venerdì 16 maggio 2025

"McGlue", Ottessa Moshfegh

 

Zanzibar, 1851. McGlue riprende i sensi a stento, ha una brutta ferita alla testa ed è ancora ubriaco dopo gli eccessi della notte appena trascorsa. Capisce di essere chiuso nella stiva di un vascello che sta salpando. Ha la camicia sporca di sangue, ma non è il suo, non è ferito. Arriva il capitano Saunders, gli dice che ha ucciso Johnson. L'ufficiale Pratt rincara la dose, ha visto il corpo riverso fuori da un pub del porto, lo ha pugnalato al cuore.
McGlue non ricorda nulla e non ci crede, è sicuro che il suo migliore amico sia ancora vivo, chiede di vederlo. Ma l'unica risposta che ottiene è che lo stanno portando a Salem per processarlo.

Alcolizzato

Romanzo breve scritto nel 2014, è
 il primo lavoro pubblicato dalla Moshfegh, anche se da noi la traduzione è arrivata soltanto a marzo dell'anno scorso e la si poteva anche evitare.

Una trama scarna e non lineare, stancante da seguire, angosciosa e ambigua che disorienta, non è un libro che chiama. Se l'ho letto in due giorni (certo 144 pagine non sono molte, ma lo sono per me che sono lenta e che quotidianamente alterno la lettura di tre libri) è stato solo per un bisogno quasi fisico di finirlo.

Sono passati tre anni da quando avevo letto (e apprezzato)
 "Eileen", ero timorosa nel tornare sull'autrice per il concentrato di depressione che caratterizza quella storia, ma "McGlue" - un derelitto che se non sogna di farsi un goccetto è perché sta vomitando - me l'ha fatta rimpiangere, soprattutto a causa di una narrazione grottesca (in linea con il protagonista) che mi ha sfinita senza darmi nessuna soddisfazione.

Reading Challenge 2025, traccia annuale Province italiane

mercoledì 14 maggio 2025

"Pallida Mors", Danila Comastri Montanari

 

Roma, metà del I secolo d.C.

"Poteva esserci un collegamento tra il cadavere di una donna inchiodato in una tomba negletta e la morte improvvisa della matriarca della famiglia che di quella tomba era stata un tempo legittima proprietaria?"

E' quello che si chiede il senatore Publio Aurelio Stazio: per cercare di sfuggire al pressing quotidiano dei suoi numerosi clientes si era rifugiato in un'antica tomba trovando dietro a un muro di mattoni il cadavere decomposto di una donna che chiaramente non vi era stato messo per una degna sepoltura, ma nascosto da chi ne aveva inchiodato mani e piedi alla tavola su cui giaceva. Risalito con fatica al nome dei proprietari del loculo, si precipita alla loro domus trovandosi di fronte a un altro cadavere disteso, quello dell'ultima discendente della gens Velthinia, l'anziana Fastia, appena deceduta.

"Le coincidenze esistevano, si ripeté Aurelio, ma spesso portavano anche fuori strada"

Antiche credenze

Come quella delle Empuse, creature infernali che - secondo tradizioni greche già abbondantemente superate ai tempi di Publio Aurelio - potevano essere uccise soltanto se inchiodate a un sepolcro: è attorno a questa superstizione che Danila Comastri Montanari nel 2013 ha costruito la storia della diciottesima (e terz'ultima) puntata.


Il libro precedente, "Tabula rasa", letto nell'ottobre 2023 è quello che mi è piaciuto meno della serie. Con questo si è ampiamente riscattata, con una narrazione che alterna 
momenti intensi ad altri divertenti, anche con l'immancabile vena istruttiva che spazia fra medicina, culti religiosi e, ovviamente, storia.

