lunedì 28 dicembre 2020

"L'analista", John Katzenbach


New York, primi anni duemila. Il 31 luglio per il dottor Frederick Starks, Ricky, psicanalista da più di 25 anni e vedovo da tre, non è solo l'ultimo giorno di lavoro prima delle ferie di agosto, ma anche quello del suo compleanno. Stavolta ne compie 53 e come ogni anno passerà il mese di vacanza a Provincetown, nella casetta in riva al mare comprata molti anni prima. Uomo estremamente solitario e abitudinario, ha comunque bisogno come tutti di staccare la spina dalla solita routine, ma con la posta del giorno arriva una lettera che manderà a monte tutti i suoi programmi di riposo: il mittente, Mr. R., lo ritiene responsabile del suicidio di una persona a lui cara e lo sfida a scoprire la sua identità. Se non ci riuscirà entro quindici giorni dovrà suicidarsi, altrimenti Mr. R. ucciderà un suo parente.

Con questo corposo romanzo John Katzenbach nel 2004 ha vinto il Grand Prix de littérature policière come miglior romanzo straniero. Anche in Italia ha avuto un buon riscontro, ricordo che ai tempi dell'uscita almeno un paio di persone me ne avevano parlato benissimo, motivo per cui questa estate l'ho comprato da una bancarella di libri usati.
 
Però a me non è piaciuto.

La prima parte è nettamente migliore delle altre due perchè più avvincente e coinvolgente, sicuramente anche più sensata, mentre procedendo la storia diventa sempre più inverosimile, raggiungendo picchi da "americanata" che mi domando come possano essere stati digeriti dai francesi.

L'idea di base era intrigante, ma a mio avviso è stata sviluppata male, con intrecci poco credibili, incastri improbabili e troppe coincidenze, una delle quali clamorosa, un qualcosa di determinante per l'evolversi della vicenda che Katzenbach risolve con un coup de chance (ma io dire de cul...) per me inaccettabile, anche da un novellino mi sarei aspettata un maggior sforzo di fantasia per trovare un escamotage migliore di quello creato da lui.

Ma oltre allo sviluppo della trama non mi è piaciuto neppure lo stile, pesante e così antiquato sotto ogni aspetto (dialoghi, situazioni, azioni, termini, aggettivi, metafore, ecc...) da spingermi ad andare a controllare l'anno di pubblicazione perchè mi sembrava di leggere un thriller anni '80! 

E neanche i personaggi mi hanno convinta, a cominciare dal protagonista, così distaccato, freddo e formale da non suscitare neanche un po' di quell'empatia che un personaggio braccato dal cattivo suscita sempre.
Gli altri (pochi) sono tutti stereotipati in maniera imbarazzante e molto, molto fastidiosa.
 
Ancora più disturbante il sessismo che trapela qua e là, ad esempio quando il dottor Starks si trova su un binario in compagnia di "un paio di uomini d'affari che parlavano al cellulare e tre donne probabilmente in una spedizione di shopping"!

Katzenbach: ma vaff.., va!

In definitiva salvo solo il nomignolo dato al vendicatore: Mr Rumlestiltskin, cioè il Tremotino di cui da piccola ho consumato il 45 giri delle fiabe sonore.

Reading Challenge 2020: questo testo risponde alla traccia normale di dicembre


sabato 26 dicembre 2020

"E' l'amore che sceglie", Jennifer Weiner

Miami (Stati Uniti), 1985. Rachel Blum ha otto anni e dalla nascita soffre di atresia della tricuspide, una patologia che l'ha già portata a subire numerosi interventi al cuore e a farla sentire a suo agio nelle corsie degli ospedali.
E' al Miami Children's Hospital che una notte vede nella sala d'aspetto un bambino della sua età, cosa normale in un ospedale pediatrico. A non essere normale è che sia solo: Andy le racconta di essere in Florida con la madre, per una specie di vacanza. Di essersi svegliato da solo nella stanza del motel, di essersi arrampicato sul balcone per vedere se la madre era in piscina a far festa con gli altri adulti e di essere caduto di sotto, probabilmente rompendosi un braccio.
Lei gli regala il suo orsacchiotto e comincia a raccontargli una storia, che si interrompe bruscamente quando Lori, la madre di Andy, irrompe nel pronto soccorso, ubriaca e alterata, pretendendo che un medico si occupi subito del figlio.
Rachel vede Andy scomparire dietro alle porte dell'infermeria e pensa che non si vedranno mai più, senza sapere che invece quella non sarà l'unica volta in cui le loro vite si incontreranno...

