martedì 15 febbraio 2022

"La vedova allegra. Storia della ghigliottina", Antonio Castronuovo


"Come sola scusante del fatto che vado a toccare la sensibilità di chi legge, posso ricordare che un meccanismo simile alla ghigliottina si usa per trinciare i sigari toscani e forse anche in certe pratiche di macellazione di animali che ogni giorno giungono perfettamente decapitati sulle tavole di milioni di carnivori umani. Ciò non sminuisce ovviamente la pietà verso l'uomo, ma mi induce a rimarcare che la pietas tende ancora troppo a seguire una sola direzione.
E chi ha orrore della ghigliottina dovrebbe anche smettere di mangiare il pollo
"

Fra me e me mi stavo già lamentando per lo stile antiquato, quando Castronuovo con questo inaspettato passaggio della prefazione si è guadagnato tutta la mia stima.

Il saggio è stato scritto nel 2006 (ma io ho comprato l'edizione di Stampa Alternativa, collana Fiabesca, pubblicato tre anni dopo nel delizioso formato 17 x 12, carta di qualità e bellissimo font: mi piacerebbe leggere altri titoli di questa collana) e a detta dello stesso autore, "si può leggere come storia di un aspetto della pena di morte, come un modo di ripercorrere la Rivoluzione francese o come un saggio antropologico su un'epoca". Vero.

E' un testo completo e davvero molto interessante. Inizia descrivendo dettagliatamente il macchinario e la procedura, spiegando che si arrivò a sentire il bisogno di un mezzo diverso dai precedenti in seguito ai non pochi casi di errori/orrori avvenuti, ad esempio quello del conte di Chalais a cui venne staccata la testa solo dopo ben ventinove colpi di spada!

All'epoca non veniva nemmeno presa in considerazione l'idea di abolire la pena capitale e la decapitazione era un privilegio riservato all'aristocrazia. Per il popolo c'era la forca. E fino al 1787, quando Luigi XVI abolì la tortura, in caso di crimini enormi si finiva alla ruota, per i peccati mortali dello spirito sul rogo e i colpevoli di lesa maestà venivano squartati.

"La ghigliottina era la risposta alla richiesta di umanizzazione e uniformazione della pena, sopprimendo torture e supplizi e abolendo il privilegio nobiliare della spada."

Castronuovo ripercorre i passi della ghigliottina nella storia e nella letteratura (interessantissime le parti che rimandano a Cesare Beccaria e al suo "Dei delitti e delle pene", probabilmente la lettura che mi aveva più appassionata ai tempi della scuola), ricordando quanto scritto da Victor Hugo:

"Si può nutrire una certa indifferenza sulla pena di morte,  non pronunciarsi affatto, dire sì o no, fintanto che non si è vista coi propri occhi una ghigliottina"

Spiega molto bene le dinamiche che portarono alla Rivoluzione francese, rivoluzione a cui tutti dobbiamo molto: "Ha demolito l'ancien régime, ha eliminato i diritti (e i vantaggi) feudali, ha fondato la Repubblica, ha gettato le basi del suffragio universale e del parlamentarismo".
E altrettanto bene descrive il Regime del Terrore di Robespierre e quello che avvenne dopo la sua morte.

La ghigliottina, frutto e simbolo della Rivoluzione, venne proposta dal dottor Joseph-Ignace Guillotin (da qui, suo malgrado, il nome), progettata dal chirurgo Antoine Louis e fabbricata dell'Artigiano tedesco di clavicembali Tobias Schmidt.

Entrata in funzione nel 1792 venne mantenuta per ben 185 anni: il primo uomo a essere ghigliottinato fu Nicolas-Jacques Pelletier, a Parigi il 25 aprile 1792. L'ultimo Hamida Djandoubi a Marsiglia il 10 settembre 1977: praticamente ieri!
Mi fa molta impressione questa data così vicina e ancora di più sapere che fra il 1950 e il 1977 la Francia ha ghigliottinato ben ottanta persone.
Del resto - se in Italia la pena di morte venne abolita nel 1889, poi reintrodotta dai fascisti e quindi abolita definitivamente nel 1948 - la Francia ci è arrivata solo nel 2007, quando Chirac fece inserire l'abolizione nella Costituzione francese (ma nel 1981 Mitterand aveva promulgato un decreto che trasformava le sentenze capitali in ergastolo), ultimo Paese europeo ad averla abolita.

E del saggio di Castronuovo ho apprezzato moltissimo l'approfondimento storico: dato l'argomento sarebbe stato facile (e comodo) rimestare negli aspetti più macabri, ma pur descrivendo la procedura dal prelevamento in cella del condannato alla decapitazione, ha saputo farlo in modo misurato e intelligente.

Reading Challenge 2022, traccia di febbraio: un libro con un sottotitolo

 

domenica 13 febbraio 2022

"Storia di Milo, il gatto che andò al Polo Sud", Costanza Rizzacasa d'Orsogna



Quasi due anni dopo aver letto "Storia di Milo, il gatto che non sapeva saltare" mi sono regalata il seguito, pubblicato a settembre dello scorso anno.

