venerdì 11 dicembre 2020

"Libreria Luigi", Stefano Caso



Fine maggio, giorni nostri. Luigi Araldi da poco più di vent’anni ha una moglie, Olga, un figlio, Luca, e una libreria che ha chiamato Luigi, come lui e come Pirandello, il suo scrittore preferito. Ma la sua laurea in lettere e il suo infinito bagaglio culturale non saranno sufficienti a permettergli di replicare all’anziana e schietta cliente che il giorno del cinquantesimo compleanno del libraio lo manderà a tappeto dicendogli che ne dimostra come minimo dieci di più!
Un commento avvilente che scatenerà una specie di effetto domino in Luigi, portandolo a dare un taglio a molte cose della sua vita, a cominciare da barba e capelli…

Che brutto libro! Che grande delusione! A fregarmi spingendomi all’acquisto è stata la prima frase della sinossi (“Ironia e dramma per narrare in prima persona la crisi umana e intellettuale di un libraio cinquantenne sovrastato da clienti nevrotici e molesti”): quel riferimento ai clienti mi aveva fatto pensare che fosse una sorta di versione italiana del - da me tanto amato - “Una vita da libraio”, dove avevo trovato la perfetta descrizione della mia vita da giornalaia e che per questo mi aveva fatto divertire e provare quella bella solidarietà che lega noi commercianti a prescindere dalla tipologia di merce venduta.

Invece no. Che il protagonista del libro li venda ha determinato soltanto l’inserimento da parte dell’autore di dialoghi surreali, inutili, noiosi e ridicoli fra Luigi e i “fanstasmi” di personaggi letterari celebri, da Vitangelo Moscarda a Samsa, passando per Lord Wotton e Gwynplaine, altrimenti la sua professione sarebbe stata irrilevante.

La storia non è quella di un libraio, ma quella di un uomo sbalestrato dal compimento dei 50 anni (sensazione che da tredici mesi ho tristemente chiara) e a cui è sufficiente il giudizio poco educato di un’anziana donna per dare il colpo di grazia a tutti i pilastri della sua vita, fragili ormai da tempo.

Non amo i drammi esistenziali, neppure nei libri, anche se molti che li trattano sono splendidi, ma questo no. La storia viene sviluppata in modo debole e sciocco, il protagonista non suscita né simpatia né empatia, è un isterico e immaturo piagnone di cui vengono spesso elencati gli espletamenti delle funzioni fisiologiche (forse con l’intento, mancato, di farlo apparire divertente), che si mette al volante ubriaco (salvato solo dalla macchina che non parte), che prima di un amplesso se ne esce con un penoso “che la festa abbia inizio” (cosa che mi renderebbe frigida per l’eternità) e che cerca di possedere la moglie nonostante lei non ne abbia dichiaratamente voglia (e senza fare nulla per fargliela venire).

Gli altri personaggi sono inconsistenti e spesso stupidi, i dialoghi vuoti, le situazioni grottesche e tutto quanto è stereotipato in maniera fastidiosa.

Brutta cosa quando i libri si rivelano una perdita di tempo, soprattutto quando si hanno 50 anni (o più) e la maggior parte di quello che abbiamo a disposizione è già stato vissuto.

Reading Challenge 2020: questo testo risponde alla traccia normale di dicembre