Sono passati più di due anni da quando ho letto "La prima cosa bella", l'unico romanzo a non essermi piaciuto di quella che è una delle mie scrittrici preferite. Con questo, scritto nel 2015, si è riscattata e mi fa veramente tanto arrabbiare che - a quanto sembra - abbiano smesso di tradurla, o quasi! Non esiste ancora la versione italiana di un romanzo scritto precedentemente a questo nè dei quattro successivi. Negli ultimi cinque anni hanno tradotto solo un libro per bambini, ma non il suo seguito.
 
Parlando della Weiner ho sempre detto quanto per me sia sottovalutata, o meglio, penalizzata dall'etichetta di romanzi rosa che viene sempre attribuita ai suoi titoli: sono convinta che in questo modo non attragga chi non ama i libri romantici e che non trovi riscontro in chi invece li cerca. Perchè quelle che racconta non sono storie d'amore come titoli, copertine e trame dicono, ma sono storie di donne complete (sia le storie che le donne) dove l'amore ha sì un ruolo rilevante, ma non esclusivo e non per forza a lieto fine, sicuramente mai facile. Sono storie sempre più o meno drammatiche che sarebbe giusto inserire nel grande calderone della narrativa contemporanea, indubbiamente femminile, ma non di genere romance e basta.
 
E dopo questo tentativo di distinzione devo però dire che "E' l'amore che sceglie" è probabilmente il libro più romantico dell'autrice. I capitoli, per lo più lunghi, si alternano fra le vicende vissute da Rachel che lei racconta in prima persona, alla vita di Andy, raccontata in terza. La storia abbraccia trent'anni, conosciamo i due protagonisti quando sono bambini di otto anni e li vediamo crescere arrivando alla soglia dei quaranta.
 
Lo stile è sempre quello della Weiner, fluido, dinamico, moderno, toccante, non fasullo. Forse quello che mi piace di più di lei è la costruzione di personaggi credibili, non perfetti o non troppo limitati al ruolo che rivestono, non per forza solo amabili o solo sgradevoli, ma pieni di sfaccettature, positive e non, come siamo noi persone reali. 

Mi rendo conto che il mondo dell'editoria debba fare delle scelte, che non si possano tradurre in italiano tutti i libri stranieri, ma che qualcuno abbia deciso di sacrificare proprio la Weiner mi intristisce davvero tanto.

Reading Challenge 2020: questo testo risponde alla traccia normale di dicembre
 

 

giovedì 17 dicembre 2020

"Ragione e sentimento", Jane Austen

Sussex (Inghilterra), epoca georgiana. Henry Dashwood muore convinto che il figlio di primo letto John manterrà la promessa e si prenderà cura della matrigna e delle tre sorellastre. Il defunto non ha dato il giusto peso all'avidità di John e, soprattutto, a quella di Fanny, sua degna consorte: i due non aspettano nemmeno il raffreddamento del corpo per prendere possesso della casa e per Fanny sarà semplicissimo convincere il marito che per mantenere fede alla promessa fatta al padre morente non sia necessario elargire chissà quali cifre alle sue sorellastre.
Per la vedova di Henry sarà un dispiacere, ma anche un sollievo, trasferirsi con le figlie nel
Devonshire accettando l'offerta di un cottage messo a disposizione da un suo parente, sir Middleton. Un cambiamento che comporterà allontanamenti e nuove conoscenze che le due ragazze più grandi, Elinor e Marianne, affronteranno una con la ragione e l'altra con il sentimento.

Ogni volta che leggo dei classici si rafforza in me la consapevolezza di quanto mi siano lontani per stile e,
soprattutto se di genere romance come questo, di quanto poco mi interessino le tematiche trattate.

Non è il primo romanzo della Austen che leggo: nel 2011 avevo aderito a un gruppo di lettura virtuale che nel corso di quell'anno mi aveva portata a leggerne ben tre, "Orgoglio e pregiudizio", "Mansfield Park" ed "Emma". Mai più avrei pensato di riapprocciarmi a lei, ma "grazie" alle mie compagne di casata me la sono ritrovata nella traccia autore di dicembre della Reading Challenge e lo spirito di gruppo mi ha convinta a tornare sui miei passi.

Pentita? No: sfrutto troppo poco la spinta che le challenge danno a uscire dalla propria comfort zone e "Ragione e sentimento" mi è pesato meno rispetto agli altri tre (per ciascuno avevo impiegato più di due mesi a finirli, questa volta me la sono cavata in sedici giorni!), tanto che non escludo in futuro di leggere anche i due romanzi dell'autrice che ancora mi mancano, "Persuasione" perchè a detta di molti è il migliore e "L'abbazia di Northanger" perchè è l'unico che mi sembra un po' più interessante.

