
Stoccolma, un anno non precisato. Eleanor è affetta da prosopagnosia, un disturbo neurologico che impedisce di riconoscere i volti delle persone. Una grande fortuna per l'assassino di sua nonna: il 15 settembre, come ogni domenica sera, Eleanor va a cena da lei, ma quel giorno chi apre la porta non ha nessuno dei tratti distintivi che le permettono di distinguere Vivianne. La persona che si trova di fronte porta un berretto nero e ha le mani sporche di... ruggine? Eleanor non ha tempo per riflettere, viene fatta scansare e un attimo dopo non c'è più nessuno. Neppure sua nonna, che giace a terra accanto alle forbici d'argento con cui è stata uccisa. Alla polizia Eleanor non è in grado di dire nemmeno se chi ha visto fosse un uomo o una donna e il caso viene archiviato come rapina finita male.
Cinque mesi dopo Rickard Snall, l’avvocato di Vivianne, le comunica che ha ereditato la tenuta di Solhöga, un'antica dimora in mezzo ai boschi a un’ora e mezzo di strada a nord di Stoccolma. Eleanor non ha mai sentito parlare di quel posto e adesso scopre che è proprio lì che suo nonno Evert si era ucciso, quarant'anni prima. Da allora il maniero è rimasto disabitato, ma all'avvocato occorre fare un inventario per procedere con le pratiche ereditarie. Così partono: Eleanor, il fidanzato, l'avvocato e zia Veronika, la sorella di Vivianne.
E insieme a loro arriva anche una terribile bufera di neve.
Pochi giorni dopo aver letto "Il villaggio perduto", romanzo di esordio di Camilla Sten, sono passata al secondo, scritto l'anno successivo, quindi nel 2020.
Questo thriller non strizza l'occhio agli horror come faceva il precedente, ma - pur raccontando una storia completamente diversa - sfrutta meccanismi troppo simili e averli letti a breve distanza me li ha resi ancora più evidenti.
Anche qui i capitoli si alternano fra presente e passato (eventi successi fra il 1965 e il 1966), ma questo è irrilevante perché ormai credo che la cosa difficile sia trovare un thriller psicologico che non sfrutta i salti temporali (e poi mi piacciono ^^).
Anche qui la vicenda centrale si sviluppa e risolve in pochissimi giorni (qui addirittura tre, contro i cinque del villaggio).
Anche qui i personaggi del presente si contano sulla punta delle dita e a fare la differenza sono quelli del passato.
Anche qui i personaggi del presente si trovano in una situazione di isolamento: Solhöga, come il villaggio, si trova sperduto in mezzo al nulla nei boschi e, di nuovo, i cellulari non hanno campo, non c'è una linea fissa e se nel villaggio era un sabotaggio a mettere fuori gioco le macchine, qui ci pensa la neve.
E anche qui la Sten non si sforza di inventare dettagli verosimili per far girare gli ingranaggi che ha in mente (quante persone adulte non sanno cos'è un montavivande?!?).
Cinque "anche qui" sono tanti, ci sarebbe voluto un po' più di impegno, ma resta comunque una lettura di intrattenimento apprezzabile, anche se più passabile che piacevole.
Una cosa buffa è come dalla descrizione nella sinossi Vivianne sembri una dolce nonnina, quando in realtà è una stronza cosmica, come donna, come madre e come nonna!
Cinque mesi dopo Rickard Snall, l’avvocato di Vivianne, le comunica che ha ereditato la tenuta di Solhöga, un'antica dimora in mezzo ai boschi a un’ora e mezzo di strada a nord di Stoccolma. Eleanor non ha mai sentito parlare di quel posto e adesso scopre che è proprio lì che suo nonno Evert si era ucciso, quarant'anni prima. Da allora il maniero è rimasto disabitato, ma all'avvocato occorre fare un inventario per procedere con le pratiche ereditarie. Così partono: Eleanor, il fidanzato, l'avvocato e zia Veronika, la sorella di Vivianne.
E insieme a loro arriva anche una terribile bufera di neve.
Pochi giorni dopo aver letto "Il villaggio perduto", romanzo di esordio di Camilla Sten, sono passata al secondo, scritto l'anno successivo, quindi nel 2020.
Questo thriller non strizza l'occhio agli horror come faceva il precedente, ma - pur raccontando una storia completamente diversa - sfrutta meccanismi troppo simili e averli letti a breve distanza me li ha resi ancora più evidenti.
Anche qui i capitoli si alternano fra presente e passato (eventi successi fra il 1965 e il 1966), ma questo è irrilevante perché ormai credo che la cosa difficile sia trovare un thriller psicologico che non sfrutta i salti temporali (e poi mi piacciono ^^).
Anche qui la vicenda centrale si sviluppa e risolve in pochissimi giorni (qui addirittura tre, contro i cinque del villaggio).
Anche qui i personaggi del presente si contano sulla punta delle dita e a fare la differenza sono quelli del passato.
Anche qui i personaggi del presente si trovano in una situazione di isolamento: Solhöga, come il villaggio, si trova sperduto in mezzo al nulla nei boschi e, di nuovo, i cellulari non hanno campo, non c'è una linea fissa e se nel villaggio era un sabotaggio a mettere fuori gioco le macchine, qui ci pensa la neve.
E anche qui la Sten non si sforza di inventare dettagli verosimili per far girare gli ingranaggi che ha in mente (quante persone adulte non sanno cos'è un montavivande?!?).
Cinque "anche qui" sono tanti, ci sarebbe voluto un po' più di impegno, ma resta comunque una lettura di intrattenimento apprezzabile, anche se più passabile che piacevole.
Una cosa buffa è come dalla descrizione nella sinossi Vivianne sembri una dolce nonnina, quando in realtà è una stronza cosmica, come donna, come madre e come nonna!
Reading Challenge 2026, traccia annuale Animali: uccello in copertina