Ne sono passati tre dalla fine di quella storia, adesso Milo ne ha quattro (quello vero otto) e con la sua mamma umana ha lasciato la capitale trasferendosi a due passi dal mare, dove ha fatto subito amicizia con i gabbiani, sperando un giorno di poter rivedere il suo preferito, Virgilio.
Non sa che un altro pennuto sta per incrociare la sua strada regalandogli un'incredibile avventura: è il piccolo Hielito, un cucciolo di pinguino imperatore che i bracconieri hanno strappato ai genitori in Antartide per portarlo in Italia, perché ci sono uomini disposti a pagare bene per il solo gusto di possedere un animale esotico.
Hielito è riuscito a fuggire dal capannone in cui era recluso, salvando se stesso e gli altri animali imprigionati, ma adesso bisogna riportarlo al Polo Sud.


Un altro delizioso librino, 128 pagine (arricchite dalle illustrazioni di Giacomo Baganara) che si leggono in un'ora o poco più e che l'autrice dedica "a tutti quelli che si sentono diversi". Perché Milo, a causa della ipoplasia cerebellare di cui soffre, non riesce a saltare come fanno tutti i gatti, cammina anche un po' storto, ma questo non lo rende inferiore ai suoi simili, solo tanto più speciale. E' attraverso il suo esempio che la Rizzacasa d'Orsogna lancia il giusto messaggio:

"Tu puoi fare tutto, se ci credi e se t'impegni"

Ma la storia è soprattutto una denuncia contro il male che noi uomini stiamo facendo al pianeta. La scelta del Polo Sud non è certo casuale: è da lì che la Terra sta lanciando il suo grido d'allarme maggiore, con i ghiacci che si sciolgono a velocità impressionante a causa del riscaldamento globale condannando all'estinzione gli animali che popolano questa regione. I cambiamenti climatici fanno perdere la rotta agli animali, che già muoiono per colpa dei rifiuti che buttiamo in mare mentre togliamo loro il cibo con la pesca intensiva.

«Certo, sembra brutto parlare così dei pesci, come se non fossero esseri viventi...»
«È la catena alimentare, Milo. Noi pinguini cacciamo solo quanto basta per sopravvivere, e altri animali cacciano noi per lo stesso motivo. Solo l’uomo uccide per il piacere di farlo.»

Non c'è solo il pinguino Hielito: c'è il condor Pasa, anch'esso a rischio di estinzione per la distruzione del suo habitat; ci sono il giaguaro Evita e l'alpaca Fernanda, che hanno sfidato la natura unendo le forze per cercare di salvare i loro cuccioli dal petting zoo; c'è la megattera Luis, bell'omaggio a Sepulveda da parte dell'autrice ("Mi chiamo Luis, come un grande scrittore che amava questi luoghi e noi balene. Canto per ricordarlo")...



...e c'è l'orca Garcìa, intrappolata in un parco di divertimenti, l'animale che mi ha commossa di più, forse perché ho ben presente quanto siano piccole le cosiddette "vasche oceaniche" dell'acquario di Genova!

"Gli uomini ci rapiscono, ci tengono prigionieri, ci sfruttano per far divertire il pubblico, e se ci rifiutiamo d’imparare i loro stupidi giochi ci lasciano senza cibo e ci fanno del male. Se poi reagiamo, ci sparano, e dicono che siamo stati noi, cattivi, ad attaccarli. Orche assassine, ci chiamano. Ma l’orca non attacca l’uomo, caccia solo per nutrirsi. Animali selvatici non vuol dire animali cattivi: vuol dire che dobbiamo vivere liberi."


Pensateci prima di pagare il biglietto di uno zoo, di un parco acquatico, di uno zoo safari, di un circo!!

"Gli animali non sono un divertimento, non sono cose. Gli animali selvatici devono vivere nel proprio habitat, ed entrare in contatto con l’uomo solo in situazioni di vera emergenza."

L'autrice ricorda anche la strage di koala in Australia a causa degli incendi e i tanti, troppi, animali da compagnia adottati durante il lockdown della primavera 2020 e abbandonati finita l'emergenza.

"Anche i canili, solitamente stracolmi, in quel periodo si erano svuotati, solo per tornare ad affollarsi di animali adottati e poi restituiti. E come doveva essere terribile per un cane o un gatto vissuti sempre in gabbia, trovare finalmente una casa, una famiglia, e poi da quella casa, da quella famiglia, essere sbattuti fuori. Alcuni non sopravvivevano al dolore."

Ma io purtroppo non condivido la fiducia che hanno gli animali creati da Costanza Rizzacasa d'Orsogna: "La nostra speranza sono le nuove generazioni degli umani".

