venerdì 1 luglio 2022

Reading Challenge: le tracce di luglio

   


Primo gruppo (un solo libro per traccia):

  • Un fumetto/graphic novel legato a un personaggio storico o letterario
  • Un libro con un indumento in copertina
  • Un libro con in copertina un oggetto legato alla spiaggia
  • Un libro ambientato in un manicomio o clinica psichiatrica
  • Un libro preso tanto, tanto, tanto tempo fa e non ancora letto 

Secondo gruppo (un solo libro per traccia, solo se si sono letti i cinque libri delle tracce del primo gruppo):

  • Un libro
  • Un libro
  • Un libro
  • Un libro 
  • Un libro

Traccia bonus (uno o più libri):  
libri nella propria wish list almeno dal 2019 
 
 
 
I miei punti =


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Casata: L'ordine della fenice

  
 

mercoledì 29 giugno 2022

"L'estrema fortuna", Richard Ford

 

Oaxaca (Messico), fine anni '60. Harry Quinn, 31 anni, ex marines, era nel suo noioso Michigan quando aveva ricevuto una telefonata insperata da Rae, la sua ex fidanzata: suo fratello Sonny era nei guai, recluso in una prigione messicana per traffico di droga. Due giorni dopo Harry era già a Oaxaca, da solo in mezzo a una moltitudine di turisti, mendicanti e hippies.
"Rae aveva lasciato un vuoto che non riusciva più tanto a controllare. Ed era venuto quaggiù ad aiutare Sonny solamente per riprendersi Rae"
E Rae arriva quel pomeriggio...

"I libri di Richard Ford ricordano quelli di Kent Haruf": non ricordo se lo avevo sentito dire in qualche video su YouTube oppure se lo avevo letto in un gruppo FB, comunque sia questa affermazione aveva lanciato in orbita le aspettative che avevo su questo autore. Ho quindi aspettato di finire di completare la lettura di tutti i titoli dell'immenso Haruf per approcciarmi a Ford, partendo da "L'estrema fortuna", suo secondo romanzo scritto nel 1981 (il primo non è ancora stato tradotto in italiano), disponibile solo in versione cartacea. Se anziché comprare il libro on-line lo avessi preso in mano in libreria dando prima una sbirciata alle pagine, lo avrei lasciato lì. La mia versione è quella della collana Universale Economica di Feltrinelli, la stessa dell'immagine qui sopra. Quasi ogni volta in cui leggo un loro libro mi chiedo se da Feltrinelli lavorino solo dei falchi oppure se abbiano un accordo con gli ottici per cercare di affaticare il più possibile la vista dei loro lettori!

In questo caso il font oggettivamente piccolo (mi sono lamentata con tantissime persone e tutti mi hanno dato ragione) è reso ancora più ostico da uno stile di scrittura povero di dialoghi: molte pagine formano un rettangolo perfetto di parole, senza neppure un'andata a capo! Sono libri come questo che - per quanto concordi sul fascino inimitabile della carta - mi fanno pensare con infinito amore alla mia amica Margherita che ormai molti anni fa mi aveva convinta a dare una chance al Kindle.

Questo dettaglio ha contribuito non poco a rendermi pesante la lettura, che ha cominciato a prendermi solo nelle ultime cinquanta pagine (su 200 totali). Sulla base di quest'unico libro non me la sento di dare ragione a chi aveva paragonato Ford a Haruf: i due autori sono nati nella stessa epoca (1944 e 1943), uno in Mississippi e l'altro in Colorado e hanno scritto le loro opere negli stessi anni, ma la scrittura di Haruf, secondo me, è più particolare, più intima, nettamente più bella.

Richard Ford - di cui leggerò sicuramente altro - non mi ha fatto innamorare come invece mi è successo con ognuno dei libri di Haruf. Al mio distacco ha contribuito anche l'ambientazione messicana: il mio giudizio su questo Paese è, me ne rendo conto, fortemente condizionato dalle scene raccapriccianti viste nella serie TV "The Shield". Meravigliosa, l'ho adorata, ma contemporaneamente mi ha fatto passare la voglia di approcciarmi a qualsiasi cosa che abbia a che fare con il narcotraffico. Ormai non posso guardare un copertone di un camion senza pensare alla scena in cui ne usano uno per immobilizzare un uomo e gli danno fuoco!