"Mi è pesato meno" chiaramente non è sinonimo di "mi è piaciuto": non c'è proprio niente che mi appaghi in questo genere di storie e, pur sforzandomi, non riesco a capire la rivalutazione di cui ha goduto la Austen negli ultimi decenni. Rispetto agli altri tre, in questo ho trovato
simpatico il gioco degli equivoci che l'autrice semina qua e là e in generale ho colto maggiormente la sua vena ironica ("Non era una donna loquace, perchè a differenza di gran parte della gente, il numero delle sue parole era propozionato a quello delle sue idee"), mentre continua a sfuggirmi la capacità di critica verso la società del suo tempo che le viene attribuita (dovrei leggere una sua biografia per cercare di capirla di più).

Questo è probabilmente l'aspetto fondamentale che mi porta a non riuscire ad apprezzare la Austen: la trovo limitata. Fra rivoluzione industriale, guerre napoleoniche e la guerra d'indipendenza degli Stati Uniti,
ha vissuto un momento storico di cambiamenti epocali, non solo per la sua nazione. Si direbbero impossibili da ignorare, invece lei riesce a non inserire neppure un minimo accenno e non va mai oltre alla sua piccola realtà.

Una realtà che riguardava pochi privilegiati: mi lascia sempre sgomenta chi afferma "come mi sarebbe piaciuto vivere in quell'epoca" senza specificare "a patto di essere un uomo che vive di rendita" perchè - se una rendita personale comportava grandi privilegi anche per una donna - questi benefici si riducevano agli agi legati a un certo tenore di vita (cosa non da poco, viste le condizioni dei poveri, e non solo), ma non garantivano nè una vera indipendenza economica nè tanto meno un potere decisionale sulla propria vita e spesso tanto più alta era la rendita quanto più si finiva per diventare mogli di convenienza.

Bella roba...

La filmografia può anche aver reso tutto molto romantico, ma i tempi erano quelli e quindi è giusto e normale che Jane Austen li raccontasse. Quello che, invece, trovo incredibile è che in epoca attuale si possa davvero sognare su storie come queste dove i personaggi femminili positivi sono quelli remissivi, dove non c'è mai una reazione ai soprusi e tutto viene accettato con una docilità che la datazione dell'opera giustifica solo fino a un certo punto.

Non mi è piaciuta la morale del libro, con la ragione che ottiene più del sentimento (e in relazione a Marianne mi auguro che chi accusa Joel Dicker di aver vestito di rosa la storia d'amore di un pedofilo, il suo Quebert, abbia la decenza di usare lo stesso metro di giudizio per la Austen e il suo colonnello Brandon!!).

Non mi è piaciuto il modo in cui la Austen abbia (non) spiegato l'escamotage usato per far tornare libero il protagonista maschile limitandosi a scrivere "...per quanto le circostanze della sua liberazione potessero apparire inesplicabili...": sarebbe stato più sensato e decoroso ricorrere a una morte prematura, che ai tempi tanto prematura non sarebbe stata.

E non mi è piaciuto come - dopo un'infinità di parole spese per ogni dialogo, anche per i tanti irrilevanti -  arrivata a quello che in un romanzo rosa rappresenta il tanto anelato acme abbia liquidato la questione scrivendo: "Non c'è tuttavia bisogno di riferire in maniera particolareggiata..." ecc, ecc, ecc: ma veramente???
Personalmente arrivata a quel punto mi sono fatta una gran risata, ma se avessi avuto un'indole romantica e avessi letto tutto il libro nell'attesa del "e vissero felici e contenti" mi sarei sentita parecchio presa in giro, senza contare 
che il finale del libro (mi riferisco proprio all'ultima frase) è degno della più retrograda delle pancine del Signor Distruggere! 

Infine, se per la Austen una giacca da cacciatore era davvero il più seducente fra tutti gli abiti maschili, non mi stupisco che sia morta zitella e probabilmente vergine!

