mercoledì 29 aprile 2026

"Un animale selvaggio", Joel Dicker

 

Cologny, quattro chilometri da Ginevra, giugno 2022. Sophie e Arpad Braun, entrambi quarantenni, sono una coppia realizzata nella vita familiare e professionale: avvocato lei e bancario lui, sono sposati da otto anni, hanno due adorabili figli e da un anno si sono trasferiti nella casa dei sogni, una particolare villa con enormi affacci sul bosco che la circonda.
Anche Karine e Greg Liégean sono sulla quarantina, hanno due splendidi bambini, dei lavori a cui tengono molto e anche loro si sono trasferiti a Cologny da un anno. Certo non hanno la disponibilità economica dei Braun, casa loro non è una villa e hanno potuto comprarla solo grazie a un'eredità e a un mutuo, ma è comunque il coronamento di un sogno.
Da un mese Greg ha anche una fissazione: per Sophie. Non può fare a meno di spiarla e quella casa, con le sue immense vetrate, sembra proprio un invito per un guardone appartato nel bosco.
Ma Greg non è solo un guardone: è anche un poliziotto. E Arpad sembra avere molto da nascondere.

Due anni fa, vedendo la copertina all'uscita del libro, ho subito pensato a quello che a Genova chiamiamo "il palazzo dei televisori", un particolare edificio costruito all'inizio degli anni Settanta.


Da bambina, ogni volta che dopo la partita della Samp andavamo a cena da mia nonna paterna, passando per Corso Italia mi torcevo il collo per ammirare quanto più possibile quella strana casa che adoravo.

Un'architettura accettabile per un lungomare, mentre spero che la casa dei Braun a Cologny sia solo frutto della fantasia di Dicker e non un mostro ecologico piantato in mezzo al bosco.


Con l'autore ho un rapporto altalenante, due romanzi li ho adorati ("La verità sul caso Herry Quebert" e "Il libro dei Baltimore"), uno mi è piaciuto molto ("Il caso Alaska Sanders") e due li ho detestati ("La scomparsa di Stephanie Mailer" e "L'enigma della camera 622").

Questo va a creare la terza coppia con quello di Alaska Sanders. Una lettura viva, 448 pagine (divise in tre parti e ventun capitoli, tutti meravigliosamente datati) decisamente coinvolgenti.

Anche questa volta il punto di forza di Dicker è la costruzione, non certo i personaggi (anche qui non mancano le macchiette) né il contenuto: come con Harry Quebert e con Alaska Sanders, basta provare a ricostruire i fatti in ordine cronologico per rendersi conto che la storia è piuttosto scarna, ma Dicker sa giocare bene con i salti temporali, seminando dettagli che poi vanno a ricostruire la vicenda in un modo tutto suo, che può essere esasperante per chi in un racconto ama la struttura lineare, ma che incatena alle pagine chi, invece, apprezza i flashback.
E qui ce ne sono tantissimi in ogni capitolo.

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