Ford non arriva a simili descrizioni (ma ci va vicino quando fa esplodere una gelateria con un attentato terroristico), comunque porta il suo protagonista nella provincia messicana per cercare di far scarcerare il suo ex (quasi) cognato e ci mette dentro trafficanti di droga, avvocati e funzionari corrotti ("In Messico rispettare la legge significa evitarla. Se sono colpiti dei poliziotti, si accusano sempre i guerriglieri. Molti non sanno di essere guerriglieri finché non glielo dice la polizia. Ma poi, appena lo scoprono, cominciano a comportarsi da guerriglieri."), un carcere dove regna un "odore dolciastro di piscio" (questo ricorda Haruf?!? No, no e ancora no!), posti di blocco coi militari che puntano le mitragliatrici sulle auto, corpi crivellati di colpi, il tutto in un'atmosfera messicana polverosa e indolente.

"Il Messico era come il Vietnam o Los Angeles, solo ancor più deludente"
I due anni di stanza in Vietnam del protagonista ne fanno un uomo non devastato nel fisico e nella mente come tanti reduci, ma con tormenti interiori di una certa portata che costituiscono buona parte della storia rendendola inevitabilmente più pesante.

"Non aveva incubi di guerra con gli uomini che aveva ucciso che urlavano sott'acqua senza far rumore. Però si sentiva solo senza stare proprio male, come fosse nell'immagine residua di una catastrofe, anche se si era ormai convinto di essersi perfettamente abituato alle catastrofi senza andare in mille pezzi"
E poi c'è lei! Rae, la sua ex, una donna insopportabilmente ingenua e irriconoscente, insistente, inopportuna. L'ho detestata dalla prima apparizione e di conseguenza ho detestato anche Ford per averle cucito addosso quel ruolo da zavorra inutile e isterica che spesso viene (e soprattutto veniva) dato a noi donne sullo schermo e sulle pagine nelle scene di azione: intollerabile per la Lara Croft che è in me!

Reading Challenge 2022, traccia bonus di giugno: libri del proprio genere preferito (narrativa contemporanea)


martedì 28 giugno 2022

"L'ordine del giorno", Eric Vuillard

Austria, 12 marzo 1938. E' il giorno dell'Anschluss, l'annessione dell'Austria alla Germania nazista. Quella mattina "gli austriaci attesero l'arrivo dei nazisti febbrilmente, con un'allegria indecente. Su molti filmati del tempo si vede la gente affollarsi davanti ai chioschi e ai furgoni degli ambulanti per procurarsi una bandierina con la croce uncinata".
Nel referendum indetto da Hitler un mese dopo, il 10 aprile, per far apparire legale l'occupazione, il 99,75% degli austriaci votò a favore dell'annessione al Reich.
Austriaci tutti nazisti, quindi? No. Mentre i preti dal pulpito invitavano i fedeli a votare per i nazisti, gli oppositori venivano ridotti al silenzio. Chi non aveva la forza per battersi preferiva farla finita: solo nella settimana precedente al referendum più di millesettecento persone scelsero questa strada facendo diventare il suicidio un atto di resistenza.

Eric Vuillard - scrittore, regista e sceneggiatore lionese classe 1968 - in questo breve saggio (137 pagine) pubblicato nel 2017 e vincitore del premio Goncourt dello stesso anno, racconta quel giorno, ma soprattutto ripercorre gli avvenimenti precedenti che, di fatto, portarono all'ascesa del nazismo.

E inizia da un lunedì di cinque anni prima, quando il 20 febbraio 1933 ventiquattro industriali tedeschi si riunirono nel palazzo del presidente del Reichstag, a Berlino. Riporta l'elenco dei ventiquattro nomi, nomi che a noi italiani (forse anche a molti tedeschi) dicono poco, ma che si traducono in Bayer, Opel, Siemens, Allianz, Telfunken, Varta...
I ventiquattro sono tutti esponenti delle più alte sfere dell'industria e della finanza e quel lunedì si riuniscono per raccogliere i fondi richiesti dal partito nazista. A battere cassa c'è Hermann Goring, l'inventore della Gestapo, non uno qualunque...
C'è anche Hitler, che esorta i presenti all'impegno perché "bisogna farla finita con un regime debole, bisogna allontanare la minaccia comunista, sopprimere i sindacati e permettere a ogni padrone di essere un Fuhrer nella propria impresa".

