giovedì 27 ottobre 2022

"La superba", Ilja Leonard Pfeijffer

 

"Superba e spericolata, bella e orgogliosa, seducente e inaccessibile"

E' così che Ilja Leonard Pfeijffer, scrittore e poeta olandese classe 1968, descrive la mia Genova, dove vive dal 2008. Cinque anni più tardi ha pubblicato questo libro che è una mescolanza di generi, in parte narrativa, in parte reportage, in parte autobiografia.
Ci sono voluti altri cinque anni dalla pubblicazione per avere la traduzione in italiano: o Pfeijffer all'estero non è così celebre come sostiene di essere oppure l'editoria italiana si è degnata di tradurlo per sfruttare i riflettori che Genova aveva addosso dopo la caduta del ponte Morandi (sono passate poco più di tre settimane fra il crollo e la pubblicazione e alle coincidenze non ci credo).

Comunque sia, dall'uscita in Italia a me c'è voluto un giorno per comprarlo e quasi altri cinque anni per decidermi a leggerlo. A respingermi era in parte l'aspetto di Pfejffer (e ancora non sapevo che fosse pure simpatizzante genoano!), ma soprattutto il carattere di scrittura, non solo piccolo, ma anche grigio: un incubo per la mia vista.

Il font non è stato però il solo aspetto spiacevole della lettura. La narrazione è troppo particolare per i miei gusti. Pfeijffer scrive rivolgendosi a un amico olandese destinatario dei suoi scritti e non c'è una trama vera e propria, solo qualche collegamento tra le tre parti e i due intermezzi che formano il testo.

La prima e l'ultima parte (sicuramente scritte nel 2008) sono per me le peggiori, sembrano proprio quello che dicono di essere, degli appunti presi dall'autore nei primi mesi della sua vita genovese. Sono idee sparse, si capisce che quella del romanzo è soltanto un abbozzo di idea, appunti presi alla rinfusa che nemmeno lui sa ancora se far confluire in un libro su Genova o in altro.

La seconda parte è strettamente autobiografica e racconta il tentativo da parte dell'autore di comprare il  teatro Altrove.

"Ero sensibile al pensiero di essere in grado di restituire qualcosa alla città a cui dovevo così tanto. Di significare qualcosa per lei che significava così tanto per me."
Nei due intermezzi il libro offre il meglio, è lì che il romanzo diventa un libro che parla di emigrazione e credo che a Pfeijffer l'idea sia venuta ben oltre il 2008, quando ha capito che Genova, soprattutto la Genova antica, è un crocevia multirazziale e che tanti sono disperati. Quando, cioè, ha scoperto la Genova cantata da Fabrizio De André, quella difesa da don Gallo. La Genova degli ultimi.
"Fabrizio De André, il geniale poeta e cantante che all'estero quasi nessuno conosce. Io lo conosco, era davvero eccezionale."
Il primo intermezzo ha due protagonisti. Uno è Rashid, ingegnere marocchino che a Genova vive in un bilocale con undici connazionali e che per sopravvivere vende rose nei ristoranti. Ogni sera percorre a piedi il tragitto di ventiquattro chilometri fra andata e ritorno dal centro a Nervi (l'ultimo quartiere a est del centro città) per non perdere neppure un tavolo. L'altro è Donald Perrygrove Sinclair (Don), inglese stravagante noto a ogni frequentatore della movida del centro storico e grande tifoso della Samp, morto proprio a un tavolino di uno dei bar di piazza delle Erbe quando aveva 80 anni ed era arrivato a Genova da più di trenta, decidendo di non lasciarla più.
Invece il secondo intermezzo ha come unico protagonista Dijby, senegalese. Accenna brevemente alla vita in Africa, racconta l'illusione per un futuro migliore in Europa, ma soprattutto descrive il viaggio per arrivarci. Persone come questo ragazzo dovrebbero andare a raccontare la loro esperienza nelle scuole, anche solo per far capire che non c'è nessun merito o demerito nel nascere in un posto oppure in un altro.

Parlando di immigrazione ricorda quelle di massa che a cavallo fra il diciannovesimo e il ventesimo secolo portarono qualcosa come venti milioni di italiani negli Stati Uniti e in America Latina. Due terzi si imbarcarono proprio a Genova. 

