sabato 30 maggio 2026

"I tre che videro il re", Magnus Mills

 

Inizio inverno di un anno non precisato. Il suo sogno era quello di vivere in una casa di latta all'interno di un canyon. Lo diceva a chiunque avesse la pazienza di ascoltarlo. Finché si era imbattuto in una solida casetta di latta a due piani abbandonata da chi l'aveva costruita. Tetto, porta di accesso, finestre, grondaie e comignolo: non mancava nulla, eccetto il canyon, ma si era adattato in fretta a quella vasta pianura deserta, dove le tre case più vicine (anch'esse di latta) erano distanti qualche chilometro, quanto bastava per non essere completamente isolati, ma sufficienti a scoraggiare le visite frequenti. Finché un giorno una donna di cui a malapena si ricordava aveva bussato alla sua porta con una notizia: un certo Michael Hawkins, con l'aiuto di molti volontari, stava costruendo un canyon che avrebbe ospitato un'intera città di case di latta.

Romanzo fortemente allegorico dove non viene spiegato come i personaggi si procurino cibo e altro (per la prima volta non c'è neppure un pub!), con un altro protagonista di cui non viene mai detto il nome, un uomo placido, abitudinario, metodico, con la vocazione del silenzio.

"Non sarebbe stato male dare un taglio a questo turbinio di socialità che ultimamente era diventato endemico in casa mia e cominciava a sfuggirmi di mano"

Il turbinio della socialità si riferisce al paio di visite (relativamente) ravvicinate che riceve da Philip e Steve, i suoi "vicini" di casa che di norma è abituato a non vedere per mesi: fantastico ^^

Magnus Mills - che dopo la pubblicazione dei suoi due primi romanzi, ma ancora operaio, scrisse questo per capire se poteva diventare scrittore a tempo pieno (fu un grande successo) - dal 1966 a oggi ha scritto una trilogia, tredici romanzi autoconclusivi e tre raccolte di racconti. Ma questo, del 2001, è il terzo e ultimo suo romanzo a essere stato tradotto in italiano e con il mio inglese scolastico non sono in grado di recuperare il resto della sua bibliografia in lingua originale.

Mi rendo conto che le storie di Mills non siano commerciali, come il mercato richiede, ma quando l'originalità diventa geniale andrebbe salvaguardata e diffusa quanto più possibile.

Di banale qui c'è solo la metafora finale ("Non conta dove vivi, ma con chi vivi"), ma - dopo i pali da recinzione al centro di 
"Bestie" e la riverniciatura delle barche di "Niente di nuovo sull'Orient Express" - ci si arriva leggendo 166 pagine che descrivono le case di latta e la vita solitaria all'interno di esse. Una quotidianità scandita dalla continua lotta contro la sabbia trasportata dal vento che si accumula attorno alle pareti esterne e dove l'apertura delle imposte rappresenta un lungo rituale quotidiano.

E sono 166 pagine magnifiche! Come si fa a smettere di tradurre un autore così?

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