Reading Challenge 2020: questo testo risponde alla traccia autore di dicembre

 


venerdì 11 dicembre 2020

"Libreria Luigi", Stefano Caso



Fine maggio, giorni nostri. Luigi Araldi da poco più di vent’anni ha una moglie, Olga, un figlio, Luca, e una libreria che ha chiamato Luigi, come lui e come Pirandello, il suo scrittore preferito. Ma la sua laurea in lettere e il suo infinito bagaglio culturale non saranno sufficienti a permettergli di replicare all’anziana e schietta cliente che il giorno del cinquantesimo compleanno del libraio lo manderà a tappeto dicendogli che ne dimostra come minimo dieci di più!
Un commento avvilente che scatenerà una specie di effetto domino in Luigi, portandolo a dare un taglio a molte cose della sua vita, a cominciare da barba e capelli…

Che brutto libro! Che grande delusione! A fregarmi spingendomi all’acquisto è stata la prima frase della sinossi (“Ironia e dramma per narrare in prima persona la crisi umana e intellettuale di un libraio cinquantenne sovrastato da clienti nevrotici e molesti”): quel riferimento ai clienti mi aveva fatto pensare che fosse una sorta di versione italiana del - da me tanto amato - “Una vita da libraio”, dove avevo trovato la perfetta descrizione della mia vita da giornalaia e che per questo mi aveva fatto divertire e provare quella bella solidarietà che lega noi commercianti a prescindere dalla tipologia di merce venduta.

Invece no. Che il protagonista del libro li venda ha determinato soltanto l’inserimento da parte dell’autore di dialoghi surreali, inutili, noiosi e ridicoli fra Luigi e i “fanstasmi” di personaggi letterari celebri, da Vitangelo Moscarda a Samsa, passando per Lord Wotton e Gwynplaine, altrimenti la sua professione sarebbe stata irrilevante.

La storia non è quella di un libraio, ma quella di un uomo sbalestrato dal compimento dei 50 anni (sensazione che da tredici mesi ho tristemente chiara) e a cui è sufficiente il giudizio poco educato di un’anziana donna per dare il colpo di grazia a tutti i pilastri della sua vita, fragili ormai da tempo.

Non amo i drammi esistenziali, neppure nei libri, anche se molti che li trattano sono splendidi, ma questo no. La storia viene sviluppata in modo debole e sciocco, il protagonista non suscita né simpatia né empatia, è un isterico e immaturo piagnone di cui vengono spesso elencati gli espletamenti delle funzioni fisiologiche (forse con l’intento, mancato, di farlo apparire divertente), che si mette al volante ubriaco (salvato solo dalla macchina che non parte), che prima di un amplesso se ne esce con un penoso “che la festa abbia inizio” (cosa che mi renderebbe frigida per l’eternità) e che cerca di possedere la moglie nonostante lei non ne abbia dichiaratamente voglia (e senza fare nulla per fargliela venire).

Gli altri personaggi sono inconsistenti e spesso stupidi, i dialoghi vuoti, le situazioni grottesche e tutto quanto è stereotipato in maniera fastidiosa.

Brutta cosa quando i libri si rivelano una perdita di tempo, soprattutto quando si hanno 50 anni (o più) e la maggior parte di quello che abbiamo a disposizione è già stato vissuto.

Reading Challenge 2020: questo testo risponde alla traccia normale di dicembre


domenica 6 dicembre 2020

"Un respiro nella neve", Mary Higgins Clark e Alafair Burke

New York, giorni nostri. Sono passati due mesi dalla messa in onda dell’ultima puntata di “Under Suspicion”, il reality prodotto da Laurie Moran che indaga su vecchi crimini non ancora risolti. Indecisa fra due possibili cold case, se ne vede imporre un terzo da Bret, il suo capo: a proporlo è stato il suo pupillo, nonché nuovo presentatore della trasmissione, Ryan Nichols, convinto che il suo personal trainer sia innocente. L’uomo, Ivan Gray, è sospettato di aver ucciso tre anni prima la sessantottenne Virginia Wakeling spingendola dal tetto del Metropolitan Museum of Art. I due avevano una relazione e gli oltre vent’anni di differenza non erano l’unico motivo per cui i due figli della donna cercavano di opporsi a un eventuale matrimonio. Virginia aveva già elargito mezzo milione di dollari a Ivan per permettergli di aprire una palestra, gli aveva regalato una Porsche, aveva addirittura pagato l’anello di fidanzamento! Ma la polizia ai tempi non aveva trovato nessuna prova per incriminare Ivan e a Laurie basteranno un paio di settimane per rendersi conto che ci sono altri possibili sospetti...

Sesto romanzo della serie con protagonista Laurie Moran, quinto dove tutto ruota attorno alla trasmissione televisiva, quarto firmato anche da Alafair Burke e secondo postumo, a quasi un anno dalla scomparsa di Mary Higgins Clark.