Non sono necessarie grandi doti di affabulatore per convincerli: le guerre sono sempre redditizie per i potenti, questo non cambierà mai e loro lo sanno bene. Successivamente ognuno di loro poté usufruire di manodopera a costo zero attingendo a piene mani tra i condannati ai lavori forzati forniti dalle SS. Creavano campi di concentramento nei pressi delle loro fabbriche. Vuillard riporta un esempio scioccante: di un lotto di seicento deportati arrivati alle fabbriche Krupp nel 1943, un anno dopo i sopravvissuti erano appena venti! Uomini usa e getta.

Non sono dettagli da poco, non è storia vecchia.

"Quei nomi esistono ancora. I loro patrimoni sono immensi"

Il saggio mette in luce anche il poco che fecero le altre potenze straniere per ostacolare il nazismo, quando ancora forse si era in tempo per fare qualcosa. Si concentra soprattutto sull'Inghilterra, in particolare su colui che venne mandato in Germania per parlare di pace ai tedeschi, che vantavano pretese sull'Austria e su una parte della Cecoslovacchia. Il 17 novembre del 1937 Lord Halifax viene ricevuto da Hitler e nel riportare l'esito di questo incontro scrive:

"Il nazionalismo e il razzismo sono forze potenti, ma non le considero né immorali né contro natura"

E ancora:

"Non ho dubbi che queste persone odino davvero i comunisti. E le assicuro che se fossimo al loro posto proveremmo lo stesso sentimento"

Se tutti quelli che potevano fare qualcosa per ridimensionare l'ideologia nazista la pensavano così, non c'è da stupirsi se dieci anni dopo l'Europa si sia ritrovata in ginocchio a contare milioni di morti.

"Nessuno poteva ignorare i progetti dei nazisti, le loro intenzioni brutali. L'incendio del Reichstag, l'apertura di Dachau e la sterilizzazione dei malati di mente nel 1933, la Notte dei lunghi coltelli nel 1934, le leggi sulla tutela del sangue e dell'onore germanico e il censimento delle caratteristiche razziali nel 1935: era davvero parecchia roba."

E non dimentichiamo che anche l'Italia fascista ha beneficiato della politica di appeasement.

Tre mesi dopo l'incontro con Lord Halifax, il pressing di Hitler sull'Austria si fa via via più incalzante. Vuillard dà molto spazio all'inutilità/incapacità nel trattare del cancelliere Schunschnigg (che chiama spesso "piccolo despota austriaco"), spiega cosa Hitler chiedeva e la presa in giro della contropartita offerta (ad esempio rinunciare a qualsiasi intromissione nella politica interna dell'Austria quando fra le pretese c'era l'imposizione della nomina di una nazista a ministro dell'interno con pieni poteri).

E dopo un'invasione simulata si arriva a quella reale del 12 marzo 1938 che è il fulcro del saggio e che, a mio modo di pensare, finisce col penalizzarlo.

Perché l'invasione militare dei nazisti in Austria fu esattamente l'opposto di quello che ci si sarebbe aspettati da un esercito rapido e moderno: a Linz i panzer tedeschi andarono tutti in panne creando un ingorgo pazzesco che ostacolò non poco il passaggio dello stesso Hitler e, di conseguenza, la sua entrata trionfale a Vienna.

Tutto vero, si guastarono anche le moto! Ma la mia domanda è: e allora? Il 15 marzo Hitler venne comunque acclamato dagli austriaci consenzienti davanti al palazzo imperiale. Se anche tre giorni prima fecero una figuraccia, per quanto clamorosa, a cosa servì? A nulla, forse solo a dare a Vuillard un argomento per un suo saggio settantanove anni dopo. La parte bella, interessante, da non dimenticare è quella iniziale, relativa agli industriali che hanno aumentato le loro ricchezze grazie al nazismo senza mai pagarne le conseguenze
Sbeffeggiare i tedeschi (perché il tono usato dall'autore è proprio canzonatorio) per una fila di panzer fuori uso è come perdere una partita 5-1 e deridere gli avversari per quell'unico gol fatto. Ridicolo.

