mercoledì 8 aprile 2026

"La ragazza che levita", Barbara Comyns

 

Londra, un'estate degli anni Cinquanta. Alice ha 17 anni quando la madre, malata da tempo, muore lasciandola sola con il padre, il dottor Rowlands, veterinario, uno di quelli che agli animali (e alla figlia) fanno più male che bene. La situazione, già brutta, peggiora in fretta quando Rosa Fisher, sguaiata donna di facili costumi, prende possesso della casa nelle vesti di futura matrigna. Una convivenza difficile per tutti, finché a novembre Alice viene mandata nell'Hampshire come dama di compagnia per la madre di Henry Peebles, il giovane che sostituisce il padre in caso di bisogno. E saranno l'isolamento e la solitudine a portare il suo corpo a manifestare già dalla prima notte un potere straordinario.

Il titolo scelto per l'edizione italiana di "The Vet's Daughter" uccide sul nascere ogni possibile suspense legata al superpotere di Alice: la ragazza fluttua. La prima volta neppure capisce se si è trattato soltanto di un sogno, ma in breve si rende conto di poterlo fare a comando.

Che a Barbara Comyns piacesse stupire i suoi lettori lo avevo già capito due anni fa leggendo "Chi è partito e chi è rimasto", che non ero riuscita ad apprezzare proprio a causa delle tante stramberie. Questo, scritto cinque anni dopo (1954 vs 1959), mi è piaciuto molto di più, pur non amando durante la lettura questo vezzo della levitazione, che si rivela funzionale solo per il finale.

Anche questo è un romanzo molto breve (151 pagine) con una storia che si sviluppa nell'arco di un anno scarso. Un libro triste perché è tale l'esistenza della protagonista, quella della madre di lei, quella della madre di Henry Peebles (che lei chiama Occhiolino a causa del tic che lo caratterizza), quella di Lucy (l'amica sordomuta di Alice) e quella del pappagallo, che Rosa fa rinchiudere nel bagno del seminterrato.

E chi non è triste in realtà non sembra tale solo perché la cattiveria supera la mestizia.

Una desolazione che ho trovato rilassante e che qua e là viene stemperata dalle uscite strampalate della Comyns.

"Era forse (levitare) qualcosa che capitava alle persone quando dormivano in letti diversi dai loro? Forse era una cosa che accadeva spesso, ma di cui non si parlava mai, come le emorroidi."

Reading Challenge 2026, traccia Incantesimo di aprile


lunedì 6 aprile 2026

"Inés dell'anima mia", Isabel Allende

 

Santiago della Nuova Estremadura (Regno del Cile), 1580. Doña Inés Suárez non conosce la sua data di nascita, la madre le aveva detto di averla partorita poco dopo la morte di Filippo il Bello di Spagna, per cui sa anche di aver superato i 70 anni e di essere prossima alla fine. Comincia così a scrivere la storia della sua vita, dalle umili origini spagnole al rivestire un ruolo di grande rilievo nella conquista del Cile e nella fondazione della città di Santiago.

Quella scritta nel 2006 da Isabel Allende è a tutti gli effetti la biografia di questa donna. Un libro frutto di quattro anni di ricerca per ricostruire gli eventi di Inés, per secoli dimenticata dagli storiografi.

Un primo marito, un viaggio verso il Nuovo Mondo intrapreso da sola per raggiungerlo, la scoperta di essere vedova, quindi la ventennale relazione con Pedro de Valdivia, conquistatore del Cile, e poi un nuovo, lungo matrimonio felice che la portò a diventare Governatrice della nazione conquistata.

Talmente dettagliato e accurato da sembrare più un libro di testo, non un semplice romanzo storico.

Fare di Inés la voce narrante è stato un rischio, il punto di vista predominante è quello degli spagnoli, cosa che in molte parti ha condizionato il mio piacere per la lettura, anche se la Allende si è dimostrata, come sempre, molto attenta e onesta.

Avidità, solo avidità. Il giorno in cui noi spagnoli abbiamo messo piede sul suolo del Nuovo Mondo abbiamo segnato la fine di quelle culture. All’inizio ci accolsero bene. La loro curiosità superò la prudenza. Non appena si resero conto che agli strani barbuti spuntati dal mare piaceva l’oro, quel metallo morbido e inutile che loro possedevano in abbondanza, glielo regalarono a piene mani. Tuttavia, ben presto, il nostro insaziabile appetito e brutale orgoglio risultarono offensivi. E ci mancherebbe altro! I nostri soldati abusano delle loro donne, entrano nelle loro case e sottraggono senza chiedere permesso quel che gli pare e il primo che osi frapporsi lo mandano all’altro mondo con una sciabolata. Proclamano che la terra in cui sono appena arrivati appartiene a un sovrano che vive dall’altra parte del mare e pretendono che i nativi adorino due bastoni a forma di croce."

Uno di quei libri che spinge a continui approfondimenti, qui a maggior ragione perché ogni personaggio è realmente esistito.

In particolare mi ha colpita la storia di Lautaro, che da ragazzino fu servo di Pedro de Valdivia, ruolo che gli permise di individuare i punti di forza e le debolezze degli spagnoli, tornando poi dalla sua gente per guidarla in quella che nel libro viene chiamata Guerra del Cile e che culminò con la Battaglia di Tucapel, in cui morì Pedro de Valdivia, che fermò l'espansione spagnola verso sud, temporaneamente, ma significativamente.

"Gli huincas sono uomini, muoiono come i mapuche, ma si comportano come demoni. A nord hanno bruciato vive intere tribù. Pretendono che accettiamo il loro dio inchiodato su una croce, un dio della morte, che ci sottomettiamo al loro re, che non vive qui e non conosciamo, vogliono occupare la nostra terra e farci diventare loro schiavi. Perché? domando io alla gente. Per niente, fratelli. Non apprezzano la libertà. Non sanno nulla di orgoglio, obbediscono, mettono le ginocchia a terra, chinano la testa. Non sanno nulla di giustizia, né di reciprocità. Gli huincas sono pazzi, ma sono pazzi cattivi."

Huincas: il modo in cui gli indios cileni chiamavano i conquistadores nella loro lingua, il mapudungu. Significa bugiardi e ladri di terre.

Impossibile dar loro torto. Difficile apprezzare pienamente la figura di questa donna.

Reading Challenge 2026, traccia Incantesimo di aprile

venerdì 3 aprile 2026

"Piccoli sacrifici", Ann Rule

 

"Qualcuno ha sparato ai miei bambini"

Springfield (Oregon), 19 maggio 1983. E' questo che una giovane donna bionda urla mentre si trova accanto a un'auto rossa ferma nello spazio di fronte all'ingresso del pronto soccorso del McKenzie-Willamette Hospital di Springfield. Sono da poco passate le 22.30 e quello che i sanitari si troveranno davanti aprendo le portiere del mezzo sarà devastante. Una bambina giace a terra nello spazio davanti al sedile del passeggero, per lei non c'è più nulla da fare. Sul retro un'altra bambina con due fori di proiettile sul torace e un altro su una mano. E un bambino più piccolo a cui hanno sparato alla schiena da poca distanza. Entrambi agonizzanti.
La donna ha solo una lieve ferita sull'avambraccio sinistro.
E' Diane Dows, 28 anni, la madre dei tre bambini. Racconta che mentre rientravano a casa dopo aver fatto visita a un'amica ha visto un uomo in mezzo a una strada isolata. Si è fermata ed è scesa pensando che avesse bisogno di aiuto. Lui voleva le chiavi dell'auto, si era avvicinato e aveva sparato ai bambini.
Esattamente un anno dopo ha inizio il processo che finirà con un verdetto di colpevolezza all'unanimità e una condanna all'ergastolo, ma non per un uomo: a uccidere Cheryl, di 7 anni, e a rendere disabili Christie (8 anni) e Danny (3) è stata la loro madre che oggi si trova ancora in carcere dopo essersi vista respingere per quattro volte (l'ultima lo scorso anno) la richiesta per la libertà vigilata.

Quest'ultima notizia, insieme ad altre, l'ho trovata in rete perché il libro è stato scritto nel 1987 e, in questa edizione, ha un aggiornamento che riguarda l'anno successivo, fermandosi quindi al 1988.