Come nel libro precedente, "Le ragazze non devono parlare", anche questa volta non ho ritrovato al 100% il suo stile. Avendo letto solo il romanzo di esordio della Burke non sono in grado di stabilire quanto di suo ci sia in queste ultime due storie, ma fra queste e i primi due romanzi scritti a quattro mani qualcosa di diverso c'è.

La parte in cui ho avvertito meno la "presenza" della Higgins Clark è stato il finale, decisamente frettoloso, sia nella risoluzione del caso, sia nell'ultimo capitolo, una sorta di epilogo: il classsico finale tinto di rosa in cui Mary si è sempre dilungata perdendosi in romanticherie e cliché che - in quanto tali - non posso dire mi siano mancati, ma la chiusura è stata davvero troppo rapida, così tanto da lasciarmi un senso di incompiutezza.

E per la prima volta al suo cinquantunesimo romanzo ho trovato un errore, un qualcosa che non pregiudica la storia nè la rende meno credibile, ma che è così evidente che ho trovato clamoroso che non se ne siano resi conto.

E, da odiosa precisina, punto il dito su un altro dettaglio che riguarda la versione italiana del libro. Virginia Wakeling muore durante il Met Gala e il suo abito con il corpetto di velluto nero e la gonna lunga di taffetà blu pavone viene descritto in tre occasioni: era così difficile dar prova di aver letto il libro e non vestire il cadavere in copertina di rosso?

Reading Challenge 2020: questo testo risponde alla traccia normale di dicembre

 


 

sabato 28 novembre 2020

"Ossessione", Nora Roberts

Pine Meadows (Virginia occidentale), 29 agosto 1998. Naomi Bowes si sveglia in piena notte a causa di un rumore. Dalla finestra vede il suo papà inoltrarsi nel bosco che circonda la casetta. Non può resistere all’impulso di uscire e seguirlo, è sicura che in questo modo troverà il posto dove lui ha nascosto la bicicletta rossa che sicuramente le regalerà fra due giorni, per il suo dodicesimo compleanno…
Sunrise Cove (Stato di Washingtone), 2016. Naomi adesso ha trent’anni, ha cambiato cognome e ha raggiunto il successo come fotografa, un lavoro che ama e che adesso le ha permesso di comprare quella grande e vecchia casa sulla scogliera. Ancora non se ne capacita, lei non è una che mette radici, che crea legami… Ma non ha saputo resistere a quel panorama, trovando anche un cane, degli amici e l’amore.

Ma qualcuno sembra aver trovato lei: qualcuno che sa che diciotto anni prima nel bosco lei non aveva trovato il posto dove il padre aveva nascosto la sua bicicletta rossa, ma quello dove nascondeva una persona!


Quattro mesi dopo aver letto "Luci d'inverno" e "Il mistero del lago" mi sono decisa ad affrontare il terzo libro della Roberts che avevo comprato insieme agli altri. Decisamente migliore del secondo, lo pongo sullo stesso livello del primo: non alto, ma neppure insufficiente, si lascia leggere.

Nell’immensità di titoli pubblicati dall’autrice mi chiedo se sono tutti strutturati allo stesso modo o se a me siano capitati i tre in cui la protagonista, dopo aver vissuto una tragica esperienza in un luogo, si trasferisce nel posto in cui poi si sviluppa la vicenda portante del romanzo: non avendo mai creduto nelle coincidenze, ho il forte dubbio che la Roberts abbia poca fantasia, ma – se dopo aver letto “Il mistero del lago” ero sicura che non avrei mai comprato altro di suo – facendo una media sui tre penso che potrei tornare a leggerla nel caso mi capitasse un’offerta di acquisto conveniente come la scorsa estate.

A riscattarla è stata la prima parte di questo romanzo: bellissima, avvincente, carica di suspense, thriller al 100%. Poi però la protagonista è cresciuta, è diventata adulta e la Roberts ha potuto inserire la storia d’amore che, come nei due libri precedenti, scade in personaggi stereotipati, con il macho che deve proteggere la giovane fanciulla e infarcendo lo scritto con quelle espressioni antiquate di cui sembra non poter proprio fare a meno e che mi urtano quasi più del perdere un derby di Coppa Italia per 3-1, dalla bionda mozzafiato allo schianto di pollastrella. Ma ha proprio qualche problema con aggettivi e nomignoli: se ne “Il mistero del lago” l’avrei uccisa per quel “mingherlina” con cui il protagonista maschile si rivolgeva alla protagonista femminile una trentina di volte, stavolta a Naomi tocca “secca”, fortunatamente con meno frequenza, ma torna l’irritante abuso di sorrisi sfacciati o pericolosi, pericolosi al pari degli occhi azzurri che però possono essere anche sfrontati, mentre quelli marroni per la Roberts sono tranquilli o caldi: evidentemente alla signora lo sguardo di Clooney non fa lo stesso effetto che fa a me!