Reading Challenge 2022, traccia di giugno: un libro in cui si parla di un evento storico realmente accaduto



lunedì 27 giugno 2022

"L'avversario", Emmanuel Carrère

 

Ferney-Voltaire (regione Auvergne Rhone-Alpes, Francia), domenica 10 gennaio 1993. I netturbini si accorgono che una casa è in fiamme alle quattro del mattino. Quando i vigili del fuoco riescono a entrare trovano solo una persona ancora in vita, Jean-Claude Romand. Per sua moglie, Florence Crolet, e per i loro due bambini, Antoine e Caroline, rispettivamente di 5 e 7 anni, non c'è più niente da fare. Ma non sono morti a causa dell'incendio: la donna è stata uccisa con violenti colpi alla testa, mentre ai bambini hanno sparato.
Quando Jean-Claude esce dal coma dopo una settimana afferma che il colpevole è un estraneo introdottosi in casa durante la notte. Ma gli inquirenti hanno trovato il messaggio di addio dove si accusava dei delitti. Hanno anche trovato a Clairvaux-les-Lacs i cadaveri  dei genitori di Jean-Claude e del loro cane, tutti uccisi con armi da fuoco. E Corinne, la sua amante, ha testimoniato che ha cercato di strangolarla.
Si appella quindi al raptus di follia, non sapendo che mentre era incosciente l'immenso castello di menzogne che era la sua vita era già crollato: Jean-Claude Romand non si era mai laureato in medicina, non era un ricercatore, non lavorava all'OMS di Ginevra.
Era solo un truffatore e ora anche un assassino.
E questa è una storia vera.

La classificazione che ne fa Amazon mi permette di inserirlo nella traccia bonus di giugno, che prevede la lettura di libri del proprio genere preferito, e il mio è la narrativa contemporanea, ma questo a tutti gli effetti è un reportage e non solo per il taglio giornalistico che lo caratterizza.

Pubblicato nel 2000, viene considerato l'opera gemella de "La settimana bianca" (che ho letto a gennaio) e che Carrère scrisse mentre stava già lavorando a questo romanzo-verità.
Un'altra opera breve (169 pagine) che mi ha coinvolta molto di più rispetto all'altra e non poteva essere altrimenti: le cinque vittime (più il cane) di Romand sono reali, reale è il suo crimine, reale è la sentenza.

E reali sono le sue ricostruzioni: è questo che Carrère racconta basandosi non tanto sull'istruttoria e sugli atti processuali, ma principalmente su quanto raccontato da Romand e da alcuni testimoni, fra cui quello a cui nel libro viene dato il nome fittizio di Luc Ladmiral, il suo migliore amico dai tempi dell'università.

Attraverso le varie dichiarazioni Carrère spiega come abbia fatto Romand a fingere un percorso di studi, prima, e una carriera, poi, riuscendo a imbrogliare anche moglie e genitori, come sia riuscito a mantenere una netta separazione fra la vita privata e quella "lavorativa" e dove abbia attinto alle risorse economiche che hanno permesso, a lui e alla famiglia, di sostenere per oltre quindici anni un tenore di vita decisamente alto.

Analizza le motivazioni che lo hanno portato ad arrivare a costruire la sua falsa doppia vita, basandosi però su sue personali interpretazioni perché - a quanto ho capito facendomi prendere anche dalle ricerche in rete - Romand non ha mai fornito una spiegazione concreta, mentre ha dichiarato di non essersi limitato al suicidio (fallito, e anche qui c'è chi dubita delle sue reali intenzioni) perché non sopportava l'idea di farli soffrire.

Parlare dell'omicidio come atto d'amore per me è inconcepibile, sono molto in disaccordo con certe affermazioni di Carrère che vedeva "in lui non un uomo che ha fatto qualcosa di agghiacciante, ma un uomo al quale è accaduto qualcosa di agghiacciante, vittima sventurata di forze demoniache". E ancora:

