Gli altri (pochi) sono tutti stereotipati in maniera imbarazzante e molto, molto fastidiosa.
Katzenbach: ma vaff.., va!
Reading Challenge 2020: questo testo risponde alla traccia normale di dicembre
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Miami (Stati Uniti), 1985. Rachel Blum ha otto anni e dalla nascita soffre di atresia della tricuspide, una patologia che l'ha già portata a subire numerosi interventi al cuore e a farla sentire a suo agio nelle corsie degli ospedali.
E' al Miami Children's Hospital che una notte vede nella sala d'aspetto un bambino della sua età, cosa normale in un ospedale pediatrico. A non essere normale è che sia solo: Andy le racconta di essere in Florida con la madre, per una specie di vacanza. Di essersi svegliato da solo nella stanza del motel, di essersi arrampicato sul balcone per vedere se la madre era in piscina a far festa con gli altri adulti e di essere caduto di sotto, probabilmente rompendosi un braccio.
Lei gli regala il suo orsacchiotto e comincia a raccontargli una storia, che si interrompe bruscamente quando Lori, la madre di Andy, irrompe nel pronto soccorso, ubriaca e alterata, pretendendo che un medico si occupi subito del figlio.
Rachel vede Andy scomparire dietro alle porte dell'infermeria e pensa che non si vedranno mai più, senza sapere che invece quella non sarà l'unica volta in cui le loro vite si incontreranno...
Sussex (Inghilterra), epoca georgiana. Henry Dashwood muore convinto che il figlio di primo letto John manterrà la promessa e si prenderà cura della matrigna e delle tre sorellastre. Il defunto non ha dato il giusto peso all'avidità di John e, soprattutto, a quella di Fanny, sua degna consorte: i due non aspettano nemmeno il raffreddamento del corpo per prendere possesso della casa e per Fanny sarà semplicissimo convincere il marito che per mantenere fede alla promessa fatta al padre morente non sia necessario elargire chissà quali cifre alle sue sorellastre.
Per la vedova di Henry sarà un dispiacere, ma anche un sollievo, trasferirsi con le figlie nel Devonshire accettando l'offerta di un cottage messo a disposizione da un suo parente, sir Middleton. Un cambiamento che comporterà allontanamenti e nuove conoscenze che le due ragazze più grandi, Elinor e Marianne, affronteranno una con la ragione e l'altra con il sentimento.
Ogni volta che leggo dei classici si rafforza in me la consapevolezza di quanto mi siano lontani per stile e, soprattutto se di genere romance come questo, di quanto poco mi interessino le tematiche trattate.
Non è il primo romanzo della Austen che leggo: nel 2011 avevo aderito a un gruppo di lettura virtuale che nel corso di quell'anno mi aveva portata a leggerne ben tre, "Orgoglio e pregiudizio", "Mansfield Park" ed "Emma". Mai più avrei pensato di riapprocciarmi a lei, ma "grazie" alle mie compagne di casata me la sono ritrovata nella traccia autore di dicembre della Reading Challenge e lo spirito di gruppo mi ha convinta a tornare sui miei passi.
Pentita? No: sfrutto troppo poco la spinta che le challenge danno a uscire dalla propria comfort zone e "Ragione e sentimento" mi è pesato meno rispetto agli altri tre (per ciascuno avevo impiegato più di due mesi a finirli, questa volta me la sono cavata in sedici giorni!), tanto che non escludo in futuro di leggere anche i due romanzi dell'autrice che ancora mi mancano, "Persuasione" perchè a detta di molti è il migliore e "L'abbazia di Northanger" perchè è l'unico che mi sembra un po' più interessante.
"Mi è pesato meno" chiaramente non è sinonimo di "mi è piaciuto": non c'è proprio niente che mi appaghi in questo genere di storie e, pur sforzandomi, non riesco a capire la rivalutazione di cui ha goduto la Austen negli ultimi decenni. Rispetto agli altri tre, in questo ho trovato simpatico il gioco degli equivoci che l'autrice semina qua e là e in generale ho colto maggiormente la sua vena ironica ("Non era una donna loquace, perchè a differenza di gran parte della gente, il numero delle sue parole era propozionato a quello delle sue idee"), mentre continua a sfuggirmi la capacità di critica verso la società del suo tempo che le viene attribuita (dovrei leggere una sua biografia per cercare di capirla di più).
Questo è probabilmente l'aspetto fondamentale che mi porta a non riuscire ad apprezzare la Austen: la trovo limitata. Fra rivoluzione industriale, guerre napoleoniche e la guerra d'indipendenza degli Stati Uniti, ha vissuto un momento storico di cambiamenti epocali, non solo per la sua nazione. Si direbbero impossibili da ignorare, invece lei riesce a non inserire neppure un minimo accenno e non va mai oltre alla sua piccola realtà.