Le persone veramente sensibili e attente alla questione ambientale e capaci di capire che gli animali non sono cose, ma esseri viventi, sono una minoranza. E se a certe latitudini sussiste ancora la necessità di certe scelte, per noi non ci sono scusanti.
Chi fa la raccolta differenziata, ma poi è ben contento di volare a Berlino spendendo 12.99€ o chi si commuove vedendo in televisione un animale terrorizzato con la pellicciotta bruciata, ma poi si compra le scarpe di vitello perché la comodità dei suoi piedi è più importante (e comunque il vitello se lo mangia) cosa può mai insegnare ai propri figli?

Reading Challenge 2022, traccia di febbraio: un libro con almeno cinque colori in copertina

 

venerdì 11 febbraio 2022

"L'intestino felice", Giulia Enders

Se l'intestino è felice noi tendiamo a non accorgercene nemmeno: lo diamo per scontato, stiamo bene e basta. Viceversa se l'intestino non è felice ce ne accorgiamo immediatamente per tutti i disagi che ci causa. E se l'intestino è malato possiamo stare molto male, possiamo anche morire, com'è successo a mia madre nel 1998: tumore all'intestino diagnosticato in ritardo, non ha avuto scampo.

Ma questo saggio fa solo un piccolo accenno al cancro, concentrandosi invece sul sistema digestivo. Ad attrarmi era stata una delle tre promesse fatte nella sinossi: "Scopriremo perchè ingrassiamo, perchè ci vengono le allergie e perchè siamo tutti sempre più colpiti da intolleranze alimentari".
Io non ho allergie nè soffro di intolleranze, però ingrasso. Non ho mai pensato che dipendesse dal mio intestino, ingrasso perchè non brucio tutte le calorie che ingurgito, però, sì, in alcuni casi i batteri intestinali possono far ingrassare una persona. Così dice il libro, anche se dei tre temi questo viene sviluppato ben poco.

In generale tutto è un po' superficiale. Giulia Enders è la ragazza con il faccino simpatico che ci sorride in copertina. Classe 1990, ha pubblicato il saggio nel 2014, quindi appena ventiquattrenne e fresca di studi, non esattamente un premio Nobel, ma le va riconosciuto il coraggio per l'intraprendenza.
Per capire quanto sia valido questo testo servirebbe la recensione di qualcuno con i mezzi per giudicare seriamente quanto afferma, quindi non certo io, ma a me ha dato l'impressione di essere un compitino ben fatto, cioè che la Enders abbia condensato quanto appreso durante i suoi studi cercando di spiegare concetti difficili in parole facili.
Ma la materia è davvero dura per chi deve i propri fondamenti di medicina a "E.R." (io): finchè ha spiegato i legami fra cervello e intestino e come quest'ultimo possa influire sulla salute e sul benessere delle persone o ha trattato questioni come "Mi siedo correttamente sul water?, mi ha incuriosita e sono riuscita a seguirla abbastanza agevolmente, ma appena si è addentrata sul funzionamento dell'intestino la faccenda - fra molecole dello zucchero, enzimi, catene glucidiche, aminoacidi, ecc - si è complicata un bel po'.
Mi aspettavo qualcosa di simile alle riviste di Riza, quindi un testo divulgativo e guidato (fai questo e ottieni quello), invece la Enders si addentra in nozioni per me enormemente complesse, ad esempio le differenze fra organismi amebici, striscianti e unicellulari con orifizi buccali.

La cosa particolare è che i termini  medici sono affiancati a uno stile di scrittura forzatamente divertente, come se si stesse rivolgendo a dei bambini, impressione rafforzata dai titoli di alcuni capitoli ("Come funziona la cacca e perchè vale la pena domandarselo") e dall'inserimento nel testo di (orribili) vignette, opera della sorella Jill.




Essendo tedesca nei suoi esempi si riferisce soprattutto alla Germania, citando spesso i crauti, spiegando perchè un terzo dei tedeschi è intollerante al fruttosio, ecc, ma - oltre a scoprire cose che proprio non sapevo (che l'80% del nostro sistema immunitario si trova nell'intestino, che la saliva è sangue filtrato e che se lo stomaco fosse collegato centralmente con l'esofago e ridessimo dopo aver mangiato ci ritroveremmo a vomitare come Regan de "L'esorcista") - la parte relativa alle intolleranze alimentari è quella che ho trovato più interessante.

"Oggi la globalizzazione e il trasporto aereo garantiscono un’offerta di frutta un tempo impensabile. D’inverno troviamo ananas tropicali accanto a fragole fresche provenienti dalle serre olandesi e qualche fico secco del Marocco. Quella che oggi definiamo intolleranza alimentare forse è solo la reazione di un corpo perfettamente normale che nel corso di una sola generazione ha dovuto adattarsi a un’alimentazione mai sperimentata nel corso dei milioni di anni precedenti."

E così se circa trent'anni fa una persona su dieci era allergica a qualcosa, oggi lo è una su tre. Non solo, più sono alti gli standard igienici di un Paese e più sono diffuse le allergie e le malattie autoimmuni.

Alla fine quello che emerge - sulla pelle dei miliardi di topi da laboratorio che ogni giorno muoiono per noi - è che gli alimenti amici dell'intestino sono quelli vegetali, non certo quelli animali.