"I giornalisti di fronte a lui, la presidente e i giurati a destra, il pubblico a sinistra, lo scrutavano impietriti.
«Non capita tutti i giorni di vedere il volto del diavolo»: così suonava l’attacco dell’articolo comparso il giorno dopo sul «Monde». Io, nel mio, parlavo di un dannato."
Mi trovo, invece, sulla stessa linea di pensiero del pubblico ministero che iniziò la sua requisitoria dicendo:
"Vi parleranno di compassione. Quanto a me, la riservo alle vittime"
Ogni caso è un caso a sé, ma tutto quello che ho letto nel libro e altrove su quest'uomo mi porta a pensare a lui come a un opportunista e a un vigliacco, capace anche di speculare sulle malattie, inventandosi un cancro per sé ed estorcendo (altri) 60.000 franchi a un parente della moglie in fase terminale per quattro pastiglie ancora in fase di sperimentazione all'OMS, ma a suo dire miracolose. Ovviamente inesistenti, come il suo lavoro, come tutta la sua vita, ad eccezione della famiglia che ha sterminato. Trattandosi di un fatto di cronaca, non faccio spoiler aggiungendo che nel giugno 2019, all'età di 65 anni e dopo averne scontato 26 in carcere, Jean-Claude Romand è stato scarcerato e trasferito all'abbazia di Fontgombault con l'obbligo di indossare giorno e notte il braccialetto elettronico per 24 mesi. Vale a dire che a partire da adesso lui - che nel 1996 era stato condannato all'ergastolo - è stato liberato anche dal bracciale. Per i prossimi dieci anni sarà sottoposto alla restrizione della libertà, dopodiché sarà definitivamente libero. Voglio sperare che non abbia passato neppure un giorno senza macerarsi nel rimorso per quello che ha fatto, ma alle sue vittime è andata peggio. Lui non mi fa pena.

Reading Challenge 2022, traccia bonus di giugno: libri del proprio genere preferito (narrativa contemporanea)



venerdì 24 giugno 2022

"La solitudine dei numeri primi", Paolo Giordano

 

Torino, 1991. Alice e Mattia hanno 15 anni quando le loro strade si incrociano. Frequentano la stessa scuola, in classi diverse, e non si sono mai parlati - forse neppure mai visti - fino al mattino in cui lei, per placare l'insistenza della bulla dell'istituto che le chiede di scegliere un ragazzo che le piace, punta il dito su di lui.
Una festa di compleanno, un bacio chiesto e non concesso, un'amicizia che nasce e che li accompagna durante la crescita fino all'età adulta. Un rapporto particolare fra due persone particolari, entrambe artefici e vittime di episodi accaduti durante l'infanzia che li hanno segnati per sempre, esternamente e interiormente.

Paolo Giordano, scrittore e fisico torinese, era partito col botto nel 2008 vincendo con questo suo primo romanzo quattro premi letterari nazionali, Strega, Campiello, Fiesole narrativa Under 40 e Merck Serono.
Avendo appena 26 anni fu anche il più giovane scrittore a vincere il Premio Strega, record ancora imbattuto (dal 2014 c'è anche il Premio Strega Giovani, che però ha il suo albo d'oro separato).
Il libro è  stato tradotto in ventidue paesi.

Io, oltre a non averlo letto prima, non lo avevo neppure in wish list e anche questa volta è stata una traccia della Reading Challenge a portarlo nel mio Kindle.

Sono contenta di averlo recuperato perché mi è piaciuto anche se tutto il palmarès sciorinato prima mi sembra eccessivo: l'ho trovato piacevole, ma non bellissimo; originale, ma non unico; scritto bene, ma non eccelso; toccante, ma non travolgente.
Il festival delle cose non dette.

Soprattutto l'ho trovato terribilmente triste. Sottotitolo perfetto: mai una gioia.

Ha il pregio di spingerti a guardare la tua vita con più magnanimità se hai la fortuna di avere poco o niente in comune con i due protagonisti.
E qui entra in gioco quello che, secondo me, è il punto debole della storia: Giordano, sotto all'ampio ombrello della solitudine, ha messo una moltitudine di macro argomenti (autolesionismo, disturbi alimentari, autismo, bullismo, omosessualità sono solo quelli principali) senza approfondirne nessuno. Forse 26 anni erano troppo pochi per poter trattare in modo convincente tutte queste tematiche.

Ma adesso voglio recuperare anche il film (nonostante l'antipatia che provo verso i due attori protagonisti) e dare un'occhiata alle trame degli altri tre romanzi dell'autore.

PS: anch'io ho sempre trovato meravigliosi i numeri primi!