Una realtà che riguardava pochi privilegiati: mi lascia sempre sgomenta chi afferma "come mi sarebbe piaciuto vivere in quell'epoca" senza specificare "a patto di essere un uomo che vive di rendita" perchè - se una rendita personale comportava grandi privilegi anche per una donna - questi benefici si riducevano agli agi legati a un certo tenore di vita (cosa non da poco, viste le condizioni dei poveri, e non solo), ma non garantivano nè una vera indipendenza economica nè tanto meno un potere decisionale sulla propria vita e spesso tanto più alta era la rendita quanto più si finiva per diventare mogli di convenienza.
Bella roba...
La filmografia può anche aver reso tutto molto romantico, ma i tempi erano quelli e quindi è giusto e normale che Jane Austen li raccontasse. Quello che, invece, trovo incredibile è che in epoca attuale si possa davvero sognare su storie come queste dove i personaggi femminili positivi sono quelli remissivi, dove non c'è mai una reazione ai soprusi e tutto viene accettato con una docilità che la datazione dell'opera giustifica solo fino a un certo punto.
Non mi è piaciuta la morale del libro, con la ragione che ottiene più del sentimento (e in relazione a Marianne mi auguro che chi accusa Joel Dicker di aver vestito di rosa la storia d'amore di un pedofilo, il suo Quebert, abbia la decenza di usare lo stesso metro di giudizio per la Austen e il suo colonnello Brandon!!).
Non mi è piaciuto il modo in cui la Austen abbia (non) spiegato l'escamotage usato per far tornare libero il protagonista maschile limitandosi a scrivere "...per quanto le circostanze della sua liberazione potessero apparire inesplicabili...": sarebbe stato più sensato e decoroso ricorrere a una morte prematura, che ai tempi tanto prematura non sarebbe stata.
E non mi è piaciuto come - dopo un'infinità di parole spese per ogni dialogo, anche per i tanti irrilevanti - arrivata a quello che in un romanzo rosa rappresenta il tanto anelato acme abbia liquidato la questione scrivendo: "Non c'è tuttavia bisogno di riferire in maniera particolareggiata..." ecc, ecc, ecc: ma veramente???
Personalmente arrivata a quel punto mi sono fatta una gran risata, ma se avessi avuto un'indole romantica e avessi letto tutto il libro nell'attesa del "e vissero felici e contenti" mi sarei sentita parecchio presa in giro, senza contare che il finale del libro (mi riferisco proprio all'ultima frase) è degno della
più retrograda delle pancine del Signor Distruggere!
Infine, se per la Austen una giacca da cacciatore era davvero il più seducente fra tutti gli abiti maschili, non mi stupisco che sia morta zitella e probabilmente vergine!
Reading Challenge 2020: questo testo risponde alla traccia autore di dicembre

Fine maggio, giorni nostri. Luigi Araldi da poco più di vent’anni ha una
moglie, Olga, un figlio, Luca, e una libreria che ha chiamato Luigi, come lui
e come Pirandello, il suo scrittore preferito. Ma la sua laurea in lettere e
il suo infinito bagaglio culturale non saranno sufficienti a permettergli di
replicare all’anziana e schietta cliente che il giorno del cinquantesimo
compleanno del libraio lo manderà a tappeto dicendogli che ne dimostra come
minimo dieci di più!
Un commento avvilente che scatenerà una specie di
effetto domino in Luigi, portandolo a dare un taglio a molte cose della sua
vita, a cominciare da barba e capelli…
Che brutto libro! Che grande
delusione! A fregarmi spingendomi all’acquisto è stata la prima frase della
sinossi (“Ironia e dramma per narrare in prima persona la crisi umana e
intellettuale di un libraio cinquantenne sovrastato da clienti nevrotici e
molesti”): quel riferimento ai clienti mi aveva fatto pensare che fosse una
sorta di versione italiana del - da me tanto amato - “Una vita da libraio”,
dove avevo trovato la perfetta descrizione della mia vita da
giornalaia e che
per questo mi aveva fatto divertire e provare quella bella solidarietà
che lega noi commercianti a prescindere dalla tipologia di merce
venduta.
Invece no. Che il protagonista del libro li venda ha
determinato soltanto l’inserimento da parte dell’autore di dialoghi surreali,
inutili, noiosi e ridicoli fra Luigi e i “fanstasmi” di personaggi letterari
celebri, da Vitangelo Moscarda a Samsa, passando per Lord Wotton e Gwynplaine,
altrimenti la sua professione sarebbe stata irrilevante.