"Ormai è dimostrato che la soia protegge dal cancro alla prostata, dall’angiopatia e dai problemi alle ossa. Più del 50 per cento degli asiatici ne trae giovamento, ma solo il 25/30 per cento della popolazione occidentale. E la spiegazione non è da ricercarsi nelle differenze genetiche, bensì a livello di flora batterica intestinale. Alcuni microbi si trovano più facilmente negli intestini asiatici che ricavano da tofu e compagnia bella le sostanze più salutari."

E un onnivoro prima di sfottere un vegano perchè, a suo dire, mangia del cibo di merda dovrebbe leggersi il capitolo sulla salmonellosi: avete presente un boomerang? Ecco.

Reading Challenge 2022, traccia di febbraio: un libro con una parte del corpo umano nel titolo

 

giovedì 10 febbraio 2022

"Jane Eyre", Charlotte Bronte

Lancashire (Inghilterra), Ottocento. Jane Eyre è una bimba di dieci anni che - rimasta orfana da neonata - vive  nella villa di Gateshead con i cugini Reed e la zia acquisita, in perenne lotta con loro, trattata come una serva e non come una parente. Tutto ciò finisce un 19 gennaio, quando Jane viene mandata a Lowood, pensionato per bambine orfane e/o disagiate. Vi rimarrà per sei anni come alunna e due come insegnante, finchè diciottenne accetterà un posto da istitutrice a Thornfield, di proprietà di Mr Rochester...

E Mr Rochester è il motivo per cui mi sono decisa a leggere questo tomo infinito (720 pagine), spinta dalla mia amica Lorena che mi ha regalato il romanzo omonimo scritto da Sarah Shoemaker, che lei ha adorato. Ma leggere quello senza sapere nulla di Jane Eyre (non ho mai visto neppure una delle innumerevoli trasposizioni cinematografiche o televisive) non avrebbe avuto senso, così di fronte a una traccia adatta mi sono decisa ad affrontarlo.

Non amo i classici, meno che mai quelli di questo tipo, ma il mio disagio è stato inferiore a quello temuto: il romanzo si perde spesso in inutili lungaggini, ma lo stile semplice lascia scorrere velocemente le pagine (nonostante certe siano davvero noiose).
L'ho preferito di gran lunga a "Cime tempestose" dell'altra Bronte e ai quattro romanzi della Austen che ho letto e ho apprezzato molto le parti in cui l'autrice punta il dito contro l'ipocrisia religiosa ("Si son vedute persone degne di ogni rispetto ridotte alla miseria come me e se siete cristiana, non potete considerare la povertà come un delitto."), si fa portavoce dei diritti delle donne ("Sono ciechi gli uomini quando assicurano che le donne debbono limitarsi a far puddings, a far calze, a sonare il pianoforte e a ricamare.") e dei ceti sociali inferiori ("Non devo dimenticare che queste villanelle, rozzamente vestite, sono di carne e di sangue come le discendenti di nobili famiglie, e che i germi della perfezione, della purezza e della intelligenza esistono in loro come nelle altre."), davvero tanta roba per quell'epoca!

Ma oltre a questo c'è poco. Una storia banale, dove i due sviluppi fondamentali sono frutto di gigantesche coincidenze, con una Cenerentola di protagonista tutta virtù e innocenza che ha una zia acquisita e dei cugini al posto della matrigna e delle sorellastre, e un uomo che ha più del doppio dei suoi anni, brutto, dispotico e volubile al posto del bel principe azzurro.

Tutto è antiquato, gli accadimenti, le situazioni, le reazioni, i dialoghi e i pensieri. Ovvio, è stato scritto nel 1847, ma avere presente questa data non è stato un motivo sufficiente a farmi trovare interessante quello che ho letto e mi risulta difficile capire come una ragazza o una donna di oggi possano sognare su questo genere di storie.

Soprattutto per me è un mistero il presunto fascino di Edward Rochester, spero di capirlo quando leggerò il libro della Shoemaker incentrato su di lui, forse mi sono sfuggiti dettagli e ho mal interpretato il personaggio. Per ora sfrutto la meravigliosa espressione napoletana "omm' e merda" per sintetizzare il mio pensiero su di lui.

PS: cercando informazioni sui luoghi (non citati) in cui è ambientato il romanzo sono capitata nel sito The Reader's Guide to Charlotte Bronte's "Jane Eyre", che ha soddisfatto le curiosità che avevo.

Reading Challenge 2022, traccia di febbraio:  un libro con un nome proprio di persona nel titolo

 

 

lunedì 7 febbraio 2022

"Aperto tutta la notte", David Trueba

Madrid, estate 1986. Quella dei Belitre all'apparenza sembrerebbe una famiglia normale, giusto un po' numerosa: una madre, un padre e sei figli maschi di età compresa fra i 9 e i 28 anni, tutti raccolti sotto allo stesso tetto. Tetto che per fortuna è diventato improvvisamente più spazioso: infatti li incontriamo all'inizio dell'estate durante il trasloco da un appartamento di periferia a una insperata palazzina di due piani, con tanto di giardino e solaio mansardato, nel pieno centro della capitale, ereditata dalla nonna paterna che da 17 anni non ha più voglia di alzarsi dal proprio letto - figurarsi di cambiare casa! - e che quindi l'ha ceduta volentieri a figlio, nuora e nipoti.
Ma i Belitre sono una famiglia di squilibrati, nonni compresi.

