giovedì 16 agosto 2018

"Il ladro di anime"


Dopo aver letto "La terapia", opera prima di Fitzek, mi ero ripromessa di recuperare presto anche gli altri suoi romanzi e, invece, ho fatto passare tre anni prima di avventurarmi sul secondo, cosa che succede spesso quando si ha una wish list di libri da leggere che si allunga quotidianamente o quasi!

Periferia di Berlino, antivigilia di Natale, presente: sui banchi di una tetra aula una giovane coppia si ritrova a leggere una cartella clinica mascherata da romanzo. O viceversa. Hanno risposto a un annuncio dell'università che prometteva un  compenso di 200€  a chi avesse accettato di sottoporsi a un test psicologico non meglio precisato. In cattedra un professore, perso nei suoi tristi pensieri.
Sempre periferia di Berlino, vigilia di Natale, ma di un numero imprecisato di anni prima. La città vive nella paura a causa del cosiddetto "ladro di anime": non lo si può definire un serial killer perchè non uccide, ma ha già ridotto tre donne in stato vegetativo. Ed ora il ladro di anime si trova all'interno di una clinica psichiatrica dove c'è anche la donna che vuol far diventare la sua quarta vittima. I telefoni non funzionano, i cellulari non prendono e la villa è isolata dal resto del mondo a causa di una violentissima tempesta di neve. Le poche persone all'interno, fra cui Caspar, paziente della clinica affetto da amnesia, devono "solo" cercare di rimanere vivi fino alle 8 del mattino, quando arriverà il personale del turno di giorno...

Non posso dire che mi sia piaciuto quanto "La terapia". Stile e meccanismi sono gli stessi, quelli del Thriller Psicologico con la T e la P maiuscole: dopo una partenza un po' lenta, il ritmo diventa incalzante (anche grazie ai tanti capitoli brevi), spinge a proseguire la lettura per scoprire chi sia il ladro di anime e, soprattutto, per capire quale collegamento ci sia fra i due livelli temporali.
Però non mi ha fatto provare quella sana frenesia da thriller, bensì un genere di ansia opprimente e, quindi, poco piacevole.

L'accurata ricostruzione finale dà una risposta a tutto, anche con l'aiuto di un paio di fortunate coincidenze, come viene ammesso nel testo stesso, ma Fitzek ci ha messo troppi elementi da thriller di azione con i pochi personaggi (dieci in tutto, nessuno davvero ben costruito) che scappano all'interno della clinica chiudendosi di volta in volta in un locale diverso nel tentativo di sfuggire al ladro di anime.

In tantissimi punti ho avuto l'impressione che sia un libro scritto strizzando l'occhio al cinema: non manca nessuno degli espedienti usati per far fare un salto sulla poltrona allo spettatore (e io in questi frangenti faccio salti olimpionici!): la bufera di neve, la villa inquietante, la persona incosciente che all'improvviso spalanca gli occhi girando la testa di scatto, l'ombra furtiva colta con la coda dell'occhio, il lamento che arriva dall'interfono... C'è anche l'ascensore le cui porte, fuori dal campo visivo della persona braccata, non riescono a chiudersi perchè sbattono contro a un ostacolo!
Scene viste e riviste e che, se sullo schermo funzionano benissimo, sulla carta difficilmente riescono a generare lo stesso grado di spavento.

Resta comunque un libro apprezzabile per gli amanti del genere e che sicuramente non mette fine al mio interesse verso questo autore.

Mi è piaciuto il ritorno di due personaggi già presenti ne "La terapia": le due storie non sono collegate e i due, che nel primo romanzo erano protagonisti, qua vengono solo citati, però se si ha buona memoria ti portano a dire "Toh, eccoli di nuovo qua" (detto in genovese, "te-i chi", rende meglio ^^). Sono quelle piccole cose che a me piacciono tanto.

Come mi sono piaciuti i ringraziamenti finali: di solito li trovo noiosi, utili solo all'autore. Per lo meno Fitzek è stato originale.

Reading Challenge 2018: questo testo risponde al requisito "un libro di un autore tedesco" (numero 4 indizi difficili)

martedì 14 agosto 2018

"Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde"


Uno scopo delle Reading Challenge è anche quello di uscire dalla propria comfort zone cosa che quest'anno, grazie ai tantissimi indizi che ho a disposizione, finora ho fatto pochissimo. Anche per questo mi sono decisa a pescare fra i libri di mio marito uno dei non pochi romanzi che tutto il mondo ha letto, tranne me!