Anche l’insalata prepotente merita una citazione!


Aggettivi a parte, è un peccato che l’intero libro non sia all’altezza dell’inizio, il colpevole lo si intuisce facilmente ben ben prima della fine, ma questo perché la fiction non è la realtà dove il cattivo può essere chiunque: nei romanzi deve essere qualcuno che compare nella storia e la bravura di chi scrive thriller è proprio quella di nasconderlo in mezzo agli altri personaggi fino all’acme del libro, cosa che la Roberts qui non è stata in grado di fare, era palesemente lui e non solo andando per esclusione.


Ma è stata comunque una lettura di compagnia che mi ha fatto pensare che potrei leggere qualcos’altro dell’autrice e non è cosa da poco.

Reading Challenge 2020: questo testo risponde alla traccia a cascata di novembre, lo collego a "L'anima del male" perchè entrambe le autrici sono statunitensi

 
 

 

giovedì 26 novembre 2020

"Cambiare l'acqua ai fiori", Valérie Perrin

 
Charleville-Mézières (Ardenne), 28 luglio 1985. Violette Trenet ha 17 anni e ha mentito sulla sua vera età per avere quel lavoro dietro al bancone del bar di una discoteca. L’incontro con Philippe Toussaint condizionerà il suo futuro. Bello quanto egoista, di dieci anni più vecchio, non gli sarà difficile confondere la ragazzina, farle credere che una forte intesa sessuale sia il Grande Amore e legarla a lui attraverso quello che di solito è un vincolo eterno: un figlio.
Brancion-en-Chalon (Borgogna), 15 agosto 1997. Dopo l’automatizzazione e la conseguente chiusura del passaggio a livello di Malgrange-sur-Nancy di cui la coppia è stata custode per più di 11 anni, i due si ritrovano ancora guardiani, ma di un luogo estremamente diverso, sicuramente più silenzioso: un cimitero.
Ma non si tratta di un cimitero qualunque…


Manca ormai poco più di un mese alla fine di questo orribile 2020, ma se anche fosse solo gennaio lo direi lo stesso: questo è uno dei libri più belli fra quelli letti quest’anno, e non solo.


Non lo avevo in wish list, ma a ottobre è stato letto moltissimo nella mia Reading Challenge per via delle tracce lugubri, anche da mia sorella, e quando è stato scelto come traccia Gold di novembre l’ho iniziato senza leggere neppure la trama. Quindi avevo solo una vaga idea del tema trattato e se avessi letto la sinossi è probabile che avrei deciso di lasciare perdere: edizioni E/O dovrebbe assumere quelli che le scrivono per la Newton Compton dove ogni thriller viene definito un grande thriller e ogni romanzo un grande romanzo e dove in effetti buttano giù descrizioni per le quali non vedi l’ora di iniziare a leggere, salvo poi renderti conto che nella maggior parte dei casi sono solo stati bravi a venderti “fuffa”. Invece chi ha scritto la sinossi per E/O non è riuscito a far neppure immaginare la beltà di questa storia che, pur facendo parte della narrativa contemporanea, ha all’interno colpi di scena magistrali.


Scritto meravigliosamente bene e strutturato ancora meglio, racchiude più storie che vengono narrate attraverso salti temporali e flashback gestiti con assoluta precisione. Non è un libro veloce, non vuole esserlo, soprattutto non deve esserlo, e io sono andata piuttosto a rilento per la commozione che mi impediva di procedere oltre, in particolare quando mi trovavo a leggerlo in edicola dove, per forza di cose, non è il caso di mettersi a piangere.


Non sono portata per i libri lacrimevoli e questo non lo è: è un libro bellissimo che merita di essere letto e non solo per quello che racconta, ma anche per le riflessioni che induce a fare, sulla precarietà della vita, sulle cose non dette che facilmente portano a travisare le situazioni, ecc…


Mi sarebbe piaciuto avere una maggiore cultura francese - Paese che amo e che apprezzo sotto molti punti di vista – per saper cogliere e valutare i personaggi che vengono citati, specialmente quelli legati alla musica.


Quello che invece ho colto facilmente sono state le parole che la Perrin ha usato per parlare degli animali…


Se esiste un paradiso, sarà paradiso solo se troverò ad accogliermi i miei cani e i miei gatti”

Cuocere un animale in pentola”

Mi parlano del mare che ha sempre meno pesci”

Sollevare il coperchio e controllare i pezzetti di animale morto”

Non poteva essere un caso e infatti cercando su web ho trovato la conferma a quello che pensavo: la Perrin ama gli animali ed è stata candidata per il Partito Animalista francese nel 2019.