La vicenda gialla - partendo dal cold case su cui il senatore si intestardisce, portandolo nel bel mezzo della foresta umbra - si intreccia a intricate vicende familiari del suo presente: quando sono arrivata al punto in cui viene svelato l'assassino stavo facendo colazione e dalla bocca mi è uscito un "Uhhh" sonoro simile a quello che si sente allo stadio quando il pallone sbuccia il palo. Ho riso di me stessa, ma è sempre bello quando la soluzione di un giallo riesce a sorprendermi.

Reading Challenge 2025, traccia stagionale crucipuzzle, primavera: pugnale

lunedì 12 maggio 2025

"I viaggiatori del binario 5", Clare Pooley

 

Londra, primo trimestre di un anno non precisato. Gli orari di lavoro rendono abitudinari, i pendolari lo sanno bene: giorno dopo giorno si finisce per avere un vagone preferito, perché è quello che si ferma più vicino alle scale della stazione di arrivo. Poi si individua il lato migliore dove prendere posto. E si finisce per diventare pignoli anche riguardo al sedile.
Sono stata pendolare ferroviaria per due anni, dal luglio 1996 (quando io e Fabio abbiamo comprato l'edicola) al giugno 1998 (quando ci siamo sposati e mi sono quindi trasferita nello stesso palazzo del negozio), un tragitto che facevo quattro volte al giorno e, nonostante fosse breve, soltanto dieci minuti a corsa, mi aveva portata a sviluppare tutte le manie descritte nel libro.
Iona Iverson, 57 anni, parte ogni mattina dal capolinea di Hampton Court diretta a London Waterloo sedendosi in direzione di marcia sul sedile a destra della fila sette nel terzo vagone. Un vagone che è il preferito di tante altre persone, come la ragazza rossa che ha soprannominato troppo carinissima, il ragazzo esotico sospettosamente simpatico e anche chic ma sessista, il tizio sempre in tiro e pieno di spocchia. Ed è proprio quando quest'ultimo rischia di soffocare con un'acino d'uva che Iona si ritrova a strillare "C'E' UN DOTTORE SUL TRENO?!" finendo col doversi accontentare di un infermiere, il sospettosamente simpatico Sanjay.

Motivazionale

Clare Pooley dal 2018 ha pubblicato un romanzo ogni due anni, arrivando quindi a quota quattro, ma in italiano ne sono stati tradotti soltanto due, "Il taccuino delle cose non dette", che ho letto quattro anni fa, e questo, scritto nel 2022, che ho trovato più godibile, forse perché non troppo rosa.

L'autrice ha messo insieme un altro gruppetto mal assortito di persone, mischiando età, ceti ed etnie, creando intrecci alquanto improbabili nella vita reale, ma che nella fiction possono godere di tutta l'elasticità possibile finendo col funzionare a meraviglia.
 
I personaggi questa volta richiamano parecchio quelli di "Non buttiamoci giù", privati però del tipico cinismo ironico di Nick Hornby, mentre torna il desiderio di accontentare tutti predominante nell'altro romanzo della Pooley, che qui cade nella sagra delle frasi motivazionali, riuscendo però ad affrontare con intelligenza le varie tematiche che mette in gioco, discriminazioni sessuali, bullismo, malattie, insicurezze di vario genere.

La parte migliore è quella che riguarda Emmie: la Pooley descrive benissimo il rapporto tossico che ha con il suo fidanzato, il modo in cui certe persone riescono a prevaricare con atteggiamenti, pressioni e pretese che la parte debole può finire per non riconoscere come malate e inaccettabili.

Come si fa a capire la differenza fra premura e controllo?

La Pooley lo spiega bene e penso possa essere utile a chi non si rende conto di essere vittima della sottomissione indotta.

Mi è piaciuto anche come nelle note abbia spiegato come le sia venuta l'idea per questo libro, a chi o cosa si sia ispirata per personaggi e situazioni.

Di sicuro, però, non ha mai preso un treno in Italia!