Un tomo di 574 pagine che Anne Rule 
(1931 - 2015) ha impiegato tre anni per scrivere. Nel 2021 avevo letto il suo primo e più famoso romanzo, "Un estraneo al mio fianco" (il serial killer Ted Bundy), scritto nel 1980, ma questo mi è piaciuto molto di più.

Un true-crime vecchio stile estremamente minuzioso e dettagliato, molto descrittivo anche su cose poco rilevanti (ad esempio i capi indossati anche da figure di scarsa importanza), ma anche per questo completo.

Al prologo di quasi cento pagine, dove viene descritto il crimine e l'arrivo della donna all'ospedale con i figli, segue la prima parte, la più lunga (quasi trecento pagine) dove la Rule descrive le indagini e ricostruisce la vita della Dows con un'analisi approfondita della famiglia di origine: un padre tiranno, una madre sottomessa, cinque figli in sette anni. Diane era la primogenita e venne abusata dal padre quando aveva 12 anni (però tutta la famiglia andava in chiesa due volte alla settimana, ogni mercoledì e ogni domenica). Quindi il matrimonio di Diane a diciotto anni, le due bambine avute dal marito, il bambino figlio di un amante (uno dei tantissimi), un'altra figlia avuta come madre in affitto.

Si passa poi al processo (centocinquanta pagine che riportano anche intere trascrizioni dei verbali), alla conclusione (una decina) e infine all'aggiornamento sopracitato (quaranta pagine) sull'evasione della Dows dal carcere e la cattura avvenuta dieci giorni dopo.

Diane Dows era una donna con 125 di QI che sognava di diventare medico senza avere neppure raggiunto il diploma e che dopo quattro anni di carcere in un'intervista dichiarò che un giorno avrebbe voluto presentarsi per una carica pubblica perché "era più che ovvio che il Paese avesse bisogno di una guida forte".

Narcisista, egoista, sociopatica: alcune delle patologie riscontrate dagli psichiatri incaricati dal tribunale. Una madre che ha sparato ai propri figli perché l'uomo di cui era follemente innamorata da qualche mese le aveva detto che non voleva far loro da padre!

Una storia vera di cui quindi si conosce già il finale, ma il bello dei true-crime sono le ricostruzioni che Ann Rule è stata bravissima a fare.

Reading Challenge 2026, traccia annuale Oujia


mercoledì 1 aprile 2026

Reading Challenge 2026: tracce di aprile

    


Traccia della pozione, libri fake dating/relationship

Traccia incantesimo, formare una frase con parole estrapolate dai titoli dei libri letti:

  • MIA: Inés dell'anima mia, Isabel Allende (3 punti)
  • LA: La ragazza che levita, Barbara Comyns (1 punto)


Traccia scopa volante, libri ambientati in Austria:


Traccia calderone:

  • libri con un mezzo di trasporto a motore in copertina

  • libri con personaggi che hanno dei superpoteri

Traccia famiglio, libri con il titolo di una sola parola:


Traccia grimorio, libri collegabili all'immagine fornita:



I miei punti di aprile: 4



martedì 31 marzo 2026

"Lasciami andare, madre", Helga Schneider

 

"Dopo ventisette anni oggi ti rivedo, madre, e mi domando se nel frattempo tu abbia capito quanto male hai fatto ai tuoi figli"

Vienna, martedì 6 ottobre 1998. E' questa la domanda che attanaglia Helga Schneider mentre sta andando alla casa di riposo dove è ricoverata la madre. A fine agosto un'amica di questa le aveva scritto esortandola ad andare a trovarla:

«Sua madre si sta avvicinando ai novant’anni» concludeva la lettera «e potrebbe andarsene da un giorno all’altro. Perché non prende in considerazione l’eventualità di incontrarla un’altra volta? Dopotutto, è sempre sua madre.»

E' dal 1971 che madre e figlia non si vedono e prima di quella volta non avevano avuto contatti per trent'anni, cioè da quando nel 1941 la madre si era arruolata nelle SS abbandonando l'autrice (che all'epoca aveva quattro anni) e il fratellino di diciannove mesi a casa di una zia paterna.

Ne "Il rogo di Berlino", letto quattro anni fa, la Schneider racconta gli anni dell'infanzia e descrive l'incontro del '71. In questo ripete alcuni episodi (ad esempio quando nel dicembre 1944 lei e il fratello andarono nel bunker berlinese di Hitler con decine di altri bambini per un incontro propagandistico), ma c'è più dialogo.

Un incontro - questo del 1998 - durato poco più di due ore. La madre, che all'epoca venne condannata a sei anni dal Tribunale di Norimberga come criminale di guerra, in principio non è lucida, non riconosce la figlia, anzi, dice che i suoi figli sono entrambi morti. Quando poi si convince che quella che ha di fronte è proprio Helga la deride perché è vecchia.

Da lì l'incontro sembra diventare un interrogatorio: la figlia vuole che la madre ammetta il ruolo che ebbe prima nel campo di concentramento di Ravensbrück (la donna assisteva i medici nazisti durante gli esperimenti sulla rigenerazione dei muscoli o sui trapianti ossei e negli studi sugli agenti patogeni con cui infettavano le prigioniere per poter sperimentare su di loro i sulfamidici) e poi in quello di sterminio di Birkenau.

Quello che ottiene è lo sdegno con cui la madre racconta di quando i russi arrivarono a liberare il campo: "Nella sua voce brucia ancora l'offesa".

Se prima di parlarle si illudeva che fosse cambiata, che con la vecchiaia fosse arrivato il pentimento, ascoltandola l'illusione si sgretola.

"Be’, figlia mia, ti piaccia o no, io non sono pentita di essere appartenuta alla Waffen-S.S., è chiaro? E sappi inoltre che fui io stessa a farmi avanti per essere assegnata a uno di quei campi - e vuoi sapere perché? Perché ci credevo. Credevo nella missione della Germania: liberare l’Europa da quella… da quella razza ripugnante."

Allo stesso modo non c'è traccia di rimpianto per aver scelto di abbandonare i figli piccoli preferendo a loro il potere.

"Di fronte a un gruppo di prigioniere ebree ti sentivi onnipotente. Guardiana di denutrite, esauste e disperate ebree dal capo raso, dallo sguardo vuoto - che miserabile potere, madre!
Che cosa può provare una figlia per una madre che ha rifiutato di fare la madre per entrare a far parte della scellerata organizzazione di Heinrich Himmler?
Difficile dire: nulla. Dopotutto sei mia madre. Ma impossibile dire: amore. Non posso amarti, madre."

Reading Challenge 2026, traccia Calderone di marzo: libri con un genitore cattivo

domenica 29 marzo 2026

"Donne in fuga. Vite ribelli nel Medioevo", Maria Serena Mazzi

 

Perché scappavano le donne nel Medioevo? E da cosa fuggivano? Sono queste le domande a cui risponde questo breve saggio (182 pagine) pubblicato nel 2017.
Meno complesso rispetto a "La mala vita", che avevo letto nel 2023, offre una visione di quello che era la condizione delle donne nel Medioevo integrandola con numerosi cenni biografici di personaggi più o meno noti, da Eleonora d'Aquitania a Giovanna d'Arco, da Margery Kempe a Ildegarda di Bingen e tante altre.

Una volta cresciute, il più delle volte neppure troppo, le ragazze si trovavano davanti soltanto due possibili percorsi da seguire, quello del matrimonio o quello dei voti. Una scelta che non spettava a loro e che era condizionata da svariati fattori familiari: numero dei figli, dote a disposizione, volontà di legare il proprio nome a quello di un'altra famiglia giudicata degna, eccetera.

"L’insieme degli ordinamenti giuridici, unito alla cultura teologica e filosofica, modellavano la concezione e la condizione femminile. Esclusa dal mondo politico, tenuta lontano dall’istruzione e dalla scrittura, con l’eccezione delle appartenenti ai ceti aristocratici, malvista nei luoghi della socialità, confinata nell’abitazione familiare, reclusa nei monasteri e nei conventi o nelle case di soccorso che sembravano create contro di lei anziché per lei, la donna medievale scorgeva margini di libertà, talvolta, nell’indipendenza del lavoro, nello studio, nel mettere per iscritto pensieri e parole e nella sfida al dogma e alle consuetudini, dunque nell’eresia."

