lunedì 21 ottobre 2019

"Falsa partenza", Marion Messina


Francia, 2008. Aurélie ha 18 anni, seconda di tre figli, madre francese, padre di origini calabresi. Una famiglia operaia, povera. Due genitori con un unico scopo, quello di riuscire a far studiare i figli per permettere loro uno scatto sociale.
Alejandro ne ha 24, è arrivato in Francia per proseguire gli studi dopo aver conseguito una laurea in letteratura in un’università privata di Bogotà. Perchè in Colombia faceva parte del ceto medio-alto, mentre in Francia si ritrova a dover studiare e contemporaneamente lavorare per riuscire ad avere un posto dove vivere.
Si conoscono quindi da studenti, a Grenoble, la città di lei. Lei che si innamora di lui, lui che dichiara in partenza che non potrà mai sposare una donna europea. Perchè già dopo un anno ha capito di non sentirsi più colombiano, ma sa anche che non sarà mai francese…

Romanzo di esordio per questa giovane francese (paragonata a Michel Houellebecq) a cui sono arrivata grazie a Marco Cantoni che nel video letture di maggio ne ha parlato come il miglior romanzo di narrativa da lui letto fino a quel momento per il 2019.

Pur avendone apprezzato moltissimo stile e linguaggio (non sembra affatto un’opera prima), non mi sento pervasa dallo stesso entusiasmo di Cantoni e credo che ciò dipenda dal non essermi ritrovata nel contesto avendo vissuto gli anni fra i 18 e i 25 (e un po’ oltre, direi) in un’epoca diversa. In altre parole, fortunatamente non ho mai dovuto sperimentare la condizione di lavoratrice precaria.

Perchè è questo il tema portante del libro: non la difficoltà di integrazione del ragazzo colombiano (come la sinossi spinge a pensare, ma se lui fosse stato francese non sarebbe cambiato nulla) né tanto meno la storia d’amore fra i due. La protagonista è Aurélie che dopo un anno di università interrompe gli studi e si trasferisce a Parigi perché annoiata dalla vita di provincia e nella capitale si ritrova a fare una vita quasi da barbona con un lavoro triste, sfruttato e mal pagato.

Un libro impietoso verso la Francia.

Una Grenoble descritta come “una conca grigia, una verruca incuneata tra tre massicci”, città di cui invece io ho un bellissimo ricordo, forse perché è il posto dove in assoluto mi sono sentita più vicina alla lotta partigiana, e se è vero che le sensazioni vissute come turista di giornata sono effimere, è anche vero che – a differenza dei giovani personaggi del libro – non ho mai avuto il mito della grande città, della capitale.

Ma anche Parigi non ne esce tutta intera: brutta, imperfetta, malsana. Non potrei mai viverci (per me già Genova è troppo grande…), ma l’ho comunque amata.

E la nazione in generale, una Francia che si preoccupa di rendere accessibile a tutti la cultura e che fa studiare i suoi figli solo per creare dei disoccupati o dei precari perché con quegli studi non li prepara adeguatamente al mondo del lavoro lasciandoli senza prospettive.

Ho sempre pensato, e sinceramente continuo a pensarlo, che alcune cose funzionino meglio in Francia che da noi. Questo libro mi ha spiazzata, ma soprattutto lo hanno fatto le parole di Cantoni che sono andata a riascoltare poco fa. Lui, che ha meno di trent’anni, dice che il libro racconta i ventenni di oggi e la vera società, e qui mi rendo conto di non saperne nulla dei ragazzi di oggi: sono davvero parcheggiati all’università in attesa di allargare le fila dei disoccupati e dei precari?

Avvilente. Preoccupante. Ma in fondo, a ben pensarci, ci sono miei coetanei, quindi adulti fatti e finiti, che vanno avanti grazie ai finanziamenti degli anziani genitori e questo è ancora più avvilente.

Reading Challenge 2019: collegamento con la traccia musicale di ottobre per i piedi in copertina

La "mia" Grenoble, 23 agosto 2004