lunedì 13 dicembre 2021

"Ritratto in seppia", Isabel Allende


Santiago (Cile), 1910. Aurora del Valle ha trent'anni ed è una donna decisamente atipica  per l'epoca e per la cultura a cui appartiene. Un matrimonio senza figli alle spalle, un nuovo appagante amore e un lavoro particolare, quello di fotografa.
Voce narrante del romanzo, ci racconta la storia della sua vita. Nata a San Francisco nel 1880, si è ritrovata a fare il percorso inverso della nonna materna: come Eliza Sommer era partita dal Cile inseguendo l'amore della sua gioventù e finendo col costruire la sua vita in California, Aurora ha lasciato il luogo natio per seguire a Santiago l'altra nonna, quella paterna, Paulina del Valle, altro personaggio già noto ai lettori della Allende che attraverso Aurora riprende i fili de "La figlia della fortuna" e partendo dal 1862 ci racconta com'è proseguita la vita dei suoi tanti personaggi.

E io mica lo sapevo che "Ritratto in seppia" fosse il seguito
de "La figlia della fortuna"! Scoprirlo durante la lettura è stata una magnifica sorpresa, i libri della Allende sono quelli che ti dispiace di finire, per cui per me è stato quasi commovente ritrovare Eliza, Tao Chi'en, i Sommers e anche quella Paulina che nel precedente romanzo aveva un ruolo più marginale e non troppo simpatico, mentre in questo è quasi una coprotagonista e - pur mantenendo tutta la sua arroganza - riesce a conquistare grazie all'approfondimento del personaggio che ne rivela i punti deboli mitigandone l'intemperanza.

Diviso (come l'altro) in tre parti, la Allende non si limita (come sempre) a raccontare le storie dei suoi personaggi, ma fa della storia (in questo caso principalmente quella cilena) la reale protagonista, uno dei motivi che mi fanno amare tanto i suoi libri.

Dalla guerra del Pacifico del 1879 alla guerra civile del 1891 (durata pochi mesi, ma dove "morirono più cileni di quanti avessero perso la vita durante i quattro anni della guerra del Pacifico"), la Allende non fa sconti alla sua nazione.

"Noi cileni sembriamo inoffensivi e godiamo della reputazione di timidi, parliamo persino a suon di diminutivi (un piacerino, mi dia un bicchierino d'acquetta) ma alla prima occasione ci trasformiamo in cannibali. Per comprendere la nostra predisposizione alla brutalità, era necessario sapere da chi discendevamo, disse: i nostri avi erano stati i più crudeli e agguerriti conquistatori spagnoli, gli unici che avessero osato arrivare a piedi fino in Cile, con le armature arroventate dal sole del deserto, vincendo i peggiori ostacoli della natura. Si erano mescolati con gli araucani, selvaggi quanto loro, l'unico popolo del continente che non era mai stato soggiogato. Gli indios si mangiavano i prigionieri e i loro capi, i toquis, usavano maschere da cerimonia fatte con la pelle seccata dei loro oppressori, preferibilmente di quelli con barba e baffi, essendo loro imberbi; questo era il loro modo di vendicarsi dei bianchi, che a loro volta li bruciavano vivi, li impalavano, tagliavano loro le braccia e gli strappavano gli occhi"

Racconta il massacro di Iquique del 21 dicembre 1907 (di cui non sapevo nulla) quando, per reprimere lo sciopero dei minatori contro il loro sfruttamento, il Governo ordinò ai militari di uccidere i lavoratori e le loro famiglie e loro eseguirono ammazzando fra le 2.200 e le 3.600 persone.

"Il Cile è un Paese dalla memoria corta..."

Vero: una pronipote di Pinochet, che ha sempre espresso il suo appoggio alla dittatura militare del parente, è oggi Ministro delle pari opportunità!
Ma il Cile è in buona compagnia: speriamo che anche Macarena Santelices si appassioni al ballo abbandonando la scena politica...

"Non c'è niente di più pericoloso del potere che gode di immunità"

Allende intreccia nel romanzo anche dettagli culturali di altro genere, dalla teoria di Darwin alla comparsa dei guanti chirurgici in sala operatoria. C'è anche un accenno a una nave genovese e mi fa sempre piacere trovare un rimando alla mia città...

Ma ci sono tante tematiche importanti: l'infinita bravura della Allende nelle descrizioni, che si tratti del piacere dato dal sesso o delle atrocità delle guerre, raggiunge l'apice quando dà voce alle vittime di soprusi, donne, lavoratori o persone con la pelle di un colore diverso dal bianco.

E sul finire torna sulla straziante vicenda delle Sing Song Girl facendomi scoprire il personaggio realmente esistito di Donaldine Cameron e della sua organizzazione, per la quale vale la pena fare una ricerca su web.

Adesso avrei voglia di fare una cosa che non ho mai fatto: una rilettura. Quella de "La casa degli spiriti" che, scritto nel 1982 (e che io lessi pochi anni dopo, il mio primo romanzo dell'autrice), chiude questa trilogia ideale. La storia la ricordo benissimo, anche grazie al film (meraviglioso come il libro), ma non i collegamenti con questi due romanzi scritti successivamente, ma con ambientazione precedente. Credo ne varrebbe la pena.

Reading Challenge 2021: questo testo risponde alla nona traccia annuale, "cinque libri svuota wish list"