Poche avevano forza, coraggio e/o possibilità per sottrarsi al volere del padre (o dei fratelli e a volte anche della madre, se vedova o in altre circostanze particolari) e spesso infrangendo le regole si trovavano a percorrere la strada che le portava alla morte.

"Ma scegliere di farsi uccidere è forse anch’esso un modo di fuggire? Per combattere l’ingiustizia, per difendere la verità, per non arrendersi di fronte alla prevaricazione e alla violenza, per non sconfessare il proprio operato e conservare la libertà di essere, si può decidere di annullare se stessi in una estrema forma di fuga?"

Sicuramente per ribellarsi era necessario avere del potere, una ricchezza personale, un certo tipo di carattere, ma anche una buona cultura: "Saper leggere e scrivere, essere dotate di un’intelligenza pronta e di una volontà salda, avere la capacità di esprimersi poteva fare la differenza."

Le donne povere e prive di mezzi, senza aiuti influenti, non avevano modo di difendersi e di opporsi ai soprusi. E le condizioni per un matrimonio non si basavano sulla dote o sull'importanza della famiglia, ma sulla forza-lavoro che la ragazza era in grado di produrre.

Ricche o povere che fossero, il vincolo coniugale imprescindibile era quello di dover
 ubbidire al coniuge: "L’uomo disponeva della volontà, della vita, del corpo della donna. La consuetudine, tacitamente accettata e rafforzata da una diffusa pedagogia ecclesiastica, prevedeva che ogni marito avesse il diritto di riprendere, ammonire, castigare la propria moglie fino alle percosse. È difficile fissare un limite oltre il quale l’aggressione fisica, il «castigo» diventava reato, ma resta tuttavia molto significativo che venisse riconosciuta come un principio la prerogativa dell’uomo a esercitare atti di violenza, per un cosiddetto giusto fine.".

Alla fine del Quattrocento vennero aperte delle case di soccorso dove donne "
infelicemente coniugate, cadute nel peccato e redente, in pericolo di perdersi, prostitute già perdute e scampate ai bordelli" potevano trovare accoglienza. Non per salvarle, ma per l'aumentare della preoccupazione generale nei confronti della moralità.

Un capitolo è dedicato alle donne che venivano accusate di stregoneria, condizione non frequente nel Medioevo (la grande caccia alle streghe comincerà nel pieno Cinquecento), un altro alle serve le cui condizioni nell’alto Medioevo e fino ai secoli XII e XIII erano del tutto simili a quelle degli schiavi dell'antichità, prive del diritto di disporre della propria vita e di decidere di cambiare padrone.

"Nel Medioevo, con l’affermazione del cristianesimo quale religione dominante in Occidente, il fenomeno avrebbe dovuto trovare un freno e un’opposizione nella Chiesa cattolica, che invece ne giustificò l’esistenza e si dimostrò tollerante in proposito a patto che nello smercio di schiavi ci si limitasse a persone non battezzate, «infedeli» di qualunque razza e nazione."

Il saggio si chiude con le ultime fra gli ultimi: le prostitute straniere.

"Nel processo di regolamentazione pubblica del fenomeno, la prostituta diventò una merce proficua, una fonte di reddito per protettori che vivevano alle sue spalle, per tenutari che lucravano sulla sua attività, per trafficanti di esseri umani che trasferivano donne dall’Est, ingannate, illuse sulla prospettiva di un lavoro, di una condizione migliore. Costituivano una sorta di mercato parallelo e illegale degli schiavi. In quanto cristiane non avrebbero potuto essere vendute né tenute in condizioni di schiavitù, tuttavia gli uomini che le «importavano» in Occidente le collocavano come serve o come prostitute, privandole di fatto della libertà dal momento in cui esse avevano accettato le condizioni dell’accordo: il pagamento del viaggio, il mantenimento e il lavoro futuro. Ma quelle somme che crescevano di continuo, in virtù degli interessi e degli inganni, le donne non erano in grado di saldarle."

Una descrizione del fenomeno medievale che rispecchia quello che succede ancora oggi, nel 2026!

Reading Challenge 2026, traccia annuale Ouija

venerdì 27 marzo 2026

"La scrittrice che decise di voltare pagina", Jo Platt

 

Bristol, ottobre 2016. Grace Waterhouse, 37 anni, non sta vivendo un blocco come capita a tanti scrittori: lei scrive e scrive tanto, ma quello che sforna adesso non è paragonabile ai quattro romanzi che ha pubblicato negli ultimi sei anni. Perché lei è una scrittrice di storie romantiche, ma con la nascita del bambino che il suo ex marito ha appena avuto dalla sua nuova (e giovane) compagna, riesce a sviluppare esclusivamente situazioni talmente cariche di cinismo che farebbero soltanto allontanare le sue lettrici, come le ha appena detto Neil, il suo agente e carissimo amico, che le ordina anche di prendersi un anno di pausa e di fare qualcosa di diverso, che possa stimolare la sua fantasia.
E sostituire per dieci settimane la sua donna delle pulizie a Grace sembra una grande variante dallo stare seduta a scrivere, non sapendo che ci penserà un certo James a rendere davvero stimolante questa nuova attività.

Scritto nel 2017, "You Are Loved" è il terzo dei sei romance pubblicati da Jo Platt, inglese di Liverpool, e l'unico a essere stato tradotto in italiano.

Un romanzetto rosa garbato, uno di quelli che usa l'aggettivo squisito per descrivere la gentilezza di una persona e dove non c'è nessuna scena di sesso, giusto qualche bacio.
In compenso nelle sue 252 pagine il
 tè viene offerto e bevuto ben sessantasei volte, ben più di una per capitolo, dato che quelli sono soltanto quaranta (più prologo ed epilogo)!

Abbondano anche i personaggi stereotipati (Rose, la donna delle pulizie, è "una fata madrina piacevolmente in carne, con un piumino per spolverare al posto della bacchetta") ed è uno di 
quei libri dove la trama si regge e sviluppa grazie a causa dell'incapacità dei personaggi di parlare chiaro: pagine e pagine di dubbi, dilemmi interiori, domande inespresse, supposizioni.
Cose che forse succedono anche nella vita reale a chi non è diretto, ma in un rosa, dove il trionfo finale dell'amore è garantito, il meccanismo è esasperante.

Reading Challenge 2026, traccia Calderone di marzo: libri con la/il protagonista innamorata/o

mercoledì 25 marzo 2026

"Yellowface", Rebecca F. Kuang

 

"Ogni autore detesta il proprio editore"

Washington, giorni nostri. Le strade di June Hayward e di Athena Liu, coetanee ventisettenni, si erano incrociate quando erano matricole a Yale e l'aspirazione comune di diventare scrittrici le aveva portate a frequentare gli stessi corsi. Dopo la laurea si erano trasferite a Washington e avevano pubblicato dei racconti sulle medesime riviste letterarie finché entrambe avevano visto andare in stampa il loro primo romanzo.
Due sogni si erano avverati? No.
Mentre il libro di Athena era stato pubblicato dalla Penguin Random House con un compenso a sei cifre, quello di June - dopo essere stato respinto da una cinquantina di agenti letterari - era stato accettato da una piccola casa editrice indipendente che però era fallita tre mesi prima dell'uscita del libro. E quando finalmente era riuscito a guadagnarsi il suo spazio nelle librerie aveva venduto pochissimo. Nel frattempo Athena aveva pubblicato altri due romanzi di successo.
E sono l'invidia e la gelosia a far sì che June - la sera in cui assiste impotente alla prematura morte dell'amica - decida di tornarsene a casa con la bozza di "The Last Front", il lavoro che Athena aveva appena finito di scrivere e di cui non aveva parlato a nessuno.

Un romanzo giovane: lo è l'autrice (nata a Canton nel 1996 e immigrata negli Stati Uniti a quattro anni), lo sono i personaggi (le uniche over sono le due madri, che hanno però poco spazio fra le pagine), lo sono (in parte) le tematiche (i social e la dipendenza da essi hanno un'importanza fondamentale) e lo sono i lettori a cui si rivolge.

