venerdì 18 giugno 2021

"L'enigma della camera 622", Joel Dicker


Verbier (Svizzera), week-end del 15 e 16 dicembre 2003. Non è un fine settimana qualunque per i dipendenti della Banca Ebezner, uno degli istituti di credito privati più importanti del Paese, fondato nel 1702: è quello del Grand-Weekend, la festa annuale che si svolge nel lussuoso Palace de Verbier, sulle Alpi svizzere e a cui sono tutti invitati.
E non è un Grand-Weekend qualunque: questa volta il Consiglio nominerà ufficialmente il nuovo presidente della banca, carica vacante dalla morte di Abel Ebezner, avvenuta a gennaio di quell'anno.
Un Grand-Weekend che però verrà ricordato per un omicidio...
Ginevra, 23 giugno 2018. Non è una bella annata per "lo scrittore": a inizio anno è morto quello che non era solo il suo editore, ma una persona importantissima della sua vita. E Sloane, la donna che avrebbe potuto diventare altrettanto importante, si è stancata della sua mania di scrivere e lo ha lasciato. Anche Denise, la sua onnipresente assistente, si è concessa due settimane di vacanza con il suo nuovo amore.
Restare da solo in città con il caldo estivo incombente non è allettante. Meglio partire per un luogo tranquillo e fresco, ad esempio per Verbier, alla ricerca di un po' di pace.
Ma basta dare un'occhiata ai numeri sulle porte delle stanze per mettersi subito a cercare qualcosa di molto diverso dalla serenità: "Perchè al Palace de Verbier c'è una camera 621 bis al posto della 622? Questa è una trama. E' l'inizio di un romanzo"...

Bernard de Fallois, deceduto il 2 gennaio 2018, è stato davvero l'editore di Joel Dicker per sei anni. Era stato lui ad accordargli fiducia, nonostante il flop del primo romanzo, accettando di pubblicare nel 2012 quello che sarebbe diventato, a torto o a ragione, uno dei più grandi successi editoriali degli ultimi decenni, "La verità sul caso Harry Quebert".
E Dicker ha scritto "L'enigma della camera 622" attorno a lui, dedicandogli pagine molto intense da cui traspare un affetto, un legame e un dispiacere per la perdita che immagino non siano così comuni nel mondo editoriale.

Il libro ha anche una gran bella copertina che racchiude tutte le sfumature del colore che amo di più.

Ma il libro è stato per me una cocente delusione: quando ti trovi a chiederti se stai leggendo un giallo serio o una storiella di Macchia Nera non è una bella cosa, per niente.

Come al solito Dicker scatena una divisione netta fra chi legge un suo romanzo, o lo si ama o lo si odia. Ne so qualcosa dopo aver difeso accanitamente "Harry Quebert" in un gruppo FB da quelli a cui non era piaciuto (e che di conseguenza non capivano il grande successo riscosso). Ricordo che la maggior parte di loro sosteneva, in sintesi, che Dicker scrive come un dodicenne, imputandogli soprattutto una mancanza di spessore nei dialoghi. E io pensavo: ma insomma, con una protagonista femminile quindicenne e per di più innamorata, e un protagonista maschile da cui per età, titoli di studio e professione sarebbe, sì, logico aspettarsi ragionamenti da adulto, ma che incontriamo in un momento di rincoglionimento ormonale degno di un adolescente ancora vergine, che cosa si aspettano?

Ma questa volta non ci sono scusanti. Se anche la vita reale - nel ramo dell'industria, della politica, dello spettacolo, ecc - ci dimostra con svariati personaggi che intelligenza, acume e anche il semplice talento non vengono ereditati automaticamente come il cognome e il patrimonio, l'imbarazzante e fastidiosa stupidità di Macarie Ebezner rovina il romanzo rendendolo grottesco e caricaturale al pari di questo personaggio, uno dei più imbecilli in cui mi sia mai imbattuta. A tratti mi ha ricordato una versione maschile di Backy della Kinsella, nelle sue performance più irritanti, e di certo fargli uscire di bocca termini come "passerotta" (e qui va menzionato il "micino" con cui lui viene chiamato dalla moglie!), "caffettino", "aiutino", "salutino", ecc, non ha migliorato la situazione dando l'impressione di essere alle prese con un Harmony di 640 pagine, con vicende d'amore da orticaria e scenette degne del ballo di Cenerentola.

Ma tutti i personaggi sono insopportabilmente stereotipati dalla loro provenienza (non solo geografica) e/o dal loro ruolo professionale.

Questa volta a Dicker non riesce troppo bene neppure il gioco dei salti temporali che mi aveva tanto conquistata negli altri suoi romanzi. Avere entrambi gli intervalli che separano le tre epoche dei fatti di 15 anni (1988 - 2003 - 2018) è una cosa che tende a disorientare e qualcuno dovrebbe dire a Dicker che non è questo tipo di elemento a rendere un libro apprezzabilmente complesso. Lo rende solo confuso.

Già che c'è, quel qualcuno dovrebbe anche fargli notare che non basta far ammettere ai propri personaggi impegnati in un'indagine di avere avuto un colpo di fortuna o di essere arrivati a qualcosa grazie a una fortunata coincidenza per trasformare delle comode scappatoie in meccanismi intelligenti e funzionali.

Senza contare che sfruttare la stessa struttura in ogni romanzo (al pari del protagonista scrittore) finisce per stancare o per far venire il dubbio che chi scrive non sappia fare altro: per quanto ami i cold case, mi piacerebbe leggere un Dicker con una storia tutta al presente, anche per vedere cosa si inventa per arrivare alle sue abituali 6-700 pagine non potendo allungare la broda ricorrendo a eventi ripetuti anche 4-5 volte o inserendo inutili dettagli pescati dal passato (come descrivere dettagliatamente la colazione che la madre di uno dei personaggi faceva prima che lui nascesse!).

Sto sempre molto attenta a non fare spoiler, ma questa volta ho bisogno di aggiungere una considerazione che sconsiglio di leggere a chi non ha ancora affrontato il romanzo, ma intende farlo.


Vittima debole +  assassino debole = storia debole.

Con debole intendo personaggi di scarso rilievo: fino al 57% il focus del romanzo è quello di arrivare a scoprire chi è stato ucciso nella camera 622 e quando lo si scopre la sensazione che si prova è l'indifferenza. Allora si sposta l'attenzione sul nome del colpevole, ma anche in questo caso una volta raggiunto l'acme (per altro neppure in modo appassionante) il colpo di scena non riesce a essere tale perchè quel nome non è importante.

Ma qui arriva anche la cosa che mi ha dato più fastidio di tutto il libro: è abominevole che un autore così commerciale, così letto, si permetta di descrivere un omicidio come la prova d'amore più grande, "un gesto d'amore assoluto". Evito sempre di leggere ciò che viene scritto di un libro prima di averlo finito, ma mi auguro che ci sia stata una condanna pubblica per questa uscita così infelice!

A Harry Quebert aveva fatto dire che "un bel libro è un libro che dispiace aver finito" e quella volta per me era stato proprio così. Questa decisamente no.


Reading Challenge 2021: questo testo risponde alla traccia compleanno di giugno (l'autore è nato il 16 giugno 1985)