Siamo nella Londra di Jack lo Squartatore quando all'avvocato Utterson viene raccontato un episodio violento compiuto da un uomo raccapricciante. Ed è grande il suo stupore quando gli viene altresì riferito che a risarcire i danni da lui causati era stato un suo caro e illustre amico, il dottor Jekyll. Utterson non riesce a capire quale legame possa esserci fra due individui così diversi e ancor meno si capacita del modo in cui il dottore comincia a prendere le distanze da tutto e da tutti, lui compreso. Per non parlare dell'assurdo testamento che gli ha affidato!
E' chiaro che sta succedendo qualcosa e che la colpa vada attribuita a questo tetro e misterioso individuo, mister Hyde...

Come ho specificato ogni volta che se n'è presentata l'occasione, non amo i classici: fra quelli che ho letto, pochi mi sono piaciuti davvero, alcuni li ho apprezzati, ma la maggior parte li ho letti con una certa sofferrenza perchè troppo difficili per me e/o perchè la scrittura e soprattutto, i contesti non contemporanei mi annoiano.

Questo posso inserirlo fra i classici che mi sono piaciuti. Ho trovato lo stile scorrevole e rilassante, ed attuale il dualismo fra il bene e il male. Fa riflettere perchè siamo tutti un po' buoni e un po' cattivi, e se lasciamo emergere la parte migliore o quella peggiore di noi stessi dipende da tanti fattori, spesso sciocchi e quasi sempre egoistici. O per lo meno è così che succede a me: non sono nelle condizioni di fare grandi opere di bene, ma non ho mai nemmeno ucciso nessuno, però potrei senz'altro essere migliore di quello che sono.

Reading Challenge 2018: questo testo risponde al requisito "un libro classico" (numero 1 indizi facili)

domenica 12 agosto 2018

"La cura"


Scritto e ambientato nel 2010. 
New York. Laurie Montgomery, la patologa forense protagonista di tanti romanzi di Cook insieme al marito Jack Stapleton, rientra al lavoro dopo venti mesi di maternità. Il primo caso che le viene assegnato riguarda un giovane asiatico morto mentre aspettava la metropolitana, sembrerebbe per cause naturali. Un John Doe. L'autopsia non rileva nè patologie preesistenti nè una causa di morte certa e Laurie decide di spingersi più in là nelle ricerche, non solo con analisi più specifiche, ma anche visionando i video di sorveglianza posti sul marciapiede del metrò, scoprendo che l'uomo era inseguito da altri due asiatici e intuendo come questi possano averlo ucciso.

Per una buona quindicina di anni i medical thriller e Robin Cook sono stati il mio genere di lettura e il mio scrittore preferiti. Poi ho cominciato ad appassionarmi ad altri tipi di thriller abbandonando via via Slaughter, la Cornwell, la Reichs, ecc, ma non Cook, pur smettendo di dare la precedenza ai sui suoi romanzi appena uscivano (e infatti ho accumulato otto anni di ritardo).

Questo è il peggiore che io ricordi.

Come sempre Cook "usa" il libro per denunciare i difetti della sanità statunitense e/o mondiale. Questa volta evidenzia come gli interessi economici abbiano reso i brevetti più importanti della stessa ricerca e come, arrivando a brevettare addirittura processi vitali (cosa in teoria illegale sia negli Stati Uniti che in Europa) si crei un rallentamento della ricerca perchè è sempre più difficile andare avanti senza violare il brevetto di qualcun altro. Il vero protagonista di questa storia è, quindi, un brevetto di cellule staminali pluripotenti indotte conteso fra USA e Giappone e la parte bella è il dito di Cook puntato contro il binomio medicina-affari.

Le parti brutte, per me, sono purtroppo tante: intanto destreggiarmi con i tanti nomi giapponesi (non solo di persone) è stato veramente faticoso, ho dovuto crearmi uno schema per avere chiari i vari collegamenti.
Poi il personaggio di Laurie che, come al solito, mi ha notevolmente infastidito con tutta la sua permalosità aggravata questa volta dall'insicurezza.
Proseguendo, non mi è piaciuto il ruolo primario che Cook ha dato alla criminalità organizzata: non so quanto di losco ci sia davvero nel ramo biomedico, ma qui abbiamo sia la Yakuza giapponese che la Mafia di Long Island, intrallazzate fra loro. E i mafiosi sembrano delle caricature uscite da un filmetto anni '70, in giacca e pantaloni di velluto con toppe sui gomiti e sulle ginocchia, stupidi come pochi e grandi mangiatori di pastasciutta alle tre del pomeriggio nei loro ristoranti di copertura con le tovaglie a quadrettoni biancorossi! 
Mi domando se abbia stereotipato anche i mafiosi giapponesi, tutti vestiti di nero e camicia bianca, capelli a spazzola e occhiali da sole anche a mezzanotte...