La memoria è il mio più grande vanto e ricordo sempre se un libro è entrato nella mia wish list dopo averlo visto fra le novità di IBS o dopo averne letto o ascoltato una buona recensione e in questo caso ricordo bene dove o da chi. Ma questa volta no, quindi penso che sia stato uno di quegli acquisti scelti quasi a caso sul sito del Libraccio (il libro viene da lì) che mi capita di fare quando mi mancano due o tre euro per arrivare alle spese di spedizione gratuite. Se è andata così, è stata una scelta fortunata, altrimenti mi spiace non ricordare chi dovrei ringraziare per il suggerimento.

David Trueba è un regista, sceneggiatore e scrittore spagnolo mio coetaneo (quindi classe '69) e questo è stato il suo primo romanzo, risalente al 1995. Ne ha scritto altri sei, di cui quattro già tradotti in italiano (mancano gli ultimi due, del 2019 e 2021, speriamo bene...) che voglio senz'altro leggere.

"Aperto tutta la notte" non è un capolavoro letterario, ma l'ho adorato, più per lo stile che per le storie che racconta (quella generale e quelle individuali) ed è riuscito a farmi ridere di cuore in più occasioni perché racconta un certo tipo di situazioni per me esilaranti, ad esempio le imprese di nonno (poeta) Abelardo che, sulla spinta della sua esaltata devozione a Dio con cui crede di poter parlare, colpisce senza riguardi cose o persone per lui disturbanti con il suo bastone da passeggio oppure la fantastica nonna Alma, dal passato libertino, sboccata e grande fumatrice di pipa.

Le pagine sono solo 222 a causa dello stramaledetto font usato da Feltrinelli per i libri di questa collana, che non ha alcun rispetto per le talpe come me, e sono divise in 21 capitoli, ognuno dei quali ospita (quasi sempre) tutti i personaggi: mi è piaciuto moltissimo il modo in cui Trueba passa da una situazione a un'altra riuscendo a dare un'incredibile sensazione di dinamismo.

Di ogni personaggio ne tratteggia la personalità e attraverso un narratore esterno (un amico di uno dei ragazzi Belitre) racconta di loro i fatti funzionali all'estate in cui si svolge tutto il romanzo.
E di positivo succede ben poco: sembra di leggere un testo umoristico per com'è stato scritto, ma scremando i fatti da ironia e comicità emergono svariati drammi, più o meno gravi, dalla crisi di mezza età che colpisce il padre ("Come si può pretendere che qualcuno sia felice il giorno del suo cinquantesimo compleanno? Si può forse esigere un simile esercizio di cinismo?") alla serietà di malattie complesse (la sindrome di Latimer di cui è affetto uno dei figli), dalla violenza sulle donne al bullismo, passando per rimedi paradossali quanto tragici e arrivando a un finale inaspettato, che stronca di botto l'allegria lasciando del libro un (bel) ricordo dolce amaro: un finale da gran sceneggiatore.

"Casa: l'unico posto aperto tutta la notte"
Ambrose Bierce ("Dizionario del diavolo")

Reading Challenge 2022, traccia di febbraio: un libro con delle posate in copertina

 

martedì 1 febbraio 2022

Reading Challenge: le tracce di febbraio


Primo gruppo (un solo libro per traccia):

  • Un libro con almeno cinque colori in copertina
    "Storia di Milo, il gatto che andò al Polo Sud", Costanza Rizzacasa d'Orsogna (1 punto)
  • Un libro con delle posate in copertina
    "Aperto tutta la notte", David Trueba (2 punti)

  • Un libro con una parte del corpo umano nel titolo
    "L'intestino felice", Giulia Enders (2 punti)

  • Un libro con il titolo al plurale
    "Ragazze mancine", Stefania Bertola (2 punti)
  • Un libro con un nome proprio di persona nel titolo
    "Jane Eyre", Charlotte Bronte (7 punti)

Secondo gruppo (un solo libro per traccia, solo se si sono letti i cinque libri delle tracce del primo gruppo):

  • Un libro con un orologio in copertina
  • Un libro con un sottotitolo
    "La vedova allegra. Storia della ghigliottina", Antonio Castronuovo (3 punti)
  • Un libro scritto da un autore con due nomi propri
    "Uccellino del paradiso", Joyce Carol Oates (6 punti)
  • Un libro con lo sfondo di un unico colore
    "Sorprendimi!", Sophie Kinsella (4 punti)
  • Un libro scritto nel Novecento
    "Bestie", Magnus Mills (3 punti)

Traccia bonus (uno o più libri): 
libri gialli/thriller

  • "Due omicidi diabolici", Raffaele Malavasi (4 punti)
 