La storia non
è quella di un libraio, ma quella di un uomo sbalestrato dal compimento dei 50
anni (sensazione che da tredici mesi ho tristemente chiara) e a cui è
sufficiente il giudizio poco educato di un’anziana donna per dare il colpo di
grazia a tutti i pilastri della sua vita, fragili ormai da tempo.
Non
amo i drammi esistenziali, neppure nei libri, anche se molti che li trattano
sono splendidi, ma questo no. La storia viene sviluppata in modo debole e
sciocco, il protagonista non suscita né simpatia né empatia, è un isterico e
immaturo piagnone di cui vengono spesso elencati gli espletamenti delle
funzioni fisiologiche (forse con l’intento, mancato, di farlo apparire
divertente), che si mette al volante ubriaco (salvato solo dalla macchina che
non parte), che prima di un amplesso se ne esce con un penoso “che la festa
abbia inizio” (cosa che mi renderebbe frigida per l’eternità) e che cerca di
possedere la moglie nonostante lei non ne abbia dichiaratamente voglia (e
senza fare nulla per fargliela venire).
Gli altri personaggi sono
inconsistenti e spesso stupidi, i dialoghi vuoti, le situazioni grottesche e
tutto quanto è stereotipato in maniera fastidiosa.
Brutta cosa
quando i libri si rivelano una perdita di tempo, soprattutto quando si hanno
50 anni (o più) e la maggior parte di quello che abbiamo a disposizione è già
stato vissuto.
Reading Challenge 2020: questo testo risponde alla traccia normale di dicembre

New York, giorni nostri. Sono passati due mesi dalla messa in onda dell’ultima puntata di “Under Suspicion”, il reality prodotto da Laurie Moran che indaga su vecchi crimini non ancora risolti. Indecisa fra due possibili cold case, se ne vede imporre un terzo da Bret, il suo capo: a proporlo è stato il suo pupillo, nonché nuovo presentatore della trasmissione, Ryan Nichols, convinto che il suo personal trainer sia innocente. L’uomo, Ivan Gray, è sospettato di aver ucciso tre anni prima la sessantottenne Virginia Wakeling spingendola dal tetto del Metropolitan Museum of Art. I due avevano una relazione e gli oltre vent’anni di differenza non erano l’unico motivo per cui i due figli della donna cercavano di opporsi a un eventuale matrimonio. Virginia aveva già elargito mezzo milione di dollari a Ivan per permettergli di aprire una palestra, gli aveva regalato una Porsche, aveva addirittura pagato l’anello di fidanzamento! Ma la polizia ai tempi non aveva trovato nessuna prova per incriminare Ivan e a Laurie basteranno un paio di settimane per rendersi conto che ci sono altri possibili sospetti...
Sesto romanzo della serie con protagonista Laurie Moran, quinto dove tutto ruota attorno alla trasmissione televisiva, quarto firmato anche da Alafair Burke e secondo postumo, a quasi un anno dalla scomparsa di Mary Higgins Clark.
Come nel libro precedente, "Le ragazze non devono parlare", anche questa volta non ho ritrovato al 100% il suo stile. Avendo letto solo il romanzo di esordio della Burke non sono in grado di stabilire quanto di suo ci sia in queste ultime due storie, ma fra queste e i primi due romanzi scritti a quattro mani qualcosa di diverso c'è.
La parte in cui ho avvertito meno la "presenza" della Higgins Clark è stato il finale, decisamente frettoloso, sia nella risoluzione del caso, sia nell'ultimo capitolo, una sorta di epilogo: il classsico finale tinto di rosa in cui Mary si è sempre dilungata perdendosi in romanticherie e cliché che - in quanto tali - non posso dire mi siano mancati, ma la chiusura è stata davvero troppo rapida, così tanto da lasciarmi un senso di incompiutezza.
E per la prima volta al suo cinquantunesimo romanzo ho trovato un errore, un qualcosa che non pregiudica la storia nè la rende meno credibile, ma che è così evidente che ho trovato clamoroso che non se ne siano resi conto.
E, da odiosa precisina, punto il dito su un altro dettaglio che riguarda la versione italiana del libro. Virginia Wakeling muore durante il Met Gala e il suo abito con il corpetto di velluto nero e la gonna lunga di taffetà blu pavone viene descritto in tre occasioni: era così difficile dar prova di aver letto il libro e non vestire il cadavere in copertina di rosso?