Io giovane non lo sono da un pezzo, ma avevo aspettative così basse verso questo romanzo che alla fine probabilmente mi è piaciuto più di quanto sarebbe successo se proprio poco prima di affrontarlo non avessi sentito su IG una stroncatura impietosa nei confronti dell'autrice e del suo ultimo romanzo, "Katabasis", che non leggerò, come non leggerò gli altri suoi titoli (la trilogia Poppy War e "Babel") perché sono tutti dei fantasy.

"Yellowface", scritto nel 2023 e premiato al British Book Award l'anno successivo, rientra nella narrativa con un microscopico pizzico di suspense da thriller.

Bella la partenza, mentre nella parte centrale le dinamiche cominciano (e continuano) a ripetersi (avrebbe aiutato rimanere vicino alle trecento pagine anziché arrivare a sfiorare le quattrocento) rischiando di precipitare verso il finale a causa di un evitabilissimo scivolone che strizza l'occhio all'horror e concludendosi in un modo che ieri sera ho trovato deludente, ma che poi, dopo una notte di decantazione, ho rivalutato: era quello giusto per questa protagonista che non impara mai dai suoi errori.

June, che è la voce narrante, è un personaggio negativo, caratterizzata da un'immotivata sicurezza nelle sue capacità di scrittrice, cosa che man mano la rende astiosa, frustrata, paranoica e, infine, inconsapevolmente autodistruttiva.

Per titolo, copertina e origini dell'autrice mi sarei aspettata uno sviluppo più approfondito della questione razziale dei sinoamericani, invece - nonostante la vicenda si basi sull'appropriazione culturale di June (che firmerà il romanzo rubato con lo pseudonimo di Juniper Song) - la Kuong limita il discorso al mondo dell'editoria, verso cui si dimostra impietosa ("In questo settore i premi vengono assegnati in modo sciocco e arbitrario, e più che essere un segno di prestigio o di qualità letteraria dimostrano che hai vinto una gara di popolarità all’interno di un gruppo di votanti minuscolo e di parte").

Ciò che ho più apprezzato è il modo in cui ha usato il libro rubato per raccontare aspetti della storia cinese che gli Occidentali per lo più ignorano.

Ad esempio quello che accadde ai 
Chinese Labour Corps durante la Prima Guerra Mondiale: "I 140.000 operai cinesi che vennero reclutati dall’esercito britannico e spediti sul fronte alleato durante la Prima guerra mondiale, a cui diedero un contributo mai riconosciuto. Molti morirono sotto le bombe, a causa di incidenti o per malattia. Al loro arrivo in Francia furono perlopiù maltrattati, sottopagati, assegnati ad acquartieramenti sporchi e affollati, privati del diritto a un interprete e oggetto di attacchi da parte degli altri lavoratori. Molti non fecero mai ritorno a casa."

E, ancora, di come "gli operai siano stati dimenticati e ignorati. A quelli morti in battaglia non veniva data sepoltura accanto alle tombe dei soldati europei. Non avevano diritto a medaglie al valore militare perché in teoria non avrebbero dovuto neppure combattere. E comunque alla fine della Prima guerra mondiale il governo cinese era rimasto fregato dal Trattato di Versailles, che sanciva la cessione del territorio dello Shandong dalla Germania al Giappone."

Reading Challenge 2026, traccia annuale Ouija


domenica 22 marzo 2026

"La sentenza", Christina Dalcher

 

Era stato grazie all'impegno di attivisti come Justine e Ian Challagan se nella totalità degli Stati Uniti era stata abolita la pena di morte. Ma poi c'era stato il processo a Tony Barrett, condannato a dieci ergastoli, uno per ogni bambino che aveva ucciso. Alla lettura della sentenza l'uomo aveva deriso tutti, il giudice, gli avvocati, la giuria e i detrattori della pena capitale. Una reazione che aveva inasprito gli animi di troppe persone. Così nel 2016 era entrata in vigore la Remedies Act: i procuratori avevano diritto di chiedere la pena di morte, ma se dopo l'esecuzione della condanna fossero emerse le prove dell'innocenza dell'imputato per pareggiare i torti anche il procuratore sarebbe stato giustiziato.
Un freno non indifferente, tanto che nei sette anni successivi soltanto due processi si erano chiusi con la richiesta della massima pena, il primo in Florida e il secondo in Virginia, dove era stata proprio Justine Challagan a mandare sulla sedia elettrica Jake Milford, accusato di aver torturato e ucciso un bambino di sette anni, Caleb Curch. L'uomo non aveva fornito nessun alibi dichiarandosi colpevole.
Ma nel 2023, due giorni dopo l'esecuzione della condanna, Justine viene contattata dalla vedova Milford: "Ho trovato un pezzo di carta in uno scatolone con le vecchie cose di mio marito. Non ho deciso cosa farne. Non ancora".
E Justine Challagan precipita nel terrore.

Thriller distopico scritto da 
Christina Dalcher, docente universitaria nativa del New Jersey che attualmente si divide fra il Sud degli Stati Uniti e Napoli (ha anche una specializzazione sulla fonetica dei dialetti italiani e britannici).
Pubblicato nel 2023, è il suo quarto e
, al momento, ultimo romanzo, nonché l'unico a non essere di fantascienza, genere che non leggo, motivo che mi ha portata a saltare i precedenti.

Avrei potuto risparmiarmi anche questo.

Un libro con un grande potenziale che all'inizio cattura e incuriosisce, ma che ben presto si rivela confuso nella parte distopica, insensato nelle motivazioni di quella thriller e caratterizzato da un'infinità di brutte frasi a effetto (
"In camera di Jonathan c’è una montagna di biancheria sporca. Se non me ne occupo oggi, qualche alpinista in cerca di un record da battere potrebbe tentare di scalarla.").

L'aspetto peggiore, però, è la mancata valorizzazione di una tematica importante come la pena di morte: l'opposizione dei personaggi è limitata al solo timore di uccidere un innocente, quando l'essere contrari va ben oltre a questo.

Non ho trovato le argomentazioni che mi aspettavo, solo in un punto la Dalcher fa riportare a un suo personaggio qualche dato ("O
gni anno, in media, vengono prosciolti quattro detenuti nel braccio della morte. Le esecuzioni non c’entrano niente con la diminuzione del tasso di omicidi" e a seguire "Ogni caso di condanna a morte in Texas costa più di due milioni di dollari: il triplo di quanto costerebbe rinchiudere la stessa persona in una cella singola per quarant’anni."), davvero poco, senza contare che considerare l'esecuzione di un procuratore distrettuale il modo "per garantire una giusta e piena riparazione del danno" è raccapricciante anche se si tratta di distopia.

Ma l'aspetto più deludente è stata la mancanza di una seria nota dell'autrice sull'argomento: a fine testo solo una manciata di righe in cui ringrazia la sua
 direttrice editoriale, il marito e tutte le persone che le sono state vicine. Ma nessuna considerazione personale sulla pena di morte.

Reading Challenge 2026, traccia Grimorio di marzo: bilancia in copertina

giovedì 19 marzo 2026

"La masnà", Raffaella Romagnolo

 

Colline del Monferrato, aprile 1935. Emma Bonelli è una ragazzona di campagna, forte e obbediente. Una remissività che l'ha portata a sposare Genio, non per amore, ma per volere del padre. Un matrimonio che ha generato due figli, Mario e dopo nove anni Luciana. Anche lei si sposerà senza amore, ma almeno con un po' d'affetto. E il marito, Franco Cermelli, porterà lei ed Emma a vivere in città per realizzare il suo sogno, quello di avere un ristorante tutto suo. Ed è in città che crescerà Anna, la loro unica figlia.
Emma, Luciana e Anna sono nonna, madre e nipote, ma tutte sono state masnà (bambine) e tutte hanno amato la casa dei Francesi, sognando di poterci tornare e restare.

Di Raffaella Romagnolo quattro anni fa avevo letto il romanzo d'esordio, "L'amante di città. Mistero in Monferrato", un gialletto piacevole. Questo lo ha scritto cinque anni dopo, nel 2012, altrettanto gradevole, una saga familiare al femminile piuttosto breve (320 pagine) divisa in tre parti (più prologo ed epilogo), dai titoli che rimandano al ruolo centrale che ha la cascina del Monferrato (purtroppo anche questa volta l'autrice non ha dato un nome ai luoghi in cui ha ambientato il romanzo): l'arrivo, l'esilio e il ritorno.