Spero scriva tanti altri romanzi belli come questo.

Reading Challenge 2020: traccia gold del mese di novembre
 

lunedì 16 novembre 2020

"L'anima del male", Linda Castillo

   

Painters Mill (Ohio), ottobre 2016. Daniel Gingerich è un giovane Amish di 18 anni e quella sera è particolarmente su di giri perchè "lei" ha finalmente deciso di cedere e gli ha dato appuntamento nella selleria: non può sapere che da quel fienile ne uscirà carbonizzato.
Ma Danny era davvero il bravo ragazzo che tutti descrivono? Non ci sono un po’ troppi nomi di ragazze riconducibili al suo, compreso quello di Emma Miller, morta suicida appena sei mesi prima? E cosa sono le “cose che non succedono alle brave ragazze” a cui accenna la madre di Emma parlando con il comandante della polizia Kate Burkholder?

Dopo averli divorati quasi tutti in pochi mesi, era da giugno che non tornavo nell’Ohio della Castillo: ho deciso di centellinarli perché sono quasi in pari, dopo questo ne ha al momento scritto soltanto altri due, di cui l’ultimo non è neppure ancora stato tradotto in italiano.
Mi piacerebbe trovare un’altra lunga serie di questo genere, piacevole e rilassante, coinvolgente, ma non impegnativa: si accettano consigli.

Questa quattordicesima puntata è un altro godibilissimo giallo con indagini vecchio stile e con una discreta dose di suspense e colpi di scena.

Certo questi Amish potrebbero rivaleggiare con il peggior clan mafioso quanto a ostruzionismo e omertà… E nasce l’inevitabile scetticismo che si crea (vedi Diabolik) quando un autore sceglie di far accadere tanti crimini in un piccolo centro o in una piccola comunità, ma sono gli Amish a rendere particolari, forse unici, i romanzi della Castillo.

Questa volta, probabilmente perché ho letto questa storia autunnale proprio in autunno, mi è sembrata particolarmente brava nel far percepire le sensazioni stagionali, soprattutto quelle olfattive. E siccome a Pegli sono circondata da palme e da aranci selvatici, non era impresa da poco riuscire a farmi immergere nei colori dell’autunno rurale americano...

Reading Challenge 2020: questo testo risponde alla traccia cascata di novembre, lo collego a "La Mennulara" perchè entrambi scritti da donne




sabato 14 novembre 2020

"La Mennulara", Simonetta Agnello Hornby

 
Roccacolomba (Sicilia), 23 settembre 1963. E’ un lunedì quando il cancro si porta via Maria Rosalia Inzerillo. Aveva 55 anni e lavorava da quando ne aveva soltanto sei. Raccoglieva mandorle, da qui quel soprannome, la Mennulara, con cui tutti in paese la conoscevano, anche se quel mestiere lo aveva fatto “soltanto” fino ai 13 anni, quando era entrata a far parte delle servitù della famiglia Alfallipe, arrivando in seguito ad amministrarne addirittura il patrimonio!
Ma Mennù era bella o brutta? Era buona o era cattiva? Era leale o sleale? Era generosa o era una truffatrice? E quanto doveva ringraziare la mafia per la sua ricchezza (vera o presunta?)?
Roccacolomba è un piccolo (immaginario) paesino, di quelli dove tutti conoscono tutti, dove tutti hanno un’opinione su tutto e di tutti, ma la Mennulara lascia molte domande dietro di sé e se per molti trovare le risposte è solo una questione di morbosa curiosità, per i tre eredi Alfallipe l’interesse è puramente economico.
 
 
Senza alcuna conoscenza né motivazione logica non avevo mai preso in considerazione i romanzi di Simonetta Agnello Hornby finché non ha collaborato con Massimo Fenati alla realizzazione della graphic novel ispirata a questo romanzo. 
 
 
 
Di graphic novel non ne ho mai letto e il desiderio di leggere questa deriva dal fatto che Massimo (che ha più fantasia nel disegnare che nello scrivere dediche!) è il figlio della sorella di mia suocera, quindi cugino di primo grado di mio marito: 
 
 
 
Sono sicura che leggendola non finirò con l’appassionarmi al genere (non mi piacciono i fumetti), ma adesso sono altrettanto certa di voler leggere gli altri romanzi dell’autrice perché “La Mennulara” mi è piaciuto davvero tanto. 
 