I miei punti = 34


Iscrizioni sempre aperte QUI
Casata: L'ordine della fenice
 
 
 

lunedì 31 gennaio 2022

"Il diavolo nel cassetto", Paolo Maurensig



Küsnacht (Svizzera), settembre 1991. E' qui che Carl Gustav Jung visse e morì nel 1961 e proprio in occasione del trentennale dalla dipartita la cittadina organizza un convegno di psicanalisi.
Un giovane arriva dalla vicina Zurigo con il compito affidatogli dallo zio, nonché datore di lavoro, di trovare i giusti contatti al fine di inserire nel catalogo della casa editrice di cui è proprietario una collana dedicata alla materia.
Il giovane viene colpito dall'intervento di un sacerdote e siccome i due alloggiano proprio nella stessa Gasthof, trascorrono la serata insieme: e il prete ha una storia incredibile da raccontare, quella del diavolo nel cassetto...

"Che cosa ci può indurre al gravoso compito di riordinare tutti gli oggetti inutili che abbiamo accumulato negli anni senza mai trovare il coraggio di buttare? L’imminenza di un trasloco forse, oppure – come nel mio caso – la necessità di dover sgomberare una stanza, rimasta finora deposito di cianfrusaglie, per poterla destinare a un diverso utilizzo. Altro non mi viene in mente. Prima di separarci da un oggetto qualsiasi ci pensiamo bene, e il piú delle volte scegliamo di conservarlo, convincendoci che in futuro potrebbe tornarci utile. E intanto le cose vanno accumulandosi, finché non siamo costretti a fare tabula rasa."

Così inizia questo librino di appena 114 pagine, scritto nel 2018, e già da qui dovevo capire che non saremmo andati d'accordo perchè io sono proprio (fieramente) l'opposto di un'accumulatrice seriale.

Lo avevo inserito in wish list dopo aver ascoltato una recensione entusiastica su un canale YouTube che da tempo ho smesso di seguire perché la ragazza è piacevole da ascoltare, ma ha gusti troppo diversi dai miei. E infatti...

Ho colto e condivido il messaggio che Paolo Maurensig - autore scomparso nel maggio dell'anno scorso - ha voluto trasmettere con questa storia, la sua analisi del mondo editoriale (al diavolo dà proprio il ruolo dell'editore) e la sua ironia sulla dilagante convinzione che hanno molti di essere in grado di poter scrivere un libro (per carità! Così come tutti mangiamo e molti amano cucinare, ma pochissimi sono chef, allo stesso modo siamo tutti in grado di leggere e molti amano scrivere, ma pochissimi sanno scrivere un libro).

"Piú alto è il numero delle persone che si dedicano alla stessa attività creativa, tanto piú questa decade. O forse, invertendo i termini dell’enunciato: quanto piú un’arte decade, tanto maggiore è il numero delle persone che vi si dedicano."

A piacermi sono stati il particolare sistema matrioska che Maurensig usa per sviluppare la storia - chi scrive racconta quello che ha letto in un manoscritto dove l'anonimo autore a sua volta racconta quello che gli ha raccontato un prete - e il fatto che alla fine proprio il prete e non il diavolo sia il personaggio più oscuro.

Ma ho trovato la scrittura antiquata (forse volutamente, ma non avendo letto altro di suo non posso saperlo) e in generale non mi è proprio piaciuta l'allegoria, oltre a infastidirmi il macabro ruolo dato alle volpi, animali terrorizzanti e portatori di rabbia: non è il loro verso a essere agghiacciante, ma l'uccidere i loro cuccioli spargendone i resti nel bosco per tenerle lontane dall'abitato. Non sono sicura di voler sapere se da qualche parte venga fatto davvero o se sia solo una fantasia (nel caso di cattivo gusto) di Maurensig...

L'ultima nota riguarda la descrizione che fa degli abitanti dell'immaginario borgo svizzero di Dichtersruhe:

"Persino i turisti, che rappresentavano una parte importante dell’economia locale, erano appena tollerati, considerati un male necessario, e tutti tiravano un sospiro di sollievo nel vederli ripartire a fine estate"

Se esistesse dovremmo annetterlo immediatamente alla Liguria ^^

Reading Challenge 2022, traccia di gennaio: un libro di un autore morto nel 2021

 

sabato 29 gennaio 2022

"La badessa di Castro", Stendhal



Colli Albani (Roma), 1559. E' l'anno in cui gli sguardi di Elena e di Giulio si incrociano: cinquecento anni fa Cupido aveva una mira migliore e subito scocca l'amore.
Lei ha 17 anni, lui 22. Lei appartiene a una famiglia nobiliare, quella dei Campireali, lui - che di cognome fa Branciforte - è un brigante.
Un'unione impossibile, e poi per Elena il futuro è già stato deciso e si chiama convento.