Reading Challenge 2002, traccia di giugno: un libro dove il protagonista cresce



giovedì 23 giugno 2022

"Biancaneve", Donald Barthelme



"Dimenticate Walt Disney e i fratelli Grimm"

Così inizia la sinossi. Ma dimenticatela proprio: la Biancaneve di Barthelme ha 22 anni, dorme con un pigiama di latex nero, scrive poesie erotiche, beve vodka Martini e vive in una specie di comune.
Dimenticatevi anche dei simpatici nanetti: al posto di Brontolo, Pisolo, Eolo, Cucciolo, Mammolo, Dotto e Gongolo ci sono Bill, Kevin, Edward, Hurbert, Henry, Clem e Dan, uomini di altezza normale che non fanno i minatori, ma i lavavetri, oltre a produrre omogeneizzati.

Sono loro la voce narrante del romanzo e l'uso della prima persona plurale è una delle pochissime particolarità che sono riuscita ad apprezzare di queste 232 pagine divise in capitoli brevissimi non numerati che non hanno in comune una trama (perché di trama non ce n'è), ma un nonsense per me - che sono fatta come sono fatta - totalmente destabilizzante.

Donald Barthelme, nato a Philadelphia nel 1931, ma cresciuto a Houston, e morto di cancro nel 1989, giornalista al New Yorker per 25 anni e considerato uno dei più autorevoli scrittori del Novecento, ha pubblicato anche venti romanzi, dei quali al momento solo sei sono stati tradotti in italiano, ma io mi fermerò a questo.

Avevo inserito questo titolo nella mia wish-list sentendone parlare da Marco Cantoni in un suo vecchio video. Dalla sua descrizione mi era chiaro che non mi sarebbe piaciuto ("Per chi ama la letteratura postmoderna americana e per chi ama la letteratura di sperimentazione"), ma ne avevo preso nota proprio perché particolare, pensando che avrebbe potuto essermi utile se nella Reading Challenge fosse capitata una traccia su una rivisitazione. E infatti...

Nonostante credessi di essere preparata a una lettura d'avanguardia, in realtà non lo ero abbastanza e non è stato facile. Soprattutto all'inizio sono stata tentata più volte di abbandonare (cosa che non ho mai fatto), ma poi ho stretto i denti (precisiamo: questo non è certo un libro di basso livello, anzi. Ma io e questo genere di scrittura siamo compatibili come la maionese mescolata al caffè!) e sono andata avanti, anche per vedere fino a che punto si sarebbe spinto.

Spinto, parola che non uso a caso: speravo che lo fosse. Biancaneve, che neppure da bambina mi era simpatica, mi ha sempre dato l'idea di essere più adatta a un film porno che a un cartone animato, e invece Barthelme in questo mi ha proprio delusa perché - se anche la sua Biancaneve, nell'attesa di trovare il principe azzurro ai sette non fa il letto, ma ci va a letto ( e nella doccia) - questo aspetto viene lasciato all'immaginario. Peccato.

Il finale è riuscito a soddisfare la mia vena cinica, ma senza ripagarmi dallo smarrimento per questo vortice di parole.

"A cosa pensa Biancaneve? Nessuno lo sa. Oggi è entrata in cucina e ha chiesto un bicchier d’acqua. Henry le ha dato il bicchier d’acqua. «Non mi chiedi perché voglio questo bicchier d’acqua?», ha domandato. «Pensavo che lo volessi bere», ha detto Henry. «No, Henry», ha detto Biancaneve. «Non ho sete. Tu non fai attenzione, Henry. Non hai l’occhio sulla palla». «Allora perché vuoi il bicchier d’acqua, Biancaneve?» «Che cento fiori sboccino», ha detto Biancaneve. Poi è uscita, portando con sé il bicchier d’acqua. È entrato Kevin. «Ho visto Biancaneve nel corridoio, mi ha sorriso», ha detto Kevin. «Piantala, Kevin, piantala. Piantala e dimmi che cosa significa: che cento fiori sboccino». «Non lo so, Henry», ha detto Kevin. «So soltanto che è cinese». A cosa pensa Biancaneve? Nessuno lo sa."
Sicuramente io sono troppo tradizionale, troppo banale, troppo concreta per poter apprezzare passaggi come questo (avrei potuto trascrivere una pagina qualunque: il libro è tutto così), ma penso che in questo caso si vada molto oltre e che il libro sia adatto a una minoranza, non a lettori comuni. E queste tematiche (la controcultura degli anni '60 con il femminismo, il sesso libero, le "comuni" e gli allucinogeni) me le sarei godute di più se raccontate in modo lineare. Ma quello che mi ha davvero delusa è il non essermi riuscita a divertire come assicuravano Marco Cantoni nel suo video ("Un romanzo in cui si ride tantissimo, un umorismo sottile, ma incredibile"), Ivano Bariani nella sua prefazione ("Di base, c’è che Barthelme è mostruosamente, cervelloticamente divertente") e Fernanda Pivano nel suo "Libero chi legge" ("Assicuro che si ride, in maniera intelligente e non banale"). A me non ha divertito e le "indigeribili tecniche innovative di D.B." (cit. Bariani) le ho trovate proprio indigeste.