E’ grazie alle Reading Challenge che ho scoperto di amare la narrativa contemporanea e se questo libro mi ha conquistata è stato principalmente per lo stile di scrittura della Agnello Hornby. Perchè non ho apprezzato proprio tutto: c’è un qualcosa nel finale, un dettaglio che secondo me avrebbe dovuto essere sviluppato in modo diverso per essere allo stesso livello del resto dell'opera. Ma soprattutto avrei preferito una maggiore condanna verso le tematiche trattate: mafia, violenze familiari, violenze non familiari, soprusi, prevaricazione sociale, omertà...  
 
Anche se a tratti non manca la denuncia sociale... 
 
"i ricchi che ereditano potere e denari senza averli guadagnati e i poveri che non hanno l'opportunità di studiare e lavorare" 
 
...l'autrice affronta certi temi con troppo garbo, ma la storia è bella e molto ben raccontata. Lo sviluppo a ritroso crea a tratti quella suspense riconducibile a un thriller. I personaggi, molto ben delineati, scatenano sentimenti di simpatia, antipatia, pietà, rabbia, commiserazione...  
Ma soprattutto c'è una grande protagonista per la quale si finisce col provare un gran rispetto dispiacendosi per quella sua morte che nella prime righe del libro aveva lasciato indifferenti. 
 
Roccacolomba immaginata da Massimo:


Reading Challenge 2020: questo testo risponde alla traccia cascata di novembre, lo collego a "Ossigeno" perchè entrambi gli autori sono nati in Italia


giovedì 12 novembre 2020

"Ossigeno", Sacha Naspini

Follonica (Grosseto), 12 agosto 1999. Laura sta tornando a casa dai giardinetti dopo aver litigato con Martina, la sua amichetta del cuore. Ha uno svenimento: è anemica, le è già capitato. Ma questa volta rinviene in un container.
6 ottobre 2013. Luca ha 27 anni quando vede i carabinieri portare via il padre in manette con l’accusa di rapimento, tortura, omicidio e occultamento di cadavere.
Dopo 14 anni hanno ritrovato Laura, lei è viva, ma l’illustre professor Carlo Maria Balestri aveva sequestrato altre bambine prima di lei.

Lui adesso è in carcere e non parla e per Luca ha inizio l’incubo, è il figlio del mostro. Ma per Laura l'incubo è davvero finito?


Avevo inserito questo libro in wish list poco più di un anno fa dopo averne sentito parlare benissimo in un video di Marco Cantoni. Da mesi ho smesso di seguire questo bravissimo BookTuber perché dopo aver letto diversi libri osannati da lui ho capito che abbiamo gusti e, soprattutto, metri di giudizio molto diversi. Però lo consiglio caldamente perché è un piacere ascoltarlo e parla di libri di livello: se avessi più tempo (o se lui facesse video più brevi) glielo dedicherei volentieri, ma non avendolo preferisco continuare a seguire chi propone titoli più adatti a me.


Ossigeno” non ha fatto eccezione confermando le differenze di giudizio fra me e Cantoni: consapevole di non avere il suo bagaglio culturale, sono la prima ad ammettere che sono io a non essere riuscita a coglierne il valore, ad esempio quello che lui definisce “voyeurismo della violenza” l’ho capito, sì, ma non apprezzato. Condivido invece il paragone che fa con il romanzo psicologico in stile Gillian Flynn (anche se di questa autrice al momento ho letto soltanto “Sulla pelle – Sharp object”), ma “Ossigeno” per me è stato una grandissima delusione e non per “colpa” della recensione più che positiva di Cantoni, ma proprio perché – dopo un primo (lungo) capitolo magistrale per originalità, tematica, punto di vista e suspense e dopo un secondo capitolo quasi al livello del primo – nei tre successivi ho trovato via via sempre più debole il punto focale della narrazione fino ad arrivare all’ultimo capitolo dove, secondo me, Naspini si è fatto prendere troppo la mano dal voler essere originale scegliendo un’ambientazione eccessivamente e inutilmente diversa e piazzando un colpo di scena che non risulta tale perché lo aveva già svelato bruciando la sorpresa.


Davvero un finale amaro per me, considerando quanto mi aveva conquistata quel primo capitolo. Cantoni nel video cita anche “Le case del malcontento” che prima o poi sicuramente leggerò e siccome lui ne parla come di un libro riuscito solo a metà, ho fiducia che a me possa piacere più di questo. 

Reading Challenge 2020: questo testo risponde alla traccia a cascata di novembre "un libro il cui titolo si associa al 2020"