
Francia, agosto di un anno non precisato. Arthur Duchemin, 28 anni, sta per diventare padre. Nell'attesa del parto ripercorre l'estate dei suoi cinque anni, quando la madre Clarisse gli aveva raccontato di essere stata scelta per sostituire l'ormai anziano Custode delle Meraviglie, colui che dipinge il cielo sulla Terra. Era un grande onore per lei, ma quell'incarico la obbligava a trasferirsi sul pianeta Urano, da dove non avrebbe mai smesso di vegliare su di lui.
Una favola bugiarda che avrebbe finito per farlo soffrire più della triste verità: è questo che Arthur ha sempre pensato, una convinzione che aveva incrinato il rapporto con il padre, ma adesso che anche lui sta per diventarlo riesce a capire cosa aveva fatto la madre per lui.
Scritto nel 2023, è al momento l'ultimo romanzo della Da Costa a essere stato tradotto in italiano (nel frattempo ne ha scritto altri due) e l'ultimo che leggerò, nonostante lo abbia preferito agli altri quattro.
I suoi romanzi sono un inno alla vita, alla rinascita, alla crescita personale e non metto in dubbio che molti traggano giovamento e sprono dalle sue storie, ma io li trovo falsi e ipocriti, la vita è molto diversa dalla finzione letteraria e quella pace raggiunta sempre e comunque mi indispone.
Anche questa volta. Una storia dolce e amara. E breve, 204 pagine divise in ventidue capitoli che si leggono (o ascoltano, come nel mio caso) in un paio di serate.
Arthur, voce narrante, alterna il presente ai ricordi d'infanzia e la Da Costa è brava a far raccontare il lui bambino, come lo è a creare il poetico Urano inventato dalla madre, con gli alberi-cervo e le lumache con il guscio azzurro ricoperto di lustrini, una dimensione immaginaria che da atea mi ha fatto sorridere non poco perché non ha meno credibilità del paradiso terrestre della cui esistenza tanti sono convinti.
Ma a cinque anni si è in grado di capire cosa sono la malattia e la morte? Un bambino non rischia di sentirsi ancora più abbandonato credendo che la propria madre abbia accettato un incarico che la costringe ad allontanarsi da lui?
Non lo so, ma quando avevo un paio d'anni più di Arthur era morto il migliore amico di mio nonno e per rispondere alla mia domanda (dove vanno le persone che muoiono?) mi aveva semplicemente portata sulla sua tomba al cimitero. Era stata un'ottima risposta.
Una favola bugiarda che avrebbe finito per farlo soffrire più della triste verità: è questo che Arthur ha sempre pensato, una convinzione che aveva incrinato il rapporto con il padre, ma adesso che anche lui sta per diventarlo riesce a capire cosa aveva fatto la madre per lui.
Scritto nel 2023, è al momento l'ultimo romanzo della Da Costa a essere stato tradotto in italiano (nel frattempo ne ha scritto altri due) e l'ultimo che leggerò, nonostante lo abbia preferito agli altri quattro.
I suoi romanzi sono un inno alla vita, alla rinascita, alla crescita personale e non metto in dubbio che molti traggano giovamento e sprono dalle sue storie, ma io li trovo falsi e ipocriti, la vita è molto diversa dalla finzione letteraria e quella pace raggiunta sempre e comunque mi indispone.
Anche questa volta. Una storia dolce e amara. E breve, 204 pagine divise in ventidue capitoli che si leggono (o ascoltano, come nel mio caso) in un paio di serate.
Arthur, voce narrante, alterna il presente ai ricordi d'infanzia e la Da Costa è brava a far raccontare il lui bambino, come lo è a creare il poetico Urano inventato dalla madre, con gli alberi-cervo e le lumache con il guscio azzurro ricoperto di lustrini, una dimensione immaginaria che da atea mi ha fatto sorridere non poco perché non ha meno credibilità del paradiso terrestre della cui esistenza tanti sono convinti.
Ma a cinque anni si è in grado di capire cosa sono la malattia e la morte? Un bambino non rischia di sentirsi ancora più abbandonato credendo che la propria madre abbia accettato un incarico che la costringe ad allontanarsi da lui?
Non lo so, ma quando avevo un paio d'anni più di Arthur era morto il migliore amico di mio nonno e per rispondere alla mia domanda (dove vanno le persone che muoiono?) mi aveva semplicemente portata sulla sua tomba al cimitero. Era stata un'ottima risposta.
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