venerdì 29 maggio 2026

"L'animale femmina", Emanuela Canepa

 

Padova, 24 dicembre 2015. Rosita Mulè, 27 anni, da sette si è trasferita a Padova lasciando il piccolo paese di origine nel casertano, scappando dalla mentalità ristretta, ma soprattutto da una madre invadente e oppressiva. Gli studi in medicina vanno a rilento: una volta persa la borsa di studio e l'alloggio presso un collegio, per potersi mantenere ha iniziato a lavorare in un supermercato, malpagata e con meno tempo da poter dedicare agli esami.
Una personalità chiusa, che non riesce a fare amicizia neppure con le coinquiline. Un'avvilente relazione con un uomo sposato che la cerca solo quando gli fa comodo passare un'ora con lei nel modo più ovvio.
Qualcosa cambia alla vigilia di Natale, quando la strada di Rosita si incrocia con quella dell'anziano avvocato Ludovico Lepore: un mese dopo lascia il lavoro al supermercato diventando la sua segretaria.

Romanzo di esordio, scritto nel 2018, dell'autrice romana di cui quattro anni fa avevo già letto "Insegnami la tempesta", libro che non mi aveva convinta per niente e questa volta non è andata meglio. Una buona scrittura (sorvolando su alcune sviste nell'editing, come l'ascensore preso da Rosita che soltanto due frasi prima risultava fuori servizio) non basta a farmi sopportare la caratterizzazione della protagonista e degli altri personaggi femminili. Donne prive di nerbo che si piegano al volere maschile (che si tratti dell'amante o del datore di lavoro è indifferente) accettando la loro volontà come un fattore incontestabile e, per il mio modo di essere, il riscatto preannunciato nella sinossi ("Non sa quanto quel rapporto la stia trasformando. Non sa che è proprio dentro una gabbia che, paradossalmente, si impara a essere liberi.") è talmente minimo da risultare mortificante per le donne.

Non sono migliori i tre personaggi maschili - l'amante, l'avvocato e un amico di quest'ultimo - ma l'attenzione si concentra su Rosita, protagonista assoluta e voce narrante - che, nonostante la distanza e il passaggio all'età adulta, continua a sentirsi soffocare dalla madre. Quindi un altro rapporto conflittuale madre-figlia, come in "Insegnami la tempesta".

"Da bambina non facevo altro che aspettare di vederla puntare gli occhi su di me. Non è che mi trascurasse, al contrario. Non mi ha mai fatto mancare niente. Ma non mi guardava mai. Ogni atto di cura veniva messo in pratica con la stessa meticolosità di tutto il resto, la mente già proiettata verso l’incombenza successiva. Infilarmi una maglietta o preparare la base del soffritto erano attività con lo stesso grado di coinvolgimento. Io non facevo mai la differenza."

Un trasferimento agognato dall'adolescenza che di fatto non ha risolto nulla perché Rosita si è portata dietro tutta la sua autocommiserazione senza riuscire a trovare un riscatto personale, aggiungendo soltanto il problema del sostentamento economico (per poi macerare  inspiegabilmente nel dubbio se accettare o meno il lavoro da segretaria offertole dall'avvocato quando il binomio stipendio maggiore e meno ore di lavoro - quindi più tempo da poter dedicare allo studio - renderebbe sensata un'unica risposta per chiunque).

"Le femmine sono animali interessanti"

La frase che dà il titolo al libro esce dalla bocca di Lepore, che in breve si rivela misogino e manipolatore, caratteristiche che lo rendono odioso, evidenziando quelle altrettanto detestabili di Rosita, e se i flashback fanno capire (senza giustificare) l'acrimonia di lui nei confronti delle donne, per lei non c'è speranza: un irritante esserino lagnoso, titubante, indeciso, insicuro ed esasperatamente accomodante.

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