Detto e ridetto: non amo i classici. Ma sono una persona pratica e trovare la lettura di un classico già nelle tracce di gennaio della Reading Challenge è stato un po' un sollievo, mi sono detta: "Togliamoci il pensiero, va" ed ho puntato su questo perchè breve (140 pagine) e perchè Stendhal lo aveva scritto ispirandosi a documenti autentici sulle pene capitali risalenti all'epoca rinascimentale, cosa che mi aveva fatto sperare in un'opera con un'impronta fortemente storica.

E difatti il primo capitolo, purtroppo breve, mi è piaciuto. Lì Stendhal inquadra storicamente la vicenda e, sebbene non ami particolarmente quell'epoca, la storia risveglia sempre il mio interesse. Interesse che si è presto esaurito proseguendo nella lettura di quello che mi è sembrato un Harmony dell'epoca, neppure tanto originale.

Se si vuol leggere un bel libro su tematiche analoghe, allora consiglio "La monaca di Monza" di Roberto Gervaso, letto quasi quarant'anni fa e che ricordo ancora con molto piacere.
La badessa di Stendhal non regge il confronto, ho apprezzato l'espediente narrativo (anche questo non originale, ma comunque particolare) del far raccontare la storia da qualcuno che traduce per il lettore dei vecchi manoscritti e anche l'immagine (realistica, quindi biasimabile) che l'autore dà del clero, ma la brevità del racconto penalizza l'introspezione dei personaggi - che restano solo accennati - e la dinamica degli eventi. Nella prima metà i pochi fatti che si verificano vengono descritti a lungo finendo con l'annoiare mentre nella seconda succede di tutto e quel tutto viene solo abbozzato, come se ci fosse la necessità di arrivare in fretta alla fine, e probabilmente c'era davvero dato che la storia venne pubblicata in due puntate su "La Revue des Deux Mondes" (la più antica rivista europea fra quelle ancora esistenti).

Questo me lo ha detto Wikipedia, ma - se la lettura di Stendhal mi ha fatto sbuffare in più di un'occasione (eh, capita quando non si amano i classici...) - cercare notizie sui documenti a cui si era ispirato mi ha fatto scoprire l'esistenza di "La badessa di Castro. Storia di uno scandalo" edito da Il Mulino e firmato da Lisa Roscioni, docente di Storia Moderna presso l'Università di Parma, che ricostruisce la storia basandosi sui verbali originali del processo e questo saggio sì che lo leggerei volentieri.

Reading Challenge 2022, traccia di gennaio: un classico

 

venerdì 28 gennaio 2022

"Hotel World", Ali Smith



Gran Bretagna, 24 maggio 1999 e mesi successivi. I Global Hotel sono una catena di alberghi di lusso, identici fra loro a qualunque latitudine e longitudine. Qui siamo nel nord dell'Inghilterra, o più probabilmente in Scozia, in una città non troppo grande che non viene mai nominata.
Sara Wilby ha 19 anni e lavora al Global Hotel solo da due giorni quando ci muore.
Else Frerman del Global Hotel può permettersi di usare solo il marciapiede, per mendicare, ma una notte le viene offerto l'uso gratuito di una stanza perché fuori fa troppo freddo.
Lise O'Brien ha 25 anni e lavora alla reception del Global Hotel da diciotto mesi quando si ammala.
Anche Penny Warner ha 25 anni, fa la giornalista e soggiorna al Global Hotel per recensirlo.
Infine c'è Clare Wilby, che ha solo 15 anni e per giorni e giorni si siede di fronte al Global Hotel a fissarlo, finché un giorno ci entra indossando la divisa di riserva di Sara perché non crede al suicidio e vuole capire cosa sia successo a sua sorella.

Secondo romanzo scritto nel 2001 (il primo, "Like", non è ancora stato tradotto in italiano) da quest'autrice di cui a colpirmi era stata la città di nascita, Inverness, perché mio marito simpatizza per la squadra di calcio.
L'anno scorso avevo comprato la tetralogia "Autunno", "Inverno", "Primavera" ed "Estate" con l'intenzione di leggerli per la traccia annuale relativa alle stagioni dell'anno, cosa che poi non ho fatto per mancanza di tempo e ora, dopo aver letto questo, mi chiedo se avrò mai il coraggio per affrontarla.

"Hotel World" è un romanzo breve (195 pagine) che mi ha messa molto in difficoltà confermando tutti i limiti che già sapevo di avere verso il postmodernismo. Pur riconoscendo la bravura di chi scrive, con punte di vera e propria genialità, certe forme stilistiche sono troppo per me: troppo costruite, troppo aperte, troppo stravaganti e alla fine non posso dire di aver apprezzato la lettura.

Questo non mi ha impedito di capire che sia un libro di qualità che raggiunge l'apice proprio nel capitolo per me più ostico, quello dove la voce narrante è Clare: totalmente privo di punteggiatura e con l'uso della e commerciale al posto della e di congiunzione, è destabilizzante, un flusso continuo di parole, di pensieri presi e abbandonati, iniziati e poi interrotti, poi ripresi e sovrapposti ad altri. Insomma, un vero casino, che però trasmette magistralmente l'inquietudine, il disagio, la solitudine e il dolore che stanno opprimendo questa ragazzina.