La casa appartiene alla famiglia del marito di Emma, di cui non viene mai detto il cognome: vengono semplicemente chiamati i Francesi perché all'inizio del secolo scorso due di loro erano andati a lavorare in Francia.
E' lì che Emma va a vivere dopo il matrimonio; è lì che Luciana nasce e rimane fino a quando è lei a sposarsi; ed è lì che Anna trascorre le estati con la nonna sognando la campagna nei restanti mesi dell'anno.

Il romanzo inizia nel presente, che è il 1995, dove torna per la conclusione. In mezzo sessant'anni e tre generazioni: con un bel gioco di salti temporali la Romagnolo ricostruisce e racconta le vite di queste tre donne, esistenze condizionate dagli uomini - che sono i padri, i mariti, i figli, i fratelli, i suoceri, gli zii - e nessuno è un bel personaggio, chi per prepotenza, chi per viltà.

E con quella delle tre donne scorre anche la storia dell'Italia, da eventi epocali (la guerra e la lotta partigiana, gli anni di piombo, il rapimento Moro, eccetera) a cambiamenti di importanza minore, a volte anche futili, ma che hanno segnato delle svolte, dall'introduzione dei registratori di cassa all'uso delle creme depilatorie all'apertura delle paninoteche.

Sono solo accenni che fanno da contorno e questa superficialità penalizza il libro: un approfondimento dei temi importanti (in stile Ferrante) gli avrebbe dato un valore maggiore di quello da lettura di intrattenimento.
E forse la Romagnolo se n'è accorta. Questo è ciò che ha scritto nelle note: 

"Ho inventato di sana pianta anche Carlin dla Moisa, e in queste righe cerco di rimediare al disagio che avverto per non essere stata minuziosamente fedele agli accadimenti. La vera storia è quella della Banda Lenti, ventisette ragazzi trucidati dai nazifascisti il 12 settembre 1944. Nel romanzo li ho evocati di fretta, del loro comandante Agostino Lenti ho riportato solo il nome di battesimo, non ho scritto il nome del paese dal quale in maggioranza provenivano, Camagna Monferrato. Un piccolo borgo della campagna piemontese, quattro case intorno a una chiesa con un’enorme cupola, che un giorno s’è trovato a seppellire una generazione. Non ho raccontato la folla che partecipò ai funerali. Mi sono inventata un partigiano che non è mai esistito, e l’ho costruito apposta come mi serviva. Gli altri, quelli veri, li ho cancellati."

Reading Challenge 2026, traccia Famiglio di marzo: libri con fiori in copertina o nel titolo


lunedì 16 marzo 2026

"Ninna nanna", Leila Slimani

 

Parigi, un anno non precisato. I Massé sono quattro: madre, padre e due bambini. La donna, Myriam, con la nascita di Mila aveva messo in pausa la sua carriera di avvocato. Adam era arrivato due anni dopo, fortemente voluto, più da lei che da suo marito, Paul. Con la figlia aveva amato essere mamma a tempo pieno, ma poi ritrovarsi con due bambini piccoli da gestire l'aveva resa stressata e depressa. E aveva ripreso a lavorare. A quel punto, però, era stato necessario trovare una tata e nella vita dei Massé era entrata Louise, che in poco tempo era  diventata indispensabile. Perché Louise non si limitava a fare da baby-sitter: Louise cucinava manicaretti, riordinava e lustrava la casa, faceva la spesa e lavorava molte più ore di quelle previste dal suo contratto. Come se non avesse una vita propria.

"Il bambino è morto"

Non sono io a fare spoiler, ma è l'autrice che inizia il libro con questa frase.

Di Leila Slimani due anni fa avevo letto, e apprezzato, il suo romanzo d'esordio, "Nel giardino dell'orco", ma è per "Ninna nanna" (scritto nel 2016 e vincitore del Premio Goncourt dello stesso anno) che l'avevo inserita nella mia wish list dopo aver sentito la bella recensione fatta da Marco Cantoni con cui - cosa non scontata - sono pienamente d'accordo.

Un libro che oscilla fra la narrativa e il genere giallo, con quella frase inziale che scatena una tensione palpabile mantenendola alta pagina dopo pagina e costruendo un'atmosfera cupa e disturbante. Una storia che è anche conflitto di classe sociale.

Dal compimento del crimine si torna indietro, duecento pagine incalzanti che ricostruiscono il matrimonio dei Massé e la loro vita familiare, una coppia borghese, persone che raggiungono il picco dello spregio nell'inconsapevolezza di essere snob.

E il passato spinoso di Louise che l'ha resa la donnina dimessa che è, ma con una fragilità che nel punto di rottura può trasformarsi in qualcosa di molto pericoloso.

"Louise comincia a pensare che la sua felicità dipenda da loro. Che lei appartiene a loro come loro appartengono a lei."

Reading Challenge 2026, traccia Grimorio di marzo, libri nel testo


venerdì 13 marzo 2026

"Ostinato silenzio", Maria Masella

 

Genova, mercoledì 8 giugno 2016. Raul Ronchi, antiquario 54enne di Grosseto, ma residente negli Stati Uniti da quasi trent'anni, viene ucciso con un colpo di pistola alla nuca nella stanza del lussuoso B&B in Carignano dove alloggiava dal 27 maggio. Il commissario Mariani sta ancora cercando di capire gli spostamenti dell'uomo, dal momento in cui era rientrato in Italia a fine gennaio per poi venire ucciso a Genova cinque mesi dopo, quando arrivano i tabulati telefonici del suo cellulare in cui compare più volte un numero che lui conosce bene: quello di sua moglie. Francesca viene convocata in questura quando nella stanza di Ronchi vengono trovate le sue impronte, ma a quel punto Mariani ha già chiesto un periodo di ferie, ben sapendo che non potrà essere lui a occuparsi del caso.

Pubblicato lo scorso anno, il romanzo è per il momento l'ultimo della serie. Serie che ho iniziato a leggere nel maggio 2023, ventotto libri che mi hanno tenuto molta compagnia per quasi tre anni, inserendoli nella Reading Challenge ogni volta che c'era una traccia adatta: ho altre serie in corso di lettura, ma sarà bruttissimo non avere più nulla a disposizione di questa e dover aspettare la nuova uscita come con le altre (poche) con cui sono in pari.

Questo è anche uno dei libri con maggior peso nella trama orizzontale (sempre molto presente). A un certo punto ho temuto che potesse essere il titolo conclusivo: sbagliavo, ma considerati gli ultimi sviluppi non mi stupirei se la Masella arrivasse a cifra tonda chiudendo il cerchio a quota trenta.

L'ostinato silenzio del titolo è, ovviamente, quello di Francesca che, indagata per un caso di omicidio, con la sua solita spocchia tergiversa e non risponde.

"A volte riesce a essere odiosa"

Questo è ciò che pensa di lei Mariani e leggendolo mi sono chiesta se a me è mai capitato di non trovarla tale (risposta: di rado).

Che Francesca non sia un'assassina viene chiarito in fretta e questo grazie ai successivi omicidi: credo sia il titolo della serie con il maggior numero di morti e il primo con un personaggio che porta il mio nome.

Ovviamente non mancano le "maselliane" coincidenze, con incontri casuali fatti a San Francisco e alla stazione di Milano che risulteranno poi ingranaggi determinanti della storia, ma c'è anche un breve cambio di ambientazione in una zona di Savona che conosco e che amo molto e poi pregevoli s
toccate, non troppo velate, alla premura usata da emittenti e giornali locali a certi partiti e al modo in cui gli esponenti di questi si dimostrino impietosi quando un crimine viene commesso da un poveraccio, meglio se extracomunitario, per diventare sempre molto tolleranti quando, invece, qualcosa offusca l'integrità di uno dei loro.

