giovedì 29 settembre 2022

"Le farò un po' male", Adam Kay



E' il 2015 quando, per opera del nuovo Ministro della Sanità Britannico, per gli specializzandi in medicina cambiano le condizioni contrattuali. In peggio.
All'epoca Adam Kay - scrittore comico e sceneggiatore inglese classe 1980 - aveva abbandonato la professione da cinque anni, ma non aveva buttato via gli appunti quotidiani che aveva preso fra il 2004 e il 2010 durante la specializzazione. Appunti che fanno di questa autobiografia una sorta di diario: in ogni capitolo Kay descrive il ruolo assunto come tirocinante durante i vari livelli di formazione lavorando in reparto, partendo dall'essere un house officer, per diventare poi un SHO, quindi un registrar, un senior registrar ed essere a quel punto quasi uno specialista, riportando - con tanto di date - eventi in un modo o nell'altro significativi.

Un'autobiografia dove però i veri protagonisti sono gli specializzandi in medicina e le condizioni in cui operano, con settimane lavorative che superano anche le cento ore, turni massacranti, responsabilità crescenti,  costantemente "spremuti e sottopagati".
Esperienza che l'autore ha vissuto in prima persona, cosa che lo ha reso solidale nei confronti degli ex colleghi quando il governo, oltre ad aggravare una situazione già al limite, è arrivato a tacciare questo settore di avidità.

La carriera medica di Adam Kay è terminata nel dicembre 2010, a due mesi dal diventare specialista. Il motivo è spiegato nel libro, un evento triste, che non costituisce un'eccezione, perché questa è una professione dove "succedono più cose negative che positive", anche se la specialità scelta dall'autore - ostetricia e ginecologia - è l'unica dove avviene il contrario, ma è anche quella in cui quando qualcosa va storto si fa più fatica a passarci sopra. Cosa che lui non è riuscito a fare, finendo con l'appendere lo stetoscopio al chiodo dedicandosi alla scrittura di sceneggiature comiche per la televisione.

Sapendo di questa sua svolta mi aspettavo un libro più divertente e - avendolo letto in alternanza a 
"Residenza per signore sole" e a "L'estranea" (che conto di terminare questa sera) - avevo un enorme bisogno di sollazzo.

Certo non mancano gli spunti per sogghignare
 ("Ho appena stampato l’ecografia di un bambino per i genitori e sto togliendo il gel per ultrasuoni alla mamma, quando il padre mi chiede se posso fare un’altra foto da una prospettiva diversa: “Non sono sicuro che questa vada bene per Facebook”. Questa gente egomaniaca e disperatamente bisognosa di attenzione sui social media mi fa alzare le sopracciglia fino all’attaccatura dei capelli, poi guardo meglio la foto. Capisco cosa intende: sembra proprio che il feto si stia masturbando."), se non proprio per ridere di gusto ("Tre del mattino all’accettazione del reparto maternità. La paziente ha venticinque anni ed è alla terza settimana della sua prima gravidanza. Lamenta la presenza di numerosi puntini sulla lingua che non fanno male. Diagnosi: papille gustative."), ma l'unico aspetto deludente è stato non trovare neppure uno sprazzo dello humor inglese che davo per scontato (mi chiedo quanto questo dipenda dalla traduzione).

Un particolare, invece, molesto sono le tantissime note,
ben 156 in appena 252 pagine, non lunghe e disturbanti come quelle di David Foster Wallace in "Una cosa divertente che non farò mai più", ma comunque abbastanza fastidiose, soprattutto perché sarebbero bastate delle belle parentesi senza far saltellare di continuo il lettore al fondo del capitolo o, come nel mio caso, senza costringerlo ad aprire e chiudere una finestra dopo l'altra sul Kindle.

Abbondano gli aneddoti che è meglio leggere lontano dai pasti (i migliori li ho mandati attorno alle 13 o alle 20 a marito, sorella e a un paio di amici ^^), c'è anche una mamma pancina intenzionata a mangiarsi la placenta, ma sostanzialmente è un libro serio che parla di un argomento ancora più serio cercando (riuscendoci) di non essere pesante come sarebbe stato se scritto da un saggista o da un  sociologo.

Non trascura nessun punto, dalla sgradevole abitudine che ormai hanno tante persone di arrivare davanti al medico con l'
autodiagnosi fatta sulla base di quello che si è letto in rete ("Spesso i pazienti arrivano in clinica con pile di pagine trovate su Google, stampate e sottolineate, ed è abbastanza odioso dover sprecare dieci minuti in più per ognuno a spiegare perché una blogger di Copenaghen con una pagina Wordpress piena di cuoricini rosa potrebbe non essere una fonte attendibile.") alle considerazioni sulle medicine alternative ("Posso più o meno capire la ragion d’essere di altre “terapie” complementari, ma l’entusiasmo per l’omeopatia mi lascia davvero perplesso. Il principio infatti è quello di assumere sostanze così diluite che ogni molecola di “medicinale” è acqua. Non è altro che la volontà di crederci. Immagino che sia un dio più facile da venerare di altri perché non c’è bisogno di pregare (a meno che non vi venga detto che non ha funzionato e stiate per morire), ma secondo me l’unica condizione che l’omeopatia può trattare è la sete."), dal pericolo di una sanità a pagamento ("Quando si parla di privatizzazione del sistema sanitario dovremmo vedere i prezzi vertiginosi del sistema americano come fantasma del Natale futuro.") alla mancanza di tutela da parte dei politici verso questo settore che è (sarebbe) nell'interesse di chiunque far funzionare nel migliore dei modi e il libro ha proprio lo scopo di far capire a chi non lavora negli ospedali gli aspetti e gli effetti di questo mestiere, le pressioni e le condizioni in cui devono esercitare queste persone mentre cercano di farci stare meglio, se non di salvarci la vita. Ce li ricordiamo ancora medici e infermieri all'opera nel pieno della pandemia, vero? Per diminuire le tasse ai ricchi chissà a chi taglieranno più fondi Meloni & co, se alla sanità o alla difesa...

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