Reading
Challenge 2020: questo testo risponde alla traccia normale di dicembre
Pine
Meadows (Virginia occidentale), 29 agosto 1998. Naomi Bowes si
sveglia in piena notte a causa di un rumore. Dalla finestra vede il
suo papà inoltrarsi nel bosco che circonda la casetta. Non può
resistere all’impulso di uscire e seguirlo, è sicura che in questo
modo troverà il posto dove lui ha nascosto la bicicletta rossa che
sicuramente le regalerà fra due giorni, per il suo dodicesimo
compleanno…
Sunrise
Cove (Stato di Washingtone), 2016. Naomi adesso ha trent’anni, ha
cambiato cognome e ha raggiunto il successo come fotografa, un lavoro
che ama e che adesso le ha permesso di comprare quella grande e
vecchia casa sulla scogliera. Ancora non se ne capacita, lei non è
una che mette radici, che crea legami… Ma non ha saputo resistere a
quel panorama, trovando anche un cane, degli amici e l’amore.
Ma
qualcuno sembra aver trovato lei: qualcuno che sa che diciotto anni
prima nel bosco lei non aveva trovato il posto dove il padre aveva
nascosto la sua bicicletta rossa, ma quello dove nascondeva una
persona!
Quattro
mesi dopo aver letto "Luci
d'inverno" e "Il
mistero del lago" mi sono decisa ad affrontare il terzo
libro della Roberts che avevo comprato insieme agli altri.
Decisamente migliore del secondo, lo pongo sullo stesso livello del
primo: non alto, ma neppure insufficiente, si lascia leggere.
Nell’immensità
di titoli pubblicati dall’autrice mi chiedo se sono tutti
strutturati allo stesso modo o se a me siano capitati i tre in cui la
protagonista, dopo aver vissuto una tragica esperienza in un luogo, si
trasferisce nel posto in cui poi si sviluppa la vicenda portante del romanzo: non avendo mai creduto nelle coincidenze, ho il forte
dubbio che la Roberts abbia poca fantasia, ma – se dopo aver letto
“Il mistero del lago” ero sicura che non avrei mai comprato altro
di suo – facendo una media sui tre penso che potrei tornare a
leggerla nel caso mi capitasse un’offerta di acquisto conveniente
come la scorsa estate.
A
riscattarla è stata la prima parte di questo romanzo: bellissima,
avvincente, carica di suspense, thriller al 100%. Poi però la
protagonista è cresciuta, è diventata adulta e la Roberts ha potuto
inserire la storia d’amore che, come nei due libri
precedenti, scade in personaggi stereotipati, con il macho che deve
proteggere la giovane fanciulla e infarcendo lo scritto con quelle
espressioni antiquate di cui sembra non poter proprio fare a meno e
che mi urtano quasi più del perdere un derby di Coppa Italia per
3-1, dalla bionda mozzafiato allo schianto di pollastrella. Ma ha
proprio qualche problema con aggettivi e nomignoli: se ne “Il
mistero del lago” l’avrei uccisa per quel “mingherlina” con
cui il protagonista maschile si rivolgeva alla protagonista femminile
una trentina di volte, stavolta a Naomi tocca “secca”,
fortunatamente con meno frequenza, ma torna l’irritante abuso di
sorrisi sfacciati o pericolosi, pericolosi al pari degli occhi
azzurri che però possono essere anche sfrontati, mentre quelli
marroni per la Roberts sono tranquilli o caldi: evidentemente alla signora
lo sguardo di Clooney non fa lo stesso effetto che fa a me!
Anche
l’insalata prepotente merita una citazione!
Aggettivi
a parte, è un peccato che l’intero libro non sia all’altezza
dell’inizio, il colpevole lo si intuisce facilmente ben ben prima
della fine, ma questo perché la fiction non è la realtà dove il
cattivo può essere chiunque: nei romanzi deve essere qualcuno che compare nella storia e la bravura
di chi scrive thriller è proprio quella di nasconderlo in
mezzo agli altri personaggi fino all’acme del libro, cosa che la
Roberts qui non è stata in grado di fare, era palesemente lui e non
solo andando per esclusione.
Ma
è stata comunque una lettura di compagnia che mi ha fatto pensare
che potrei leggere qualcos’altro dell’autrice e non è cosa da
poco.
Painters
Mill (Ohio), ottobre 2016. Daniel Gingerich è un giovane Amish di 18
anni e quella sera è particolarmente su di giri perchè "lei"
ha finalmente deciso di cedere e gli ha dato appuntamento nella
selleria: non può sapere che da quel fienile ne uscirà
carbonizzato.
Ma Danny era davvero il bravo
ragazzo che tutti
descrivono? Non ci sono un po’ troppi nomi di ragazze riconducibili
al suo, compreso quello di Emma Miller, morta suicida appena sei mesi
prima? E cosa sono le “cose
che non succedono alle brave ragazze”
a cui accenna la madre di Emma parlando con il comandante della
polizia Kate Burkholder?
