
"Coral credeva di essere forte, americana, nera, donna e scaltra, una piccola divinità nell'ordine cosmico delle cose, convinta di ottenere ciò che desiderava con la forza di volontà. Sapeva, in segreto, che non era proprio così, ma naturalmente ci credeva lo stesso."
Long Beach (California), giorni nostri. Jay e Coral Brown, fratello e sorella, si erano parlati brevemente per telefono. Undici minuti dopo lei era arrivata a casa di lui, non pensava di trovarlo, per questo aveva quasi sussultato vedendolo ancora a letto. Era andata in cucina a prendere dell'acqua, lamentandosi per il caldo. Poi aveva ripreso il discorso interrotto poco prima, parlandogli a lungo del nuovo contratto di lavoro che aveva appena firmato. Non si era resa conto che Jay non interagiva in alcun modo. Solo quando gli aveva chiesto perché non si fosse ancora alzato e lui non aveva risposto, aveva cominciato a rendersi conto che qualcosa non andava. Si era avvicinata e aveva capito: Jay era morto. Lo shock, la chiamata al 911, la scoperta che si era tolto la vita, la consapevolezza di dover dare la notizia a parenti e amici, prima di tutto alla nipote. E in quel momento il cellulare di Jay aveva vibrato proprio per un messaggio di Khadija: "Papà, stasera niente cena. Ho una riunione al club. Scrivo anche a Coral. Venerdì prossimo?". E Coral aveva rispondo fingendo di essere Jay.
Scritto nel 2024, è il romanzo di esordio di Venita Blacknurn (Los Angeles, 1983), che precedentemente (2017 e 2021) aveva pubblicato due raccolte di racconti.
Se è vero che il gradimento di un libro lo si capisce da ciò che si prova finendolo - dispiacere se lo abbiamo amato, sollievo se lo abbiamo odiato - finire questo per me è stato come vincere uno scudetto.
Colpa mia e del non aver dato la giusta importanza a una parola chiaramente scritta nella sinossi: sperimentale, aggettivo azzeccatissimo per descrivere lo stile della Blackburn e che rappresenta l'antitesi di ciò che mi piace leggere.
Coral è una scrittrice e le voci narranti sono i personaggi femminili dei suoi romanzi. E' quindi usando la prima persona plurale che vengono raccontati sia eventi del passato dei due fratelli, sia le tristi giornate di lei che affronta il lutto scegliendo di non parlarne a nessuno, proseguendo la sua vita normalmente e sostituendosi al fratello attraverso il cellulare.
E le voci narranti iniziano le loro riflessioni ripetendo una frase, diversa in ogni capitolo, all'inizio di (quasi) ogni paragrafo.
Questa è la frase del quarto capitolo:
"Alla Clinica per Morire Aderendo Volontariamente a un'Avventata Tendenza Culturale e Diventare Martiri della Rivoluzione"
Questa quella del settimo:
"Alla Clinica per i Travestimenti Spudorati che Nascondono Qualsiasi Indizio di Fragilità, Solitudine e Terrore"
Tanto per fare due esempi. La prima viene ripetuta quattordici volte, la seconda tredici. La scrittura sperimentale è anche questo, immagino, ma per me sono solo inutili e disturbanti sfoggi di eccentricità.
Migliore l'idea di chiudere i capitoli (eccetto l'ultimo) con alcune pagine di "Incendio", un romanzo distopico di Coral, una storia che ho quasi apprezzato di più di quella portante che mi è stata avvelenata dall'egoismo della protagonista, dal suo attribuirsi un ruolo più importante della nipote nella vita del fratello, tenendo la ragazza all'oscuro della morte del padre per più di una settimana.
La sinossi - che parla di un "disperato sforzo di prolungare la vita del fratello" - è decisamente troppo magnanima nei confronti di questa donna.
"Il padre di Khadija, suo fratello, è morto. Il pensiero che la nipote ignori l'accaduto la fa sorridere, e silenzia la chiamata canticchiando sottovoce."