"Nonostante ci fosse un’ottantina di persone assembrate in un contenitore di metallo relativamente piccolo, la carrozza era, come sempre, molto silenziosa, a parte il rumore delle ruote sui binari, i brusii che sfuggivano dalle cuffie di qualcuno e sporadici colpi di tosse."

Reading Challenge 2025, traccia rebus di maggio: gatto e gomitolo


venerdì 9 maggio 2025

"La busta gialla", Marco Francalanci

 

Torino, 2015. E' solo per la curiosità del suo fisioterapista se Marco Francalanci scopre, quando ha già 70 anni, di avere delle cicatrici nella zona lombare. Il professionista ipotizza che siano state causate da numerose iniezioni, che Francalanci è certo di non aver mai fatto. Eppure i segni ci sono... Sarà Paola, l'anziana madre, a raccontargli come ha rischiato di morire quando aveva soltanto tre mesi, salvato da un farmaco sperimentale messo a punto dai nemici. Perché era l'autunno del 1944 e c'era la guerra.

Come spiegare il dramma della guerra ai bambini

Libro scovato per caso lo scorso anno sugli scaffali del Libraccio di Savona, pubblicato nel 2017 da Francalanci, giornalista del Secolo XIX e successivamente anche di Repubblica.
Una storia personale che si intreccia (predominando) a quella dell'Europa, dell'Italia e, soprattutto, di Genova.

La busta gialla del titolo è quella che la madre dell'autore dà per scontato che il figlio abbia trovato, perché è lì che sono conservati i documenti relativi al ricovero di Marco neonato al Gaslini, dal novembre 1944 al gennaio 1945. Ricovero che lei e il marito avevano preferito tenergli nascosto.

Questo è quello che succede nel prologo, raccontato da Francalanci in prima persona, mentre è Paola la voce narrante del romanzo. La donna ripercorre la sua vita a partire dai diciassette anni, le prime esperienze lavorative, gli svaghi dell'epoca, il modo in cui ha conosciuto Luigi (futuro padre di Marco), il fidanzamento, il matrimonio, la gravidanza, la nascita di Marco, la disperazione per la malattia e la felicità per la guarigione.
Tutto descritto molto dettagliatamente.
Troppo dettagliatamente.

Mi aspettavo qualcosa di diverso da questo libro: un saggio storico, magari romanzato, ma non certo un memoir. La devastazione della guerra, i bombardamenti, l'occupazione nazista sono scenari di sottofondo. Ci sono solo pallidi accenni alle rappresaglie, al massacro della Benedicta, alle fucilazioni sul Turchino; stessa cosa per le Fosse Ardeatine e l'eccidio di Marzabotto.

Descrizioni estremamente semplificate che non rendono minimamente l'idea degli orrori, del terrore, dei disagi e della rabbia di quegli anni e affermazioni come "I tedeschi sono sempre così gentili. Sorridono sempre quando li incrocio" e "Non si può giudicare nessuno in base all'abito che porta, alla divisa che indossa" mi hanno dato il voltastomaco.

Senza quelle sarebbe forse un buon libro da far leggere in quarta o quinta elementare, per far capire ai bambini cos'è stata la guerra, senza rischiare di spaventarli.
Una visione davvero molto morbida rispetto a quella con cui sono cresciuta io (e senza traumi) con ciò che mi ha tramandato la mia famiglia partigiana, per altro colpita anch'essa dalla meningite, solo che Renato, il fratellino di mia madre, non ce l'ha fatta.

