lunedì 6 aprile 2026

"Inés dell'anima mia", Isabel Allende

 

Santiago della Nuova Estremadura (Regno del Cile), 1580. Doña Inés Suárez non conosce la sua data di nascita, la madre le aveva detto di averla partorita poco dopo la morte di Filippo il Bello di Spagna, per cui sa anche di aver superato i 70 anni e di essere prossima alla fine. Comincia così a scrivere la storia della sua vita, dalle umili origini spagnole al rivestire un ruolo di grande rilievo nella conquista del Cile e nella fondazione della città di Santiago.

Quella scritta nel 2006 da Isabel Allende è a tutti gli effetti la biografia di questa donna. Un libro frutto di quattro anni di ricerca per ricostruire gli eventi di Inés, per secoli dimenticata dagli storiografi.

Un primo marito, un viaggio verso il Nuovo Mondo intrapreso da sola per raggiungerlo, la scoperta di essere vedova, quindi la ventennale relazione con Pedro de Valdivia, conquistatore del Cile, e poi un nuovo, lungo matrimonio felice che la portò a diventare Governatrice della nazione conquistata.

Talmente dettagliato e accurato da sembrare più un libro di testo, non un semplice romanzo storico.

Fare di Inés la voce narrante è stato un rischio, il punto di vista predominante è quello degli spagnoli, cosa che in molte parti ha condizionato il mio piacere per la lettura, anche se la Allende si è dimostrata, come sempre, molto attenta e onesta.

Avidità, solo avidità. Il giorno in cui noi spagnoli abbiamo messo piede sul suolo del Nuovo Mondo abbiamo segnato la fine di quelle culture. All’inizio ci accolsero bene. La loro curiosità superò la prudenza. Non appena si resero conto che agli strani barbuti spuntati dal mare piaceva l’oro, quel metallo morbido e inutile che loro possedevano in abbondanza, glielo regalarono a piene mani. Tuttavia, ben presto, il nostro insaziabile appetito e brutale orgoglio risultarono offensivi. E ci mancherebbe altro! I nostri soldati abusano delle loro donne, entrano nelle loro case e sottraggono senza chiedere permesso quel che gli pare e il primo che osi frapporsi lo mandano all’altro mondo con una sciabolata. Proclamano che la terra in cui sono appena arrivati appartiene a un sovrano che vive dall’altra parte del mare e pretendono che i nativi adorino due bastoni a forma di croce."

Uno di quei libri che spinge a continui approfondimenti, qui a maggior ragione perché ogni personaggio è realmente esistito.

In particolare mi ha colpita la storia di Lautaro, che da ragazzino fu servo di Pedro de Valdivia, ruolo che gli permise di individuare i punti di forza e le debolezze degli spagnoli, tornando poi dalla sua gente per guidarla in quella che nel libro viene chiamata Guerra del Cile e che culminò con la Battaglia di Tucapel, in cui morì Pedro de Valdivia, che fermò l'espansione spagnola verso sud, temporaneamente, ma significativamente.

"Gli huincas sono uomini, muoiono come i mapuche, ma si comportano come demoni. A nord hanno bruciato vive intere tribù. Pretendono che accettiamo il loro dio inchiodato su una croce, un dio della morte, che ci sottomettiamo al loro re, che non vive qui e non conosciamo, vogliono occupare la nostra terra e farci diventare loro schiavi. Perché? domando io alla gente. Per niente, fratelli. Non apprezzano la libertà. Non sanno nulla di orgoglio, obbediscono, mettono le ginocchia a terra, chinano la testa. Non sanno nulla di giustizia, né di reciprocità. Gli huincas sono pazzi, ma sono pazzi cattivi."

Huincas: il modo in cui gli indios cileni chiamavano i conquistadores nella loro lingua, il mapudungu. Significa bugiardi e ladri di terre.

Impossibile dar loro torto. Difficile apprezzare pienamente la figura di questa donna.

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