giovedì 17 novembre 2022

"Insegnami la tempesta", Emanuela Canepa

 

Roma, 19 marzo 2000. E' il giorno in cui Emma, appena ventiduenne, partorisce Matilde. Al suo fianco non c'è il padre biologico, ma il ragazzo che sposandola l'ha salvata dalle apparenze, così care ai suoi rigidi genitori, e in fondo anche a lei. E non c'è Irene, l'amica che sei mesi prima è scappata dalla città senza aiutarla come aveva promesso di fare.
Città di Castello, estate 2018. Emma aspetta che le venga aperto il cancello del monastero delle Clarisse. E' da lì che la sera prima l'ha chiamata Irene, dopo diciotto anni di silenzio. Ed è lì che si è rifugiata Matilde, quella figlia con cui non è mai riuscita a instaurare un rapporto convenzionale, con cui anche quando era solo una bambina un semplice abbraccio fra loro risultava innaturale e con cui adesso non riesce più a parlare.

Questo è il secondo romanzo scritto (nel 2020) da Emanuela Canepa, che per via del cognome pensavo fosse genovese, mentre è nata a Roma, nel 1967.
Con il primo, "L'animale femmina", ha vinto il Premio Calvino nel 2017. Cerco sempre di leggere i libri seguendo l'ordine cronologico, ma questa volta ho fatto un'eccezione per "colpa" della Reading Challenge: una traccia di novembre chiede la lettura di un libro con una o più candele in copertina e fra i tanti titoli nella mia wish list ho trovato solo questa candelina.

Sicuramente recupererò "L'animale femmina", perché - per quanto "Insegnami la tempesta" (titolo orribile: non attrae e non ha rimandi alla storia che racconta) sia stata una lettura controversa per me - è stata piacevole, questo principalmente grazie allo stile di scrittura dell'autrice e alla sua grande capacità di costruire tutta la vicenda andando a ritroso.
Vicenda che non mi ha convinta del tutto o forse è l'aver avuto un legame con mia madre profondamente diverso da quello che (non) c'è fra Matilde ed Emma a rendermi impossibile capire davvero quello che Emanuela Canepa intendeva trasmettere.

Non riesco a immaginare un distacco, una freddezza così profondi fra una madre e una figlia, un tale livello di non conoscenza reciproca, di mancanza di dialogo.

E non sono sicura di aver interpretato la figura di Emma come era nelle intenzioni dell'autrice, ma è a lei che io attribuisco le colpe, una donna anaffettiva, non solo nei confronti della figlia, ma anche del marito, tanto disponibile e paziente da risultare inverosimile in un contesto reale.
Una donna che per diciotto anni ha scaricato sull'amica di allora la colpa per le conseguenze della sua incapacità di agire da sola.
Una donna che soffre di gelosia vedendo la figlia più affezionata al patrigno, senza mai assumersi la responsabilità delle sue mancanze.
Una donna che vive la sua condizione di madre come una condanna, un baratro per i suoi sogni di gioventù, un sacrificio continuo.
Una donna che della figlia pensa: "Quindi è questo l’individuo egoista che ho cresciuto. Quello per cui continuo a pagare." senza mai accennare a un'autocritica.

Senza mai pensare che Matilde non le aveva chiesto di nascere.

Reading Challenge 2022, traccia di novembre: un libro con una o più candele in copertina