Reading Challenge 2025, traccia annuale Province italiane



mercoledì 7 maggio 2025

"Mariani e il caso irrisolto", Maria Masella

 

Genova, 27 settembre di un anno non precisato. E' stata una lunga estate per il commissario Antonio Mariani, trascorsa interamente al monoblocco dell'ospedale San Martino, una degenza estenuante conseguenza del grave ferimento subito a giugno. Con moglie, figlie e madre oltreoceano, Mariani è debole, solo e soprattutto annoiato. Finché l'amico Torrazzi va a trovarlo parlandogli dell'ultima autopsia di cui si è dovuto occupare: il corpo di Elisabetta Tommasi, 24 anni, è stato ritrovato vicino al Carlini con diverse ferite da taglio al ventre, nessuna letale, ma che nell'insieme hanno causato la morte per dissanguamento. La donna era al settimo mese di gravidanza, fatto che rende ancora più macabro l'omicidio e che rimanda immediatamente Mariani a due casi analoghi che l'anno precedente non era riuscito a risolvere. E ora l'assassino è tornato a colpire.

Paziente impaziente

I gialli di Maria Masella sono quello che mi ci vuole in un periodo in cui nella lettura cerco soprattutto distrazione: mi coinvolgono e mi occupano la mente, senza avere la pretesa di essere impegnativi, ma intrecciando storie comunque ben costruite (nonostante anche questa volta ingranaggi rilevanti vengano risolti da improbabili coincidenze).

Considerata anche la quantità dei titoli che compongono la serie voglio cercare di accelerare il ritmo ed è il motivo per cui meno di un mese dopo aver finito "Ultima chiamata per Mariani" ho letto questo, il decimo (e a breve inizierò l'undicesimo).

Scritto nel 2010, ha una vicenda gialla che abbraccia tre settimane, con un epilogo che porta a dicembre. A renderlo particolare è ovviamente la condizione del protagonista, bloccato in ospedale, soggetto all'autorità del personale medico e ben lontano dall'aver ripreso totalmente le forze. Nonostante ciò si ritrova al centro delle indagini, prima da infiltrato, poi chiamato direttamente in causa dal vicequestore, quindi messo di nuovo da parte.

Un commissario Mariani che pensa di dimettersi una volta uscito dall'ospedale, cosa che l'esistenza di altri diciassette volumi fa ben capire che non farà, e scovare un serial killer gli darà la giusta carica per riprendersi.

Di sicuro questi gialli meriterebbero copertine migliori.

Reading Challenge 2025, traccia cascata di lettere di maggio: cuore


sabato 3 maggio 2025

"Americana", Don DeLillo

 

New York, anni Settanta. David Bell ha 28 anni ed è bello: occhi azzurri, capelli biondi, altezza che sfiora il metro e novanta, fisico prestante. Ormai si è abituato a essere scambiato per un attore, con tanto di richiesta di un autografo. Ma lui lavora dietro alle quinte, non del cinema, bensì della televisione. E' autore di un noto programma trasmesso dal network di cui è anche dirigente. Frivolezze e mondanità fanno parte del suo lavoro: tanti soldi, tante donne, tante feste, tanti contatti. Tutto cambia quando, a sorpresa, il suo programma viene silurato: David affitta un camper, compra una cinepresa, raduna tre compagni di avventura e parte per il Midwest. Scopo: produrre un documentario sui Navajo per il cinema indipendente.

Digressivo

Dopo tanti tentennamenti ho trovato il coraggio per affrontare Don DeLillo, che - se possibile - mi intimoriva ancora più di Philip Roth.
Nato nel Bronx nel 1936 (stesso anno di mio padre), da genitori immigrati dalla provincia di Campobasso, ha scritto questo suo primo romanzo nel 1971: non è considerata la sua opera migliore, ma avercene di autori capaci di scrivere così bene fin dall'esordio! E lo dico nonostante non sia stata un'esperienza di lettura da colpo di fulmine, come mi era successo con Roth e con la Oates.

Mi piacciono le digressioni e sapevo che sono un tratto distintivo di DeLillo, però non mi aspettavo che potessero arrivare a essere l'essenza di un romanzo. Più di una volta mi sono persa fra i tantissimi personaggi che spuntano e scompaiono prima di capire che non erano importanti singolarmente, ma nel loro insieme, un mezzo per descrivere la società dell'epoca.