"E, nel dubbio, si possono sempre accusare i magistrati"

Reading Challenge 2026, traccia Grimorio di marzo: rospo nel testo


mercoledì 11 marzo 2026

"La vita matrimoniale di Miss Buncle", Dorothy E. Stevenson

 

Londra, febbraio anni Trenta. Da nove mesi Miss Buncle è diventata Mrs Abbott.
La vita matrimoniale è più felice di quanto osasse sperare. A rovinarla sono solo le serate caratterizzate dai continui inviti a cena a casa di amici e conoscenti di Mr Abbott, cene seguite dall'immancabile partita a bridge, gioco che non capisce e che non la appassiona. Ma se Arthur è felice lei può ben sopportare, da brava moglie, trent'anni o più di quella vita.
Solo che Mr Abbott non è affatto felice. Ama Barbara, il non sapere mai cosa aspettarsi da lei, il modo in cui alterna acume e titubanza, risolutezza e timore. Solo pensava che avesse un animo casalingo, come il suo, invece non manca mai di accettare un invito a cena e di ricambiarli tutti. 
Un sabato sera, grazie a un feroce mal di testa di lui che li porta a dover dare forfait all'ennesimo invito, scoprono che per essere gentili non avevano capito che in realtà entrambi odiano la vita sociale. Ma come possono venirne fuori senza offendere nessuno? Durante la colazione della domenica Mr Abbott ha la soluzione: devono trasferirsi.
E per Mrs Barbara Abbott inizia la ricerca della casa perfetta. 

Scritto nel 1936, è il s
eguito di "Il libro di Miss Buncle", scritto due anni prima. Se dopo aver letto quello ero dispiaciuta che la serie, di quattro, fosse stata tradotta solo per metà (al momento mancano gli ultimi due titoli, "The two Mrs Abbotts" del 1943 e "The four Graces" del 1946), adesso sono quasi sollevata perché non so quanto avrei voglia di andare avanti.

La vita matrimoniale stravolge il personaggio di Barbara Buncle: se come Miss veniva presentata come una donnina timorosa, titubante, maldestra, nonché sciatta e bruttina, in definitiva una zitella di mezza età senza speranza, qui si trasforma. Mrs Abbott è una donna avvenente, attenta ai dettagli, ama l'eleganza e, fresca di patente, gira in lungo e in largo per la campagna inglese alla ricerca della grande dimora che le verrà regalata dal marito, ma che lei ristrutturerà grazie ai soldi guadagnati con la pubblicazione dei suoi due romanzi.

Un'emancipazione apprezzabile nella realtà, ma che in questa finzione fa rimpiangere Miss Buncle.
E non aiuta la parte centrale del romanzo, troppo ripetitiva e quindi noiosa, anche se a farmi penare è stato soprattutto il piccolo font utilizzato.

Reading Challenge 2026, traccia Incantesimo di marzo: VITA di coppia


lunedì 9 marzo 2026

"Giovane coppia si diverte all'aperto", Aravind Jayan

 

Trivandrum, complesso residenziale di Blue Hills (India), un sabato mattina di marzo di un anno non precisato. Appa parcheggia davanti a casa la Honda Civic bianca che ha appena ritarato dal concessionario. Lo fa con compiacimento e orgoglio, quella non solo è l'auto più bella che abbia mai avuto, ma rappresenta un traguardo agli occhi della famiglia, degli amici, dei conoscenti e dei vicini. Non ha alcun pensiero perché è a sua moglie Amma, e non a lui, che la sera precedente una parente ha parlato di un video ormai diventato virale: per dodici minuti qualcuno ha ripreso di nascosto il loro figlio maggiore Sreenath al parco insieme alla sua ragazza, Anita. Non hanno un rapporto completo, ma quello che fanno è stato sufficiente a far finire il video in un sito porno.
E la vergogna si abbatte sulle famiglie coinvolte. 

Scritto nel 2022 è il romanzo di esordio di Aravind Jayan, indiano classe 1994, che in precedenza aveva pubblicato racconti su diverse riviste.

Un libro con un titolo accattivante che sembrava confermare la presentazione letta su un giornale, dove veniva descritto come acuto e spiritoso: ed era scattato l'acquisto, spinto anche dal desiderio di leggere autori extraeuropei che non fossero i soliti statunitensi.

Pensavo che sarebbe stata una lettura veloce, grazie alle 240 pagine (sei parti, trentasette capitoli brevi), invece l'ho trascinato per undici giorni, leggendo solo manciate di pagine nei primi nove e mettendomici d'impegno nel weekend solo per arrivare alla fine e poterlo archiviare.

Non è un brutto libro, però non mi è piaciuto.

Una volta capito che non avrei trovato l'umorismo e l'arguzia che mi aspettavo, ho preso la storia per quello che è, lo scontro fra la mentalità antiquata dei "vecchi" e la voglia di libertà dei giovani.
L'ambientazione indiana è irrilevante: genitori distrutti dalla vergogna, pretesa di un matrimonio riparatore da parte della famiglia della ragazza, parenti invadenti e impiccioni, vicini di casa maldicenti sono gli stessi che si potevano trovare anche in Italia fino a poche decine di anni fa (e forse ancora oggi, in determinati contesti).

Di originale c'è la scelta della voce narrante, il fratello minore di Sreenath, di cui non viene mai fatto il nome, che diventa l'incudine su cui si abbattono tutti i martelli: il padre, la madre, il fratello stesso, gli amici di lui, Anita, la madre e lo zio di lei... Una pletora di personaggi passivi che diventano aggressivi senza risolvere nulla né riuscire a comunicare tra loro.
Senza umorismo (e di spunti ce ne sarebbero stati parecchi) la vicenda risulta soltanto pesante.

Bella la spiaggia di Trivandrum:


Reading Challenge 2026, traccia Incantesimo di marzo: vita di COPPIA



venerdì 6 marzo 2026

"La fabbricante di stelle", Mélissa Da Costa

 

Francia, agosto di un anno non precisato. Arthur Duchemin, 28 anni, sta per diventare padre. Nell'attesa del parto ripercorre l'estate dei suoi cinque anni, quando la madre Clarisse gli aveva raccontato di essere stata scelta per sostituire l'ormai anziano Custode delle Meraviglie, colui che dipinge il cielo sulla Terra. Era un grande onore per lei, ma quell'incarico la obbligava a trasferirsi sul pianeta Urano, da dove non avrebbe mai smesso di vegliare su di lui.
Una favola bugiarda che avrebbe finito per farlo soffrire più della triste verità: è questo che Arthur ha sempre pensato, una convinzione che aveva incrinato il rapporto con il padre, ma adesso che anche lui sta per diventarlo riesce a capire cosa aveva fatto la madre per lui.

Scritto nel 2023, è al momento l'ultimo romanzo della Da Costa a essere stato tradotto in italiano (nel frattempo ne ha scritto altri due) e l'ultimo che leggerò, nonostante lo abbia preferito agli altri quattro.

I suoi romanzi sono un inno alla vita, alla rinascita, alla crescita personale e non metto in dubbio che molti traggano giovamento e sprono dalle sue storie, ma io li trovo falsi e ipocriti, la vita è molto diversa dalla finzione letteraria e quella pace raggiunta sempre e comunque mi indispone.

Anche questa volta. Una storia dolce e amara. E breve, 204 pagine divise in ventidue capitoli che si leggono (o ascoltano, come nel mio caso) in un paio di serate.

Arthur, voce narrante, alterna il presente ai ricordi d'infanzia e la Da Costa è brava a far raccontare il lui bambino, come lo è a creare il poetico Urano inventato dalla madre, con gli alberi-cervo e le lumache con il guscio azzurro ricoperto di lustrini, una dimensione immaginaria che da atea mi ha fatto sorridere non poco perché non ha meno credibilità del paradiso terrestre della cui esistenza tanti sono convinti.

Ma a cinque anni si è in grado di capire cosa sono la malattia e la morte? Un bambino non rischia di sentirsi ancora più abbandonato credendo che la propria madre abbia accettato un incarico che la costringe ad allontanarsi da lui?
Non lo so, ma quando avevo un paio d'anni più di Arthur era morto il migliore amico di mio nonno e per rispondere alla mia domanda (dove vanno le persone che muoiono?) mi aveva semplicemente portata sulla sua tomba al cimitero. Era stata un'ottima risposta.

