martedì 20 settembre 2022

"Il grido della rosa", Alice Basso



Torino, 8 agosto 1935. Sono passati esattamente due mesi da quando Corrado ha chiesto ad Anita di sposarlo e fra quattro lo faranno. E sono passati quasi due mesi da quando Anita ha cominciato a lavorare, esperienza che ha chiesto di poter fare prima di maritarsi e dedicarsi completamente al suo ruolo di moglie, nell'attesa di diventare anche madre.
Il guaio è che fare la dattilografa le piace.
Le piacciono le storie che Sebastiano Satta Ascona le detta. E le è piaciuto contribuire (anzi, l'idea è stata proprio sua) alla risoluzione di un caso risalente a 16 anni prima: in piena epoca fascista lei e Sebastiano si sono dovuti limitare a raccontare la verità mascherandola come uno dei tanti gialli americani che ogni mese pubblica "Saturnalia", ma qualcuno deve aver per forza capito che la storia era torinese e averla messa nero su bianco li ha fatti stare bene.
Il problema è che ad Anita non piacciono solo le storie che Sebastiano traduce e detta: le piace anche lui.

Seconda puntata della saga con protagonista Anita Bo che ha confermato l'impressione che avevo già avuto leggendo "Il morso della vipera": ci sono troppe similitudini fra questo personaggio e Vani Sarca. Oltre al lavorare entrambe per una casa editrice (seppur con ruoli diversissimi) e alla costruzione dell'intesa fra loro e il protagonista maschile, a lasciarmi più perplessa è il trovare gli stessi dialoghi, la stessa enfasi e lo stesso umorismo, somiglianze che non si possono attribuire allo stile dell'autrice: per due personaggi così diversi andava studiato un  modo di esprimersi, ragionare, comportarsi, ecc, altrettanto differente.

Comunque sia, Anita Bo, dopo due mesi trascorsi a dattilografare gialli americani, è diventata un'investigatrice provetta. Se nel primo libro della serie l'autrice ha dato la priorità alla presentazione dei nuovi personaggi lasciando la storia gialla ai margini, qui succede il contrario, le vicende orizzontali dei protagonisti procedono (di pochissimo, ma in fondo sono trascorsi solo due mesi e siamo in un'epoca in cui i rapporti personali erano scanditi dalla lentezza imposta dal "decoro"), ma gran parte delle 304 pagine raccontano il giallo: una ragazza sordomuta, Gioia Bratti, muore nel tentativo di scavalcare il cancello di villa Pazzaglia la sera in cui i conti hanno dato una festa per presentare il bimbo appena adottato, figlio della povera Gioia. Sebastiano è presente alla festa. Diana, la migliore amica di Gioia, conosce Candida Fiorio, l'ex professoressa di Anita e di Clara. Sarà un particolare raccontato da Diana a far drizzare le antenne della novella investigatrice e da lì tutto il resto.
Insomma, il festival delle coincidenze, mi urta sempre parecchio la mancanza di sforzo per evitarle da parte di un autore, ma tutto sommato il gialletto è piacevole e la sua costruzione ha dato modo alla Basso di raccontare cosa erano le OMNI (Opera Nazionale Maternità e Infanzia).
Discutibile un'affermazione riguardante Candida ("Di tutte le pensate del regime che fanno saltare i nervi a Candida – e sono tante – l’ONMI è la peggiore, da sempre, senza tema di smentita."), peggio ancora che per Anita l'istituzione peggiore del regime sia il Sabato fascista: insomma, c'era ben altro per cui spazientirsi o di cui avere paura, ma le OMNI rientrano fra le cose buone e giuste che avrebbe fatto Mussolini a detta di ignoranti e/o fascisti, e la Basso ha fatto bene a dare voce a ragazze come Gioia e Diana, a raccontare le umiliazioni e i soprusi patiti.

Così come nella postfazione ha fatto benissimo a sottolineare che per le prostitute le case chiuse non erano il paradiso che certi nostalgici (uomini, ovviamente) hanno sempre cercato di fare credere.
Sempre molto attenta a date e fatti realmente accaduti, qui inserisce nella storia quello che fu definito "il disastro di Molare" avvenuto effettivamente il 13 agosto 1935, quando il lago artificiale di Ortiglieto esondò nell'Orba provocando un'onda che nell'ovadese e nel novese uccise 111 persone.

E questa volta viene precisato il paese di origine di Sebastiano, che nel primo libro era solo genericamente ligure: Rossiglione, paesino dell'entroterra genovese che in tempo di guerra si distinse per la lotta partigiana, subì tantissime perdite e venne insignito dalla Croce di guerra al valore militare da Sandro Pertini.
Un'ottima scelta dove collocare il padre di Sebastiano, al momento l'unico personaggio del libro veramente attivo nella lotta al fascismo.

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