David è la voce narrante delle 420 pagine del romanzo, divise in quattro parti e dodici capitoli, di cui solo tre abbastanza brevi, gli altri tutti lunghi o lunghissimi. In realtà le parti avrebbero potuto essere soltanto due: prima c'è David immerso nella sua sfavillante vita newyorkese, con situazioni, ambientazioni, dialoghi e personaggi che mi hanno dato l'impressione di leggere una lunga sceneggiatura di "Mad Men" (anche se in realtà l'unico che lavora come pubblicitario è suo padre); poi c'è il David on the road, in verità con poca strada e tantissimi incontri.

Lo scopo di David, al di là dei Navajo, è quello di incontrare e raccontare la gente comune, quella lontana dal sogno americano che lui ha vissuto appieno a New York.

"Questo è l’unico paese al mondo in cui la violenza fa ridere"

Sono convinta che se avessi letto "Americana" un anno fa mi sarebbe piaciuto molto più di quanto non lo abbia apprezzato adesso perché giusto a maggio dell'anno scorso ho letto "Motel Life" e il modo in cui Vlautin racconta i disagi delle persone, soprattutto il genere di persone che sceglie di raccontare, non ha rivali.
Ma questo è solo il mio primo DeLillo.


Reading Challenge 2025, traccia stagionale crucipuzzle, primavera: veleno

giovedì 1 maggio 2025

Reading Challenge: tracce di maggio

     


Tracce generiche:
  • libri con un teschio in copertina
  • libri di autori con il cognome di sei lettere
    Copia conforme, Stéphanie Kalfon (2 punti + 1 punto foto)

Traccia cascata di lettere:
  • Cuore: Mariani e il caso irrisolto, Maria Masella (2 punti)
  • Suore: Recita per Mariani, Maria Masella (2 punti)

Traccia rebus:
  • I viaggiatori del binario 5, Clare Pooley (3 punti)

Traccia dadi:
  • L'attesa dell'alba, Francesco Caringella (2 punti)


I miei punti di maggio: 12



martedì 29 aprile 2025

"Resoconto", Rachel Cusk

 

Atene, estate di un anno non precisato. Una scrittrice parte da Hearthrow dopo aver pranzato in un club londinese con un miliardario in procinto di acquistare una rivista letteraria. E' il lavoro a portarla in Grecia, nazione che conosce bene perché vi è già stata diverse volte. Sarà docente in un corso chiamato "Come scrivere" e gli studenti, principalmente greci, al termine dovranno sviluppare un racconto in lingua inglese.

Non convenzionale

Un libro deve per forza avere una trama per essere bello? No, anche se io preferisco che la abbiano, senza mi danno l'impressione di essere esercizi di stile e, per quanto possa apprezzarli, finiscono per coinvolgermi poco e per lasciarmi ancora meno.

E nelle 188 pagine di "Resoconto" (scritto nel
 2014, titolo originale "Outline") una trama vera e propria non c'è. Rachel Cusk, autrice inglese (ma nata in Canada nel 1967), della sua protagonista fornisce quattro notizie in croce, il nome proprio appare solo una volta verso la fine, il cognome mai, come l'età. Sappiamo che scrive, che è madre, che non ha una relazione in corso.

E' un libro fatto di incontri, quelli di lei con le persone che incrocia durante questa sua trasferta lavorativa, dieci capitoli per altrettante situazioni, a cominciare dal suo vicino di posto durante il volo da Londra ad Atene. Ci saranno poi Ryan, un altro docente del corso estivo; Paniotis, un vecchio amico, che le farà conoscere Angeliki, scrittrice greca reduce dalla promozione del suo ultimo lavoro in giro per la Polonia; la bella Elena; gli studenti del corso; eccetera.