"E oggi scacciamo quelli che arrivano qui spinti dalla stessa motivazione con cui centocinquanta anni fa noi siamo andati oltre oceano: sperare."
Ma se l'immigrazione è il filo conduttore del libro, Genova ne è l'assoluta protagonista.
"Genova che non si pavoneggia, a differenza di Milano e di Roma.
Genova che è una grotta di porcellana."
Fin dalle prime frasi si immerge nella Genova antica, via della Maddalena, via Garibaldi, piazza della Meridiana, piazza delle Erbe. Vico Alabardieri, dove Pfeijffer dice di abitare (o dove abitava quando ha scritto il libro).

Quanto è bella la mia Genova non lo sanno di certo i tanti (troppi) che arrivano e che si fermano solo per una manciata di ore, il tempo per vedere quei poveri pesci imprigionati nelle vasche del maledetto acquario. Che il mare sia ad appena due metri dalla struttura è una crudeltà nella crudeltà che non riuscirò mai ad accettare.

Se non vi interessa la Genova antica, ma venite qui solo per vedere dei pesci, fate la scelta giusta: poco distante dall'acquario partono i battelli per gli avvistamenti in mare. Non capite la differenza?

Pfeijffer si è proprio innamorato di Genova, qui si dice felice e consapevole che questa sua felicità sia legata al luogo, al nome delle strade, alla pavimentazione stradale fatta di grossi blocchi di granito grigio. 
"Genova con le sue strade troppo inclinate, troppo ripide, troppo contorte, troppo storte o troppo irregolari."
E' riuscito a cogliere tanti aspetti di Genova e dei genovesi, tante curiosità. Come la nostra fobia per la neve, che per fortuna vediamo molto raramente ("Ieri uno strato sottile di neve è caduto su Genova. Un millimetro che si è sciolto in un istante. La vita normale è andata a gambe all'aria. Gli autobus percorrevano via XX settembre a passo d'uomo, con le catene sulle ruote. Le scuole erano chiuse. Negozi bar ristoranti hanno chiuso prima del solito perché i fornitori non riuscivano a raggiungerli."), i fantasmi che ci infestano, per chi ci crede (lui incontra la vecchina di vico dei Librai, ma ci sono anche Branca Doria in piazza San Matteo, il monaco sul carro a Porta dei Vacca, Stefano Raggi a San Donato, Giulio Cesare Vacchero della colonna infame, i fantasmi di Campo Pisano e tanti altri) e, naturalmente, il tifo ("Vedere un derby è un'esperienza fondamentale per comprendere la città."). Tutto bello, quindi? No. Non posso proprio dire che il libro mi sia piaciuto e di questo do la colpa alla mancanza di ordine fra gli argomenti trattati, una confusione aggravata dai tanti sprazzi onirici che impestano le pagine e che ho detestato, tutti inutili e dispersivi. Ma l'aspetto peggiore è la boria di Pfeijffer, una tracotanza di cui non credo sia consapevole, ma fastidiosa e non giustificabile con quella celebrità di cui si dice vittima in patria e che sarebbe il motivo che lo ha spinto a stabilirsi a Genova, dove sostiene di aver trovato la sua libertà, per poi però lamentarsi se qui non viene considerato (una troupe di una televisione locale fa un servizio da piazza delle Erbe intervistando gente a caso senza chiedere nulla a lui che scrive all'amico: "Per me non c'erano problemi, non avevo bisogno della loro attenzione, ma siamo onesti: una troupe televisiva che si trova per caso faccia a faccia con me e non mi balza immediatamente addosso è un fenomeno piuttosto... diciamolo, strano. Magari sembra arrogante...". Ma no, figurati, chi vuoi che lo pensi?!?)! Un'altezzosità che si palesa ogni volta che parla di noi italiani. Che l'Italia sia "un Paese corrotto e infinitamente inefficiente" non possiamo negarlo, ma che sia uno olandese a dirlo, per altro ospite senza costrizioni, mi dà fastidio. Passaggi come questo, in cui per descrivere un certo Walter (altro straniero del nord Europa residente a Genova) scrive: "La mancanza di geni italiani lo priva del talento di crogiolarsi melodrammaticamente nella tipica autocommiserazione italiana derivante da una mistura paradossale di sicumera e complesso di inferiorità" mi portano a sperare di incontrare Pfeijffer in giro per la città un giorno, giusto per dirgli un paio di cosette...

Reading Challenge 2022, traccia di ottobre: un libro abbinato a un gioco da tavolo (lo abbino a Zena 1814)