
Silvertjärn: l'unica città fantasma svedese. Era il 19 agosto 1959 quando due uomini erano arrivati da Stoccolma trovando il villaggio deserto. O quasi. Il cadavere di una donna giaceva al centro della piazza, era stata lapidata. E una neonata piangeva disperata nell'infermeria della scuola. Nessuna traccia, invece, degli altri 886 abitanti della piccola comunità operaia del Norrland centrale.
Sono trascorsi quasi sessant'anni quando la giovane Alice Lindstedt arriva a Silvertjärn per compiere il primo passo verso la realizzazione del suo sogno, quello di produrre un docufilm sul mistero di quella sparizione che nessuno è mai riuscito a risolvere. Lei spera di farlo perché ha qualcosa che altri non hanno: le lettere ricevute da sua nonna Margaretha da parte dei suoi familiari che erano rimasti a vivere al villaggio quando si era trasferita nella capitale.
E che sono scomparsi con tutti gli altri.
"Staden", scritto nel 2019, è l'opera prima di Camilla Sten, autrice svedese classe 1992, successivo però ad altri due thriller scritti a quattro mani con la madre, Viveca Sten, di cui Marsilio ha tradotto in maniera incompleta nove gialli appartenenti alla serie Omicidi di Sandhamn.
Un incipit che con il gran caldo di questa estate mi ha fatto pensare di aver scelto il libro sbagliato:
Naturalmente ho proseguito, sperando che la storia mi regalasse almeno qualche brivido di paura: perché questo è un thriller che va a braccetto con l'horror e, se anche di brividi non ce ne sono stati, quello che si legge è sufficientemente inquietante.
L'arrivo di Alice al villaggio insieme agli altri quattro membri della troupe, le loro esplorazioni e gli incidenti che iniziano a capitare ricordano, forse un po' troppo, "The Blair Wich Project", probabilmente il film che è riuscito a spaventarmi di più fra tutti quelli del genere che ho visto.
Anche in questo caso è l'ambientazione il punto di forza, con i cinque ragazzi che arrivano in questo villaggio abbandonato in mezzo ai boschi, costruito per dare alloggio a chi lavorava nella miniera e alle loro famiglie, casette di legno tutte uguali che si sviluppano attorno all'unica piazza, una scuola, una chiesa e una stazione, dove i treni fermavano soltanto due volte alla settimana.
Il budget ridotto consente una permanenza di appena cinque giorni per fare i sopralluoghi e gettare le basi per le riprese programmate per l'estate. Con i cellulari che hanno perso il segnale quaranta chilometri prima di arrivare si troveranno presto a sperimentare l'isolamento assoluto.
Netflix ha acquistato i diritti per farne una serie TV e la guarderei molto volentieri: leggere di walkie talkie che trasmettono risatine e rumori strani non mi spaventa, mentre su schermo è la tipica cosa che mi fa saltare sulla poltrona.
Sono trascorsi quasi sessant'anni quando la giovane Alice Lindstedt arriva a Silvertjärn per compiere il primo passo verso la realizzazione del suo sogno, quello di produrre un docufilm sul mistero di quella sparizione che nessuno è mai riuscito a risolvere. Lei spera di farlo perché ha qualcosa che altri non hanno: le lettere ricevute da sua nonna Margaretha da parte dei suoi familiari che erano rimasti a vivere al villaggio quando si era trasferita nella capitale.
E che sono scomparsi con tutti gli altri.
"Staden", scritto nel 2019, è l'opera prima di Camilla Sten, autrice svedese classe 1992, successivo però ad altri due thriller scritti a quattro mani con la madre, Viveca Sten, di cui Marsilio ha tradotto in maniera incompleta nove gialli appartenenti alla serie Omicidi di Sandhamn.
Un incipit che con il gran caldo di questa estate mi ha fatto pensare di aver scelto il libro sbagliato:
"Era un pomeriggio di agosto talmente soffocante che neppure l'aria che entrava dai finestrini abbassati riusciva a mitigare la calura dentro l'abitacolo"
Naturalmente ho proseguito, sperando che la storia mi regalasse almeno qualche brivido di paura: perché questo è un thriller che va a braccetto con l'horror e, se anche di brividi non ce ne sono stati, quello che si legge è sufficientemente inquietante.
L'arrivo di Alice al villaggio insieme agli altri quattro membri della troupe, le loro esplorazioni e gli incidenti che iniziano a capitare ricordano, forse un po' troppo, "The Blair Wich Project", probabilmente il film che è riuscito a spaventarmi di più fra tutti quelli del genere che ho visto.
Anche in questo caso è l'ambientazione il punto di forza, con i cinque ragazzi che arrivano in questo villaggio abbandonato in mezzo ai boschi, costruito per dare alloggio a chi lavorava nella miniera e alle loro famiglie, casette di legno tutte uguali che si sviluppano attorno all'unica piazza, una scuola, una chiesa e una stazione, dove i treni fermavano soltanto due volte alla settimana.
Il budget ridotto consente una permanenza di appena cinque giorni per fare i sopralluoghi e gettare le basi per le riprese programmate per l'estate. Con i cellulari che hanno perso il segnale quaranta chilometri prima di arrivare si troveranno presto a sperimentare l'isolamento assoluto.
Netflix ha acquistato i diritti per farne una serie TV e la guarderei molto volentieri: leggere di walkie talkie che trasmettono risatine e rumori strani non mi spaventa, mentre su schermo è la tipica cosa che mi fa saltare sulla poltrona.
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