Reading Challenge 2026, traccia Grimorio di marzo: stelle nel titolo

mercoledì 4 marzo 2026

"Passi di morte", Maria Masella

 

Genova, mercoledì 20 gennaio 2016. Una frana sulle alture del centro città ha fatto crollare una porzione di un piazzale su cui era parcheggiata un'auto uccidendo la donna che si trovava nell'abitacolo. Otto giorni dopo Biagio Ferrero, proprietario di quel piazzale, si suicida buttandosi nel baratro causato dal crollo. La collega di Savona, Nicoli, chiede al commissario Mariani di dare un'occhiata al fascicolo: suo marito conosceva Ferrero da molti anni, esclude che possa essersi ammazzato. Eppure le verifiche di Mariani confermano la tesi di chi si era occupato del caso. Un caso che anche lui archivia in fretta quando deve indagare sulla morte di Claudio Alvari, 35 anni, ucciso nella cucina del suo appartamento a Campomorone e poi abbandonato in una scarpata della Valpolcevera. La vicina, antipatica quanto impicciona, non si dice sorpresa: Alvari era un omossessuale dedito a orge e festini di ogni tipo, la brutta fine che ha fatto è soltanto la causa della sua dissolutezza. Eppure le altre testimonianze che Mariani raccoglie sull'uomo mostrano una figura ben diversa.

"Chi veu vedde ün cattïo, fasse arraggiâ ûn bon"
(chi vuole vedere un cattivo, faccia arrabbiare un buono)

La ventisettesima puntata della serie è stata scritta nel 2024 e immagino che l'autrice si sia ispirata alla reale frana di un parcheggio privato in via Acquarone che nel novembre 2023 ha trascinato con sé due auto e uno scooter, fortunatamente senza persone a bordo.

Un'altra storia parecchio ingarbugliata che pagina dopo pagina si arricchisce di nuovi dettagli (e altri morti) regalando uno sviluppo intrigante che risulta piacevole nonostante finisca col rivelarsi frutto di colossali coincidenze, tipiche della Masella.

Far dire a uno dei personaggi che si è trattato "davvero di un colpo di fortuna" non rende la scappatoia meno barbina ed è un peccato perché con la fantasia si può costruire ciò che si vuole.

Reading Challenge 2026, traccia Incantesimo di marzo: vita DI coppia

domenica 1 marzo 2026

Reading Challenge 2026: tracce di marzo

   

Traccia della pozione, libri fantasy The Quest

Traccia incantesimo, formare una frase con parole estrapolate dai titoli dei libri letti (+ 1 punto foto):
  • VITA: La vita matrimoniale di Miss Buncle, Dorothy E. Stevenson (3 punti)
  • DI: Passi di morte, Maria Masella (3 punti)
  • COPPIA: Giovane coppia si diverte all'aperto, Aravind Jayan (2 punti)

Traccia scopa volante, libri ambientati a Taiwan

Traccia calderone:

  • libri con un genitore cattivo
    Lasciami andare, madre, Helga Schneider (1 punto)

  • libri con protagonista innamorata/o
    La scrittrice che decise di voltare pagina, Jo Platt (2 punti)

Traccia famiglio, libri con fiori in copertina o nel titolo
  • La masnà, Raffaella Romagnolo (3 punti +1 punto foto)

Traccia grimorio, libri collegabili all'immagine fornita
  • La fabbricante di stelle, Mélissa Da Costa (2 punti)
  • Ostinato silenzio, Maria Masella (3 punti)
  • Ninna Nanna, Leila Slimani (2 punti)
  • La sentenza, Christina Dalcher (2 punti)


I miei punti di marzo: 25


sabato 28 febbraio 2026

"All'incrocio dei nostri destini", Mélissa Da Costa

 

Lione, 20 dicembre 2014. Non sono ancora le sette del mattino quando Ambre viene svegliata da una telefonata di Rosalie. Non si sentono da più di un anno e la donna è disperata: tre giorni prima tornando a casa con i due figli ha trovato un biglietto del suo compagno. Doveva assentarsi per sistemare una questione, senza spiegare quale. Sarebbe tornato presto, senza dire quando. E da lì il nulla: Gabriel non era tornato, non aveva chiamato e neppure risposto alle tante telefonate di Rosalie. Ambre è in ferie e, con il benestare di Marc, l'uomo con cui convive da due anni, parte subito per Arvieux, dove ritroverà anche Tim e Anton.
Marc non sa nulla del passato di Ambre.

Scritto nel 2022, titolo originale "Les douleurs fantomes", è il seguito di "Bucaneve", che avevo letto poco più di un anno fa. Fra le vicende raccontate, invece, sono trascorsi cinque anni e la Da Costa nel primo capitolo racconta l'e poi di "Bucaneve", il vissuto dei protagonisti e degli altri personaggi. Li ritroviamo tutti, più uno che nel primo libro non c'era, ovviamente Marc.

Un seguito di cui sicuramente c'era bisogno dopo il finale aperto del primo, ma che ho trovato fasullo.
La Da Costa è così: carica i suoi romanzi di eventi tragici, soprattutto legati alla salute; i suoi personaggi sbagliano, si autodistruggono, soffrono, eccetera, ma alla fine immancabilmente risorgono ed esplode l'inno alla vita.

"Pensò che la vita era davvero meravigliosa, che non bisognava mai avere paura. Ogni dolore portava la sua dose di felicità."

Nella fiction è un gioco essere ottimisti e dare consigli su come affrontare i problemi (ci riesce anche una persona irrisolta come Ambre), ma ci sono dolori che non si superano, si può solo imparare a conviverci, e leggere tutta questa faciloneria può risultare davvero molto irritante, direi offensivo.

Reading Challenge 2026, traccia annuale Oujia

giovedì 26 febbraio 2026

"Il piccolo libro dei colori", Michel Pastoureau

 

Michel Pastoureau - storico, antropologo e saggista parigino (1947) - ha legato il suo nome soprattutto allo studio dei colori. In questo librino (112 pagine) sono raccolte parti delle interviste rilasciate a Dominique Simonnet e pubblicate sul settimanale "L'Express" nell'estate del 2004.

Una lettura veloce che mi ha coinvolta meno di quanto mi aspettassi, l'avrei preferita più tecnica e meno filosofica, ma indubbiamente interessante per le nozioni fornite (focalizzate su Francia, Europa e Occidente), anche se credo non dica nulla di nuovo a chi per lavoro o per diletto ha a che fare con i colori. Io no (se si esclude la mia passione per il make-up e quella ormai esaurita per il ricamo), per cui molte cose le ignoravo, ad esempio che è stato 
Newton a definire lo spettro luminoso dell'arcobaleno, men che meno che l'occhio umano arriva a distinguere fino a 180/200 sfumature di colore. Siamo però meno sensibili ai colori rispetto a un tempo, forse perché viviamo in un mondo più colorato ("troppi colori uccidono il colore").

Pastoureau spiega come in passato si avesse una percezione diversa dei colori, in parte per la differente resa che hanno se illuminati da luce elettrica o da un lume a olio, e dice che i colori sono sei, dedicando un capitolo a ognuno.

Il blu, 
"il colore gattamorta": impopolare nell'antichità, forse perché era difficile da ottenere (e per i Romani era il colore dei barbari), attualmente sembra essere il colore preferito dagli europei (da me sicuramente). Non amando la pittura e l'arte in generale non sapevo che solo attorno al XII secolo si cominciò a dipingere il cielo di azzurro (non più rosso, nero, bianco o dorato) e questo perché il Dio cristiano è luce e la luce è azzurra. 

Il rosso, "il  
fuoco e il sangue, l'amore e l'inferno": nell'antichità era considerato il solo colore degno di questo nome. Era poco presente in natura, ma esistevano molti tipi di pigmenti. Era anche il colore che rendeva meglio quando si tingevano i tessuti, motivo per cui per secoli è stato il colore delle spose, ma è un colore allarmante, ancora legato a questa simbologia (segnali di divieto, semaforo rosso, telefono rosso, cartellino rosso, eccetera).

