
Lo fa dalla sua casa affacciata sulla baia di San Francisco e già nelle primissime pagine ho trovato la risposta (un po' banale) a una domanda che mi sono posta spesso, cioè come mai vivesse negli Stati Uniti:
"Attesi per molti anni che si instaurasse nuovamente la democrazia per rimpatriare, ma quando accadde non lo feci, perché ormai ero sposata con un nordamericano e abitavo vicino a San Francisco."
Più volte ho avuto l'impressione che quello che stavo leggendo fosse una giustificazione per non essere tornata, non tanto nei confronti dei curiosi come me, ma verso la sua patria e verso chi è morto per essa.
"Penso di essere afflitta dallo stesso male di molti cileni che se ne andarono in quel periodo: mi sento in colpa per aver abbandonato il paese. Mi sono domandata mille volte cosa sarebbe successo se fossi rimasta, come molti che combatterono la dittatura dall’interno fino a quando riuscirono a sconfiggerla nel 1989. Non avrò mai una risposta, ma di una cosa sono certa: non sarei una scrittrice se non avessi provato l’esilio.
Dal momento in cui sorvolai la Cordigliera delle Ande, in un piovoso mattino d’inverno, cominciai inconsciamente a inventare il mio paese."
In realtà non inventa proprio nulla: ricorda, racconta, descrive.
La sua famiglia. Come il ramo materno abbia ispirato le vicende de "La casa degli spiriti", come in "Eva Luna" abbia raccontato la sorella di sua nonna, come l'amore per la lettura le sia stato trasmesso quando era bambina da suo nonno. E la tragica morte della figlia Paula ad appena 28 anni.
Il Cile. Terra di calamità naturali. Terremoti e alluvioni. Una posizione e un clima difficili.
I cileni. Popolo di poeti, altruisti, affettuosi, pettegoli, golosi. Tradizionalisti, ma curiosi. Ospitali, ma sempre di cattivo umore.
E la storia, del Cile e dei cileni, a partire dagli indios e dall'arrivo dei coloni fino all'inizio del nuovo millennio.
Al centro, predominante com'è giusto che sia, il colpo di stato di Pinochet dell'11 settembre 1973 che rovesciò il governo democraticamente eletto presieduto da Salvador Allende, cugino del padre dell'autrice.
"Con il pretesto di liberare il paese da un’ipotetica dittatura comunista che si sarebbe potuta instaurare nel futuro, la democrazia fu rimpiazzata da un regime del terrore che sarebbe durato diciassette anni e avrebbe proiettato la sua ombra per ancora un quarto di secolo.
Sento ancora la paura come un persistente sapore di metallo in bocca."
E' un libro che avrei dovuto e voluto leggere prima, in ventitré anni sono successe troppe cose, ad esempio nel 2015 la Allende ha divorziato da William Gordon (però vive ancora in California, per cui ci saranno altre ragioni per il mancato ritorno in Cile), ma soprattutto il quadro politico internazionale ha preso una svolta a destra forse immaginabile, ma inconcepibile.
Trump è riuscito a far rimpiangere al mondo intero il presidente USA del 2003 (Bush figlio) e se anche nel testo non mancano le stoccate ("I nordamericani amano la guerra, basta che non si combatta a casa loro"; "Oggi la pena di morte in Cile non esiste più, come in tutti i paesi civili") a confronto con quello che sta succedendo adesso tutto è ormai superato.
E a dicembre il 58.1% dei cileni ha votato per l'ultradestra pinochetista.
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