Comunque sia, l'aspetto peggiore è la ripetitività: per buoni tre quarti del libro ogni incontro che avviene fra i vari personaggi viene descritto una prima volta quando si verifica per poi essere ripetuto altre due volte, quando le due parti raccontano ai loro contatti cosa è stato detto e deciso! Un sistema noioso e davvero inspiegabile in un romanzo di Robin Cook che può piacere o meno, ma che di sicuro sa scrivere.

Proprio in questi giorni ho scoperto che gli ultimi suoi quattro romanzi non sono stati tradotti in italiano, per cui ne ho soltanto un altro da leggere ma, dopo "La cura", non mi strappo i capelli come avrei fatto a vent'anni in piena fase di adorazione.

Reading Challenge 2018: questo testo risponde al requisito "un libro che costa più di 17€" (numero 11 indizi difficili)



sabato 11 agosto 2018

Prodotti finiti 2018/14

 


1 -  Fierce Flicks precision tip liquid eyeliner, Ciaté: eyeliner a penna nero trovato nel calendario dell'avvento di Look Fantastic, colore intenso, discreta scrivenza e buona durata nel corso della giornata. Il difetto, per me che preferisco gli eyeliner opachi (e quindi che per molte sarà sicuamente un pregio), è l'effetto vinilico: riuscivo a metterlo solo con gli ombretti molto luminosi, altrimenti il contrasto era netto e non mi piaceva.

2 - blush Margin, MAC: un bellissimo pesca che virava al rame, finish frost, quindi molto luminoso e anche molto carico, tanto che nel corso degli anni l'ho usato solo sulla pelle abbronzata, con grande soddisfazione.

3 - latte solare spray Vaniglia nera & Monoi SPF 30, Bottega Verde: ottimo come tutti i solari di BV, si spalmano bene senza far sudare, lasciano la pelle morbida e, soprattutto, la proteggono benissimo, per lo meno la mia. Di questo mi aspettavo una profumazione più intensa.

4 - solare Satin Protection, SPF 15, Hawaiian Tropic: l'ho apprezzato molto di più rispetto all'anno scorso, continuo a preferire i solari di Bottega Verde, ma questo è davvero praticissimo in spiaggia, si spruzza e non necessita di essere spalmato.

5 - balsamo capelli restitutivo illuminante, linea SOL, Bottega Verde: con olio di cocco ed estratto di lime,  ha una consistenza corposa, nutre e districa benissimo i capelli lasciandoli morbidi e sani. Che io ricordi, è il miglior balsamo mai provato!

6 - Baume du Randonneur, Le couvent de minimes: lascia i piedi molto morbidi e ha un buon profumino al limone, una bella coccola serale, ma per quanto sia un buon prodotto, il suo prezzo è davvero esagerato.

7 - olio da massaggio Luna, Tea Natura: un buon olio che lascia la pelle molto morbida, ma l'odore, oltre ad essere fortemente maschile, è terrificante, credo a causa degli olii essenziali contenuti.

8 - bagnoschiuma alle proteine del riso, Antos: niente da dire sulla qualità, fa quello che deve fare lasciando la pelle morbida, che non tira. Ma anche in questo caso l'odore era terribile per il mio naso! Una profumazione erbacea, amara e decisamente maschile.

9 - spray protettivo per capelli, linea SOL, Bottega Verde: solita recensione, prodotto molto valido, all'applicazione sembra di spruzzare dell'acqua, i capelli si inumidiscono e basta, non restano unti nè altro, ma li protegge benissimo e li lascia morbidi. Inoltre entrando in acqua non fa chiazze, cosa che mi dà l'idea di essere un po' meno inquinante.


10 - struccante bifasico, Nivea: solita recensione, ottimo, non mi fa bruciare gli occhi, non mi appanna la vista e, ovviamente, strucca benissimo e facilmente.