Il bianco, 
"ovunque, esprime la purezza e l'innocenza": Pastoureau precisa che se anche in epoca moderna molti lo considerano un non colore associandolo all'assenza (pagina bianca senza testo, voce bianca senza timbro, notte bianca senza sonno, assegno in bianco senza importo, mangiare in bianco senza condimento, eccetera), in realtà è forse il colore più antico.

Il verde, 
"quello che nasconde bene il proprio gioco": é il colore della natura e per questo oggi è simbolo di ecologia e pulizia, ma anche di gratuità (numero verde), mentre nell'antichità - quando era difficile da stabilizzare - era diventato simbolo di instabilità.
Non sapevo che l'idea de
l verde frutto dell'unione fra il giallo e il blu fosse nata solo nel XVIII secolo ("nel passato sapevano crearlo direttamente, senza dover fare miscugli").

Il giallo, 
"il colore dell'infamia": amato prevalentemente dai bambini (di certo non da me), apprezzato nell'antichità per poi decadere nel Medioevo, quando il dorato lo ha privato degli aspetti positivi che gli venivano attribuiti (luce, calore, potenza) trasformandolo in un colore spento associato a bugiardi, traditori e truffatori. Ci penseranno poi gli Impressionisti a risollevarlo.

Il nero, 
"dal lutto all'eleganza": il colore della morte, delle tenebre, dell'autorità (non a caso giudici e arbitri vestono di nero), ma anche quello più raffinato ed elegante. Difficile da ottenere chimicamente, divenne di fondamentale importanza (insieme al bianco) con l'invenzione della stampa.

E dopo i sei colori arrivano 
"le mezze tinte: fumo di Londra, rosa confetto", quei comprimari che Pastoureau pone in un secondo livello. Il viola, a lungo considerato volgare; l'arancione, chiassoso; il rosa, tenero e lezioso; il marrone, povero e sporco; il grigio, triste e malinconico, ma che rimanda alla saggezza e alla conoscenza (materia grigia).

E chiudono le sfumature: "
lilla, magenta, sabbia, avorio e greggio… Inutile cercare di contare: ogni giorno se ne inventano di nuove".

L'autore, molto critico nei confronti della divisione 
fra colori primari e secondari fatta nel XVIII secolo ("pseudoscientifica: non si fonda su alcuna realtà sociale e disconosce la storia") e del design (che successivamente l'ha promossa e fatta sua), chiude suggerendo di pensare a colori: "vedrete il mondo in un altro modo!"

Reading Challenge 2026, traccia Calderone di febbraio: libri con la parola libro/libri nel titolo

martedì 24 febbraio 2026

"Un caso freddo", Maria Masella

 

Genova, 26 settembre 2015. Mariani è appena tornato da due settimane di vacanza a Tellaro con la moglie Francesca quando gli viene assegnato un caso difficile: perché l'uomo trovato morto all'interno di un loculo costruito nella cantina di un palazzo sulle alture di Sestri Ponente è stato ucciso da circa due anni, un intervallo di tempo che ha raffreddato ogni possibile pista. Si tratta di un uomo anziano, privo di documenti e a cui hanno tagliato le dita delle mani dopo averlo ucciso con un colpo alla nuca. Non sarà facile riuscire a dargli un'identità, ma dopo averlo fatto dubbi e ostacoli finiranno col moltiplicarsi portando il commissario non solo fuori città, prima a Savona e poi a Pavia, ma anche indietro nel tempo di ben cinquantun anni.

Come promesso dal titolo, la ventiseiesima puntata della serie (scritta nel 2023) mi ha regalato uno dei miei amati cold case.

Un caso ramificato, non a caso è uno dei pochi romanzi di Mariani con più di trecento pagine (320, forse è addirittura il più lungo). Direi anche troppo ramificato, per i piani temporali e per i diversi scenari che si sviluppano in tre città, cosa che comporta - al solito - coincidenze improbabili, alcune del tutto evitabili.

Ad esempio è la madre di Mariani, che in gioventù aveva conosciuto la vittima, a rivelargli il dettaglio che lo porterà nell'Oltrepò rendendo di fatto quel dettaglio determinante per la soluzione del caso. Se l'imbeccata fosse arrivata da un perfetto estraneo la storia non avrebbe perso nulla, anzi, sarebbe stata solo più credibile.

I vari intrecci (tanti) vengono riesaminati più e più volte da Mariani: li riassume con l'ispettrice Petri, con il PM Nazareni, con l'amico Torrazzi, con la moglie Francesca, con la collega di Savona, con quello di Pavia... Un'esagerazione esasperante e inutile perché se con certi autori gli spiegoni sono (tristemente) necessari, con la Masella non servono, le sue storie sono fatte di tasselli che via via si incastrano e lo fanno con chiarezza. Sarebbe stato meglio rimanere sulle abituali 250/260 pagine senza appesantire una vicenda bella e trascinante.

"Dovrò, prima o poi, accettare che nel mio Paese, forse in tutto il mondo, esistono due leggi, due pesi e due misure. La regola, ovunque, è che esistono gli intoccabili, quelli che sono circondati da un alone di protezione in cui si intrecciano denaro, potere e rispettabilità."

Reading Challenge 2026, traccia Grimorio di febbraio: chiave nel testo

domenica 22 febbraio 2026

"Il libro di Miss Buncle", Dorothy E. Stevenson

 

Rivargenton (Inghilterra), luglio anni Trenta. Miss Barbara Buncle ha una trentina d'anni, ma ne dimostra di più a causa della sua aria dimessa, del guardaroba antiquato e usurato e della frugalità generale che caratterizza la sua vita. Sono anni difficili, la crisi economica è arrivata anche tra i cottage della campagna inglese e lei, con i proventi della rendita che diminuiscono sempre più, pensa che pubblicando un romanzo potrebbe risollevare le sue finanze. Chiudersi nello studio è facile, prendere carta e penna anche, ma di cosa potrebbe mai scrivere una persona dotata di scarsa immaginazione? Se non ha fantasia per inventare una storia può solo raccontare ciò che vede e conosce. Così Rivargenton diventa Campoferrum e gli abitanti del villaggio i suoi personaggi. Miss Buncle è una grande osservatrice, sa tutto e lo racconta, anche quello che non avviene alla luce del sole, sicura che nessuno sospetterà che dietro allo pseudonimo di John Smith ci sia proprio lei.

Dorothy Emily Stevenson (1892 - 1973), scozzese di Edimburgo, ha pubblicato ventiquattro romanzi autoconclusivi e altrettanti appartenenti a nove serie diverse, arrivando a oltre sette milioni di copie vendute fra i paesi britannici e gli Stati Uniti.

Questo, scritto nel 1934, è il primo della serie di Miss Buncle, l'unico a essere stato tradotto in italiano insieme al secondo (che inizierò a leggere già stasera).
Astoria, 
che aveva pubblicato i due romanzi nel 2011, nel 2024 ha fatto uscire la nuova edizione di questo, per cui ho fiducia che riproponga anche il secondo e, soprattutto, che completi la serie traducendo anche gli ultimi due.

Questa prima puntata è una storia leggera, a tratti un po' sciocca, a volte un po' noiosa, ma nel complesso piacevole, con un'ambientazione da sogno per chi ama i villaggi inglesi costellati da cottage con giardini verdeggianti, con una quotidianità letteralmente d'altri tempi, con uomini galanti e donne che arrossisco graziosamente. E tutti vivono di rendita.

Una moltitudine di personaggi, tutti con doppio nome, quello reale e quello che Miss Buncle ha scelto per loro nel suo libro: il primo capitolo è stato un po' traumatico, poi li ho memorizzati e ho imparato a distinguerli.

Ma soprattutto ci sono tematiche inaspettate per un libro scritto quasi un secolo fa, ad esempio una felice relazione omosessuale fra due donne.
Una Stevenson irriverente e sagace, decisamente una bella sorpresa. E a quanto pare su casi editoriali aveva il mio stesso pensiero ^^

"Quanto sono stupidi i lettori! Proprio come pecore... una segue l'altra, trascurano un libro o ne comprano un altro solo perché altri lo stanno comprando, anche se non hanno la minima idea di che cosa manchi a uno e che cosa abbia in più l'altro."

Reading Challenge 2026, traccia Calderone di febbraio: libri con la parola libro/i nel titolo