Dopo
averli divorati quasi tutti in pochi mesi, era da giugno che non
tornavo nell’Ohio della Castillo: ho deciso di centellinarli perché
sono quasi in pari, dopo questo ne ha al momento scritto soltanto
altri due, di cui l’ultimo non è neppure ancora stato tradotto in
italiano.
Mi piacerebbe trovare un’altra lunga serie di questo
genere, piacevole e rilassante, coinvolgente, ma non impegnativa: si
accettano consigli.
Questa quattordicesima puntata è un altro godibilissimo giallo con indagini vecchio stile e con una discreta dose di suspense e colpi di scena.
Certo
questi Amish potrebbero rivaleggiare con il peggior clan mafioso
quanto a ostruzionismo e omertà… E nasce l’inevitabile
scetticismo che si crea (vedi Diabolik) quando un autore sceglie di
far accadere tanti crimini in un piccolo centro o in una piccola
comunità, ma sono gli Amish a rendere particolari, forse unici, i
romanzi della Castillo.
Questa volta, probabilmente perché
ho letto questa storia autunnale proprio in autunno, mi è sembrata
particolarmente brava nel far percepire le sensazioni stagionali,
soprattutto quelle olfattive. E siccome a Pegli sono circondata da
palme e da aranci selvatici, non era impresa da poco riuscire a farmi
immergere nei colori dell’autunno rurale americano...
Reading Challenge 2020: questo testo risponde alla traccia cascata di novembre, lo collego a "La Mennulara" perchè entrambi scritti da donne
Follonica
(Grosseto), 12 agosto 1999. Laura sta tornando a casa dai giardinetti dopo aver
litigato con Martina, la sua amichetta del cuore. Ha
uno svenimento: è anemica, le è già capitato. Ma questa volta
rinviene in un container.
6
ottobre 2013. Luca ha 27 anni quando vede i carabinieri portare via
il padre in manette con l’accusa di rapimento, tortura, omicidio e
occultamento di cadavere.
Dopo 14 anni hanno ritrovato Laura,
lei è viva, ma l’illustre professor Carlo Maria Balestri aveva
sequestrato altre bambine prima di lei.
Lui
adesso è in carcere e non parla e per Luca ha inizio l’incubo, è il figlio del mostro. Ma
per Laura l'incubo è davvero finito?
Avevo
inserito questo libro in wish list poco più di un anno fa dopo
averne sentito parlare benissimo in un video di Marco Cantoni. Da
mesi ho smesso di seguire questo bravissimo BookTuber perché dopo
aver letto diversi libri osannati da lui ho capito che abbiamo gusti
e, soprattutto, metri di giudizio molto diversi. Però lo consiglio
caldamente perché è un piacere ascoltarlo e parla di libri di
livello: se avessi più tempo (o se lui facesse video più brevi)
glielo dedicherei volentieri, ma non avendolo preferisco continuare a
seguire chi propone titoli più adatti a me.
“Ossigeno”
non ha fatto eccezione confermando le differenze di giudizio fra me e
Cantoni: consapevole di non avere il suo bagaglio culturale, sono la
prima ad ammettere che sono io a non essere riuscita a coglierne il
valore, ad esempio quello che lui definisce “voyeurismo della
violenza” l’ho capito, sì, ma non apprezzato. Condivido invece
il paragone che fa con il romanzo psicologico in stile Gillian Flynn
(anche se di questa autrice al momento ho letto soltanto “Sulla pelle – Sharp object”), ma “Ossigeno” per me è stato una
grandissima delusione e non per “colpa” della recensione più che
positiva di Cantoni, ma proprio perché – dopo un primo (lungo)
capitolo magistrale per originalità, tematica, punto di vista e
suspense e dopo un secondo capitolo quasi al livello del primo –
nei tre successivi ho trovato via via sempre più debole il punto
focale della narrazione fino ad arrivare all’ultimo capitolo dove,
secondo me, Naspini si è fatto prendere troppo la mano dal voler
essere originale scegliendo un’ambientazione eccessivamente e
inutilmente diversa e piazzando un colpo di scena che non risulta tale perché lo aveva già svelato
bruciando la sorpresa.
Davvero
un finale amaro per me, considerando quanto mi aveva conquistata quel
primo capitolo. Cantoni nel video cita anche “Le case del
malcontento” che prima o poi sicuramente leggerò e siccome lui ne
parla come di un libro riuscito solo a metà, ho fiducia che a me
possa piacere più di questo.