Ma tutto il libro è fatto più di pensieri che di azioni, con dialoghi ridotti al minimo e frasi spesso brevissime oppure con periodi lunghi o lunghissimi, perché la Smith ha dato a ciascuna delle sue protagoniste un linguaggio proprio e molto ben delineato, che le contraddistingue.

Un libro a tratti delirante (esempio: dieci minuti di lettura sulla ricerca di un oggetto affilato che permetta ai due personaggi coinvolti di poter svitare una vite), con molta introspezione, ma con un'analisi che però non arriva mai (volutamente) a fare chiarezza, appena si riesce a capire qualcosa di una delle donne - ognuna protagonista del proprio capitolo - questo finisce senza portare a quel punto definitivo che personalmente amo e voglio avere dallo scrittore.

E' un libro che necessita di molta concentrazione, o per lo meno è servita a me perché tutti quei pensieri tendevano a distrarmi, almeno finché non riuscivo a capire dove mi volesse portare la Smith. E porta sicuramente a fare grandi riflessioni, sui divari sociali e le conseguenti ingiustizie, ma soprattutto sulla vita, sulla morte, su come i giovani si sentano immortali.

Perché se è vero che la "stanza di legno" aspetta ciascuno di noi, è anche giusto cercare di non finirci dentro prima del dovuto. Non a 19 anni, per esempio...

Reading Challenge 2022, traccia di gennaio: un libro con delle chiavi in copertina

 

mercoledì 26 gennaio 2022

"Il senso di una fine", Julian Barnes



Londra, anni attorno al 2010. Tony Webster ha poco più di sessant'anni, è un padre, un nonno, un ex marito, un pensionato. Conduce un'esistenza tranquilla, senza tante sorprese, rassicurante per tanti, banale per molti.
Un giorno riceve un'eredità inaspettata: un lascito di 500£ e un diario. Ma il diario è in mano a qualcuno che rifiuta di restituirlo e questo apre una finestra nel passato di Tony, i ricordi di quando era poco più di un adolescente e a scuola era arrivato un nuovo ragazzo, Adrian Finn, così intelligente, così brillante, così diverso da lui.

Scritto nel 2011, titolo italiano tradotto fedelmente dall'originale (meno male, è perfetto), quarto romanzo che leggo dell'autore. Ed è quello che d'ora in poi porterò come esempio quando mi capiterà di spiegare cosa apprezzo dei libri brevi (di quelli scritti bene): la capacità di raccontare quello che si vuole raccontare in maniera chiara, approfondita, completa, riuscendo ad appagare il lettore senza bisogno di arrivare a 300-400 pagine o più, che tante volte vengono riempite di niente (e questo è il motivo per cui spesso non apprezzo i tomi, anche se ovviamente le eccezioni ci sono sempre, in entrambi i casi).

Barnes in 160 pagine, divise in appena due capitoli, delinea perfettamente i suoi personaggi, ci fa conoscere il passato e il presente. Per i quarant'anni che ci sono in mezzo gli basta un tratteggio, in pochi cenni dà al lettore tutto quello che gli serve per capire in profondità chi è Tony e tutto quello che gli è ruotato attorno e che gli è successo: bisogna essere bravi per riuscirci.

Più di una volta mi sono trovata a pensare che un protagonista come Tony avrebbe potuto nascere anche dalla fantasia di Carofiglio, ma - considerando la diversità di spessore che hanno Guerrieri e Fenoglio - deve essere stato qualcosa nel modo di scrivere a ricordarmi il suo stile.

"Ricordo una sbronza triste a una festa il primo semestre di studi, e ricordo di essermi sentito rispondere a una ragazza pietosa che mi chiedeva se stavo bene: «Credo di essere un maniaco depressivo», perché al tempo l’espressione mi pareva piú prestigiosa di un semplice «Sono un po’ giú». E solo quando ribatté: «Oh, no, un altro!», affrettandosi a sparire, mi resi conto che, lungi dall'essermi distinto dalla folla festante, avevo appena sperimentato la peggior battuta di abbordaggio possibile"

Un romanzo maschile, nella penna e nella chiave di lettura, ed è forse per questo che non sono d'accordo con la considerazione finale (credo anche che possa risultare offensivo per chi si trova a vivere nella realtà la situazione descritta perchè la compassione, anche quella dettata dall'affetto o da qualcosa di analogo, non è piacevole da ricevere) mentre con un po' di tristezza mi sono ritrovata nei pensieri di Tony, che ha solo una decina d'anni più di me, riguardo all'età e al trascorrere del tempo.

"Quando si è giovani, chiunque superi i trent’anni ci sembra di mezza età, chiunque superi i cinquanta, decrepito. E il passare del tempo ci conferma che non sbagliavamo di molto."

Se non volessi essere cremata inizierei anch'io a pensare alla frase che vorrei scritta sulla mia tomba...

Reading Challenge 2022, traccia di gennaio: un libro di un autore che hai già letto