Di alcuni di questi personaggi viene detto molto, ad esempio del greco conosciuto in volo (e con cui successivamente farà due gite in barca) che le racconta tutto di sé senza essere ricambiato, ma per lo più si tratta di chiacchierate fatte al tavolo di un bar o di un ristorante, dialoghi raccontati dalla protagonista che è la voce narrante. Considerazioni sull'amore, soprattutto di storie passate. Qualche citazione letteraria, molte divagazioni (non tutte interessanti), moltissimi ricordi.

Succede davvero poco, ma è la bravura stilistica della Cusk a rendere il libro interessante.
Primo romanzo di una trilogia, leggerò anche i due successivi.

Reading Challenge 2025, traccia annuale Scarabeo

domenica 27 aprile 2025

"Marya", Joyce Carol Oates

 

Innisfail (Stato di New York), anni Cinquanta. Marya Knauer ha soltanto 8 anni quando viene svegliata dalla madre, che sta respirando in quel suo modo rabbioso che la spaventa sempre tanto. Sono le tre e venticinque del mattino, la donna le dice di sbrigarsi, deve vestirsi e preparare Davy, mentre lei penserà a Joey. Marya non capisce, ma fa quello che le è stato chiesto. Sente dei rumori in strada. Poi un vicino porta lei, la madre e i suoi fratellini in città. Ed è solo nell'atrio dell'ospedale che scopre il tragico motivo di tutto quel trambusto: quella notte Joe, suo padre, è morto. E' stato ucciso nel corso di una delle sue tante risse. La madre non ascolta le proteste delle infermiere e trascina Marya all'obitorio facendo di quel corpo inerme massacrato di botte l'ultimo ricordo che la bambina avrà del padre.

Prezioso

Per fortuna esistono Vinted e persone a cui non interessa conservare libri così belli, assurdamente fuori catalogo e di cui non esiste la versione digitale in italiano. La copia che ho comprato, svenduta per un paio di euro, appartiene alla prima e unica edizione pubblicata da e/o nel 1990 (il libro è stato scritto quattro anni prima). Con le sue pagine ingiallite e, quelle finali, macchiate nell'angolo in alto a destra è sicuramente l'usato più malconcio che mi sia mai capitato, ma ho amato il suo essere vissuto tanto quanto la storia che mi ha raccontato, al punto da perdonargli la fatica fatta per leggere quei caratteri piccoli e poco inchiostrati.

"Marya" è un romanzo di formazione, considerato uno dei più personali dell'autrice: Marya nasce e vive fino all'età del college nella zona nord della Erie County dov'è cresciuta anche la Oates; uno dei suoi nonni era morto in seguito a una rissa come succede al padre di Marya; sua madre era stata cresciuta dagli zii a cui era stata affidata, come Marya. Ancor più autobiografiche sono le descrizioni dell'ambiente accademico che diventerà il centro dell'esistenza di Marya per la prima parte della sua vita adulta.

Coincidono anche gli anni e si tratta di un'epoca in cui il destino delle donne era quello di sposarsi e procreare: è quello che le famiglie e la società si aspettavano da loro, spesso era quello che loro stesse volevano (o erano convinte di volere). Poi per fortuna c'erano le eccezioni.

L'appartenenza di Marya a una famiglia che vive ai margini della società dà modo alla Oates di mettere al centro delle vicende quei contrasti culturali e sociali che è tanto brava a descrivere e a far capire, portando Marya tredicenne a stupirsi per l'opinione che ha di loro il nuovo insegnante di inglese ("E' convinto che contiamo qualcosa. Ma non ci conosce?"), ma anche a riscattarsi superando per intelligenza e impegno la ricca e viziata Imogene, improbabile amica del college, più le tante figure maschili che si considerano superiori a lei perché, per quanto talentuosa possa essere, è soltanto una ragazza, prima, e una donna, poi.