Reading Challeng 2022, traccia di giugno: un retelling



martedì 21 giugno 2022

"I segreti di mio marito", Liane Moriarty

 

Australia, lunedì 2 aprile 2012. Tre donne, tre scoperte, più di tre vite stravolte.
A Melburne è mattina quando la trentacinquenne Tess O'Learay viene informata da Will (suo marito) e da Felicity (la sua inseparabile cugina) che si sono perdutamente innamorati l'uno dell'altra.
A Sidney è primo pomeriggio quando la quarantaduenne Cecilia Fitzpatrick scorge una busta ingiallita fra le carte scivolate fuori dal raccoglitore che ha inavvertitamente scontrato in soffitta. Riconosce subito la calligrafia di suo marito John-Paul, c'è scritto "per Cecilia" e subito sotto "da aprirsi solo dopo la mia morte".
Poco distante è sera quando Rob avvisa la madre, la sessantottenne Rechel Crowley, che ad agosto lui e la moglie si trasferiranno a New York per due anni.
Mentre la prima ha già preso un aereo per tornare a Sidney con suo figlio e la seconda non sa se riuscirà a resistere alla tentazione di aprire quella lettera nonostante il  marito sia ancora vivo e vegeto, la terza precipita subito nella disperazione perché Rob e Lauren ovviamente porteranno in America anche Jacob, il loro bambino di due anni, colui che aveva ridato un senso alle giornate di Rachel dalla morte della figlia Janie, ventotto anni prima.

Giusto una settimana fa è uscito "Mai fidarsi delle apparenze", la versione italiana dell'ultimo romanzo di questa autrice che libro dopo libro mi piace sempre più, tanto da aver deciso di inserire i titoli che ancora devo leggere alla prima traccia utile della Reading Challenge.

"I segreti di mio marito" - il suo quinto romanzo (scritto nel 2013) e il terzo tradotto in italiano (spero che prima o poi recuperino anche i due mancanti) -  è fortemente penalizzato dal titolo (anche da quello originale, "The husband's secret", che però ha più senso: il segreto è uno solo) e dalla copertina (soprattutto da questa de I miti Mondadori) che fanno pensare a un banale chick lit.
Liane Moriarty non è Joyce Carol Oates, le sue storie si limitano a raccontare le esistenze dei suoi personaggi con quel giusto mix di gioie e dolori, svaghi e preoccupazioni, banalità e situazioni più difficili comuni alla vita di chiunque, senza mai affrontare macro tematiche e diventando così classificabili in letture di svago.

Ma sono letture di svago davvero piacevoli.

Questa volta rispetto a "Esprimi un desiderio, anzi tre" e a "In cerca di Alice" c'è anche una forte componente gialla che - seppur trattando un caso completamente diverso - mi ha ricordato la serie TV "Big little lies", tratta dal suo sesto romanzo, "Piccole grandi bugie", il prossimo che leggerò nonostante abbia già visto il telefilm (lo so, è un termine vecchio, ma non mi viene un altro sinonimo di serie TV e poi coi telefilm io ci sono cresciuta ^^).

E' ovvio che Cecilia leggerà la lettera (altrimenti non ci sarebbe stato nessun romanzo da leggere) e già dal titolo sappiamo che l'irreprensibile John-Paul ha un grosso scheletro nell'armadio. Ma la Moriarty riesce a sorprendere e coinvolgere rendendo difficile staccarsi dalla lettura in un crescendo di attesa e di drammaticità che non ci si aspetta.
Altro che chick lit (con tutto rispetto per il genere, che non disdegno affatto).

Reading Challenge 2022, traccia di giugno: un libro con un protagonista di mezza età