoggio alla dittatura militare del parente, è oggi Ministro delle pari opportunità!
Ma il Cile è in buona compagnia: speriamo che anche Macarena Santelices si appassioni al ballo abbandonando la scena politica...

"Non c'è niente di più pericoloso del potere che gode di immunità"

Allende intreccia nel romanzo anche dettagli culturali di altro genere, dalla teoria di Darwin alla comparsa dei guanti chirurgici in sala operatoria. C'è anche un accenno a una nave genovese e mi fa sempre piacere trovare un rimando alla mia città...

Ma ci sono tante tematiche importanti: l'infinita bravura della Allende nelle descrizioni, che si tratti del piacere dato dal sesso o delle atrocità delle guerre, raggiunge l'apice quando dà voce alle vittime di soprusi, donne, lavoratori o persone con la pelle di un colore diverso dal bianco.

E sul finire torna sulla straziante vicenda delle Sing Song Girl facendomi scoprire il personaggio realmente esistito di Donaldine Cameron e della sua organizzazione, per la quale vale la pena fare una ricerca su web.

Adesso avrei voglia di fare una cosa che non ho mai fatto: una rilettura. Quella de "La casa degli spiriti" che, scritto nel 1982 (e che io lessi pochi anni dopo, il mio primo romanzo dell'autrice), chiude questa trilogia ideale. La storia la ricordo benissimo, anche grazie al film (meraviglioso come il libro), ma non i collegamenti con questi due romanzi scritti successivamente, ma con ambientazione precedente. Credo ne varrebbe la pena.

Reading Challenge 2021: questo testo risponde alla nona traccia annuale, "cinque libri svuota wish list"
 

venerdì 10 dicembre 2021

"Il piccolo principe", Antoine de Saint-Exupéry

B-612 è un piccolo asteroide con due vulcani attivi, uno inattivo, una piccola rosa e un Piccolo Principe. Un giorno questo particolare bambino lascia il suo mondo e si mette in viaggio, incrociando personaggi ancora più strani di lui. Sulla Terra, nel Sahara, incontra un pilota con l'aereo in avaria, la voce narrante che sei anni dopo racconterà questa storia.

Leggere tanto e arrivare a 52 anni senza aver letto il libro non religioso più tradotto nel mondo era una lacuna che non pativo particolarmente, ma che adesso sono contenta di aver colmato.
Non posso dire che mi abbia conquistata, però capisco il perchè piaccia a tanti. Capisco meno come possa essere considerata una lettura adatta ai bambini perchè - se lo è senz'altro per lo stile - dubito che bambini e ragazzini possano davvero cogliere tutte le metafore che racchiude. Di sicuro io non le avrei capite visto che anche adesso ho dovuto fare una ricerca sul web appurando che, come pensavo, certe sfumature mi erano sfuggite.

Penso che ci voglia un animo molto poetico e una mentalità molto positiva per trovarsi a proprio agio in questa favola e io alle favole ci credo sempre meno.

Reading Challenge 2021: questo testo risponde alla nona traccia annuale, "cinque libri svuota wish list"
 

martedì 7 dicembre 2021

"Il mistero di Marie Roget", Edgar Allan Poe

Parigi, 22 giugno 1842. Marie Roget lascia la locanda della madre, dove anche lei lavora, alle 9 del mattino dicendo al fidanzato che avrebbe passato l'intera giornata a casa di una zia. Tre giorni dopo il suo cadavere viene recuperato nella Senna. Ai polsi vi sono evidenti tracce di legature, ha un laccio stretto attorno al collo ed è stata violentata. La polizia offre mille franchi di ricompensa a chiunque possa fornire indicazioni utili alla cattura dell'assassino, una cifra modesta come modeste erano le condizioni della ragazza, ma che poi - sulla spinta dell'indignazione popolare fomentata dalla stampa - cresce a più riprese arrivando a trentamila nell'arco di tre settimane quando il prefetto si vede costretto a richiedere l'aiuto di Auguste Dupin...

Auguste Dupin è il protagonista di tre dei quattro racconti di Poe definiti "del raziocinio". Il primo, "I delitti della Rue Morgue" (del 1841), lo avevo letto tantissimi anni fa, così tanti da conservarne solo un debolissimo ricordo che ho pienamente recuperato grazie al dettagliato riassunto su Wikipedia. Nemmeno lontanamente paragonabile ai suoi racconti del terrore e lo stesso vale per quest'altro.

Scritto nel 1842 (lo stesso anno de "Il pozzo e il pendolo", meraviglioso), Poe prende spunto da un vero omicidio
avvenuto a New York - quello di Mary Cecilia Rogers - per creare il nuovo caso dove il suo Dupin analizza fatti e testimonianze, prima smontando le ricostruzioni fatte dai giornalisti, poi rielaborando i dati per costruire una nuova teoria, che ovviamente sarà quella corretta.

Mah. La datazione dello stile non mi è risultata pesante come spesso mi succede quando affronto i classici, ma chiaramente tutte le teorie che costituiscono l'indagine potevano andare bene giusto (quasi) due secoli fa e lavorando di fantasia. Una lettura veloce che non si è minimamente avvicinata al piacere che mi avevano dato "Il gatto nero", "Ligeia" e altri. Però intendo recuperare anche il terzo racconto con Dupin, "La lettera rubata" (1845) e magari anche l'altro racconto del raziocinio, "Lo scarabeo d'oro" (1843), dove lui non figura, non fosse altro che per soddisfare il gusto per la precisione.

Reading Challenge 2021: questo testo risponde alla nona traccia annuale, "cinque libri svuota wish list"