Una vita, quella di Marya, con tanto dolore e tanta violenza. Una bambina, figlia preferita del padre, che per un breve periodo si trova in balia degli umori materni, non sapendo distinguere cosa vorrebbe e ignorando cosa sarebbe giusto aspettarsi da un genitore ("Temeva che la madre si voltasse di colpo verso di lei scoprendola mentre faceva qualcosa di sbagliato, ma al tempo stesso desiderava che la guardasse: non sopportava il fatto che gli adulti non le badassero, che la attraversassero con lo sguardo senza notarla.") per poi finire in una casa e in una famiglia dove non si sente bene accetta perché in effetti non lo è.

Vittima di abusi che portano lei a un periodo di puritanesimo e la Oates alle sue meravigliose provocazioni.

"Chi aveva creato il mondo? esordiva il semplice catechismo. Dio aveva creato il mondo, si rispondeva da solo il catechismo."

Procedendo si arriva fino ai 34 anni della protagonista e a una conclusione tronca inaspettata, se non si legge prima la sinossi che la annuncia: avendola letta soltanto dopo sono rimasta spiazzata dal finale e inizialmente delusa. Ma poi, riflettendoci, mi sono resa conto che non era così importante andare oltre nella vita della protagonista e ho amato anche il non detto.

Reading Challenge 2025, traccia annuale Scarabeo

venerdì 25 aprile 2025

"L'ora blu", Paula Hawkins

 

"Ceramica, lacca Urushi, foglia d’oro, filamento d’oro, costola di artiodattilo, legno e vetro"

E' questa la didascalia che descrive l'opera esposta alla Tate Modern durante la mostra Sculpture and Nature, una delle poche sculture - sette in tutto - realizzate da Vanessa Chapman, rinomata pittrice stroncata dal cancro cinque anni prima.
Donna dotata di grande talento e di scarsa simpatia, aveva stupito l'ambiente artistico lasciando tutti i suoi lavori e i suoi scritti alla fondazione Fairburn, creata da Douglas Lennox, che era stato il suo gallerista fino a quando due anni di battaglia in tribunale avevano chiuso malamente il sodalizio.
Successivamente anche Lennox era morto e il figlio aveva ereditato la fondazione, ma è sul suo curatore, James Backer, che gli organizzatori della mostra si rifanno quando, dopo averla visitata, l'antropologo forense Benjamin Jefferies li informa che la costola presente nell'opera non è di un artiodattilo, ma è umana.

Fluttuante

Mi sono piaciuti tutti i thriller della Hawkins ("La ragazza del treno", "Dentro l'acqua", "Un fuoco che brucia lento" e "A occhi chiusi"), ma questo, scritto l'anno scorso, è quello che ho preferito.

La storia si svolge in un anno recente, non ci sono i soliti capitoli che alternano il presente al passato, ma quest'ultimo viene ricostruito grazie ai flashback dei personaggi e alla lettura di alcune lettere.

La macchina narrativa funziona molto bene, con gli ingranaggi ben collocati e che girano nel modo giusto.

Ma è l'ambientazione a fare la differenza: Vanessa Chapman nel 1997 aveva comprato l'intera piccola isola di Erin, lungo la costa occidentale della Scozia, che ospita un'unica casa e che è collegata alla terraferma solo durante le ore di bassa marea. Un'isola immaginaria e la Hawkins ha raccontato al "The Guardian" come ha avuto questa ispirazione, una scelta felice, attorno alla quale ha palesemente costruito tutta la trama.

L'atmosfera di Erin -
 isolata (ma non totalmente), cupa (ma anche radiosa, in base alle condizioni meteorologiche), protettiva (o mortalmente pericolosa) - è perfetta per un thriller e sfruttare un'isola, le maree e le tempeste non ha nulla di originale (basti pensare ai romanzi di Tremayne, in particolare a "La gemella silenziosa"), ma sono contesti che mi piacciono e la storia è sufficientemente particolare dal non costituire un "già letto" nonostante le similitudini ambientali.

Reading Challenge 2